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mg


agosto 30, 2007

Io, prostituta per 23 minuti

Leggo Andrea Scanzi, giornalista, scrittore nonché collaboratore de La Stampa, lavavetri per tre minuti a Firenze e mi dico: perché no?. D’altronde internet è rock, il giornale lento, la rete è in, la carta stampata è out. E poi non si scrive per gli altri, ma per sé. E coi blog diventiamo editori di noi stessi, e il futuro è blog. Proviamo.

Decido di scendere in strada. Torino non è ancora Firenze? Allora niente lavavetri. Potrei provare a spacciare, ma che gli do al primo che mi chiede qualcosa, camomilla? I tossici in astinenza sono pure aggressivi, e non mi pare il caso. Potrei aiutare il posteggio, ma è sera e il parcheggio si trova. Quando Silvia mi vede diretto in bagno, capisce. Mezz’ora – il tempo di correre a San Salvario al negozio di parrucche – e mi sta aiutando con il trucco, scuotendo la testa. “Sei folle, tu”, mi dice sistemando colorante sulle guance appena sbarbate.

Scendo in strada per l’operazione-travone. Corso Massimo d’Azeglio tra corso Dante e le Molinette è location perfetta. La mia vicina di casa batte in corso Bramante all’angolo con via Ormea: posso sempre dire che conosco già qualcuno nell’ambiente, si sa mai. Mi piazzo nei cinquanta metri liberi tra via Cellini e via Tiziano, poco lontano dalla pizzeria Flegrea. Dall’altro lato della strada di solito c’è Patrizia, il trans che lo diede o lo ricevette a o da Lapo. Stasera non c’è. Maschero l’agitazione fumando spensieratamente una sigaretta. Penso a Il tempo delle mele: il primo minuto in strada non è una bella sensazione. Qualcuno dei passanti mi guarda storto: come donna sono impresentabile, come travestito devo proprio far ribrezzo. Altro che Miss Trans 2007.

Ho un cronometro con cui posso calcolare 10 tempi parziali, che intendo bloccare nei momenti decisivi. Il primo lo fermo dopo 47 secondi: una Fiat Panda nera rallenta, un uomo sui quaranta, sguardo spento, barba incolta, decisamente sporco, mi lancia un’occhiata e se ne va. Poco dopo si ferma una Fiat Tipo bianca: “Che, c’hai il marchese?”. Impiego due secondi a capire. Rispondo, voce stile Amanda Lear: “Vieni a vedere tu, se vuoi”. Quello scappa. Mi accendo un’altra sigaretta, il nervosismo aumenta, altro che abitudine. Dopo qualche minuto smetto di bloccare il cronometro ogni volta che qualcuno si ferma: la pensavo più fiacca, come serata. Il dubbio di fare veramente schifo vestito da donna anche a chi va con gli uomini vestiti da donna è ormai certezza. Sorrido.

Quando arriva un Fiat Ducato bianco. “Ehi, monta, va!”. Questo è molto deciso. “Ehi, ma non vuoi sapere cosa ti faccio, e quanto costo?”. “No, bella. Sali, va, che c’ho fretta. Annamo dar ponte”. Oddio, un romano a Torino. Ponte? Quale ponte? Questo mi fa del male. “Aò, eddaje…”. Sono in difficoltà, al che mi svelo. “Senti, sono un giornalista”, riprendendo la mia voce. “Mavammoriammazzato, te e ‘r giornale”, andandosene lentamente. Altra sigaretta, per ripigliarmi. Ma adesso inizio a conviverci, con questa serata infrasettimanale su un marciapiede torinese, improbabile offerta di sesso a chi ne richiede, adesso è come avessi imparato a frenare, a fermarmi, a bloccare gli sci dopo una discesa, o la bicicletta dopo una pedalata.

Quanto vuoi?”, mi chiede un ragazzo giovane che potrebbe essere il fratello gemello di Alberto Stasi. Già, al prezzo non avevo ancora pensato. Quanto costerà? 30, 50 euro? Una volta il mio idraulico di Alba, saputo che studiavo all’università a Torino, mi disse: “Non passi mai a Carignano, La Loggia? Ci sono delle nere che fanno dei gesti…”. “No, niente Carignano. In compenso, hai mai visto quelle di corso Massimo? Alte, bionde, bellissime…”, gli rispondo. E lui, in piemontese: “Ma sei matto? Ma sai quanto costano quelle lì???”. No, infatti, non ho idea quanto costino, ma se le nere di La Loggia chiedevano una decina di anni fa 30 mila lire e sono brutte, qui siamo in corso Massimo e io sono brutto/a, l’euro, l’inflazione, ci penso in una frazione di secondo e dico al sosia del tipo di Garlasco: “30 euro”. “Va bene, hai una casa o andiamo via?”. Accipicchia. Questo è quello delle domande difficili. La mia vicina di casa li abborda in corso Bramante e li porta in via Ormea, la sua amica carina percorre due isolati, io che faccio? “Andiamo”, gli dico, “…dal ponte”. “Ok, sali. Così mi indichi il ponte. Ma è vicino?”. “Ti dico io”. Sono salito sulla Fiat Punto nera di un ragazzo qualunque. Istintivamente. Ci sono clienti che danno fiducia, altri che no: è difficile dire cosa possa passare per la testa di chi si vende, forse scatta un meccanismo di associazione all’iconografia del luogo comune, il bravo ragazzo, il camionista volgare, il piccoletto dallo sguardo cattivo, il vecchio con la bava. O forse, molto più probabilmente, alla fine alla strada ci si abitua, si diffida di tutti e ci si arma coltello in bocca ogni volta che qualcuno si avvicina. Ma tant’è. Sto percorrendo i primi venti metri da travestito adescato da un cliente, non so che dire, e nemmeno il bravo ragazzo con la faccia da nipote perbene sa come parlare. Ma a situazioni di questo genere deve esserci abituato, l’idea è che sia così di natura, timido, silenzioso, pacato. Mi fa tenerezza e mi assale il senso di colpa. Al semaforo accanto al Pam cambio voce e mi scuso, raccontandogli tutto. Lui non fa una piega, ascolta, mi guarda e con gli stessi occhi con cui mi ha dolcemente abbordato mi chiede se scendo qui o se voglio che mi riporti dove mi ha caricato. Scendo lì, e mi sento una merda, sento il lato cinico se non barbaro di un mestiere che, comunque, ti cambia.

Sono passati circa dodici minuti da quando sono in strada e finalmente qualcuno mi si avvicina a piedi. Sono convinto di avere invaso terreni altrui e una prostituta in jeans aderenti e scollatura cinematografica infatti mi dice: “E tu da dove vieni?”. “Sono nuovo”, è la prima, banale, stupida risposta che mi esce. “Ma lo sa Ken?”. Ken? Il guerriero? Da quando i papponi vengono dal Giappone? “Ehm…si, Ken lo sa”. “Mah, tu non me la conti giusta. Quando lo vedo glielo dico, più tardi. E comunque devi andare dall’altra parte. Se hai parlato con Ken, di sicuro ti ha detto di là. Se non gli hai parlato sono cazzi, e preparati a sloggiare”. “Vabbé, tu parla con Ken, io intanto sto”. E se ne va, direzione corso Dante. E’ carina, giovane, pare rumena. Mi accendo la quarta sigaretta. L’incontro col pappone non l’ho ancora immaginato: lo saprà, lui, cos’è un blog, un giornalista, e, soprattutto, come la prenderà?

Al quarto d’ora di strada non ho ancora visto una volante o una gazzella. Nel 2000, quando visitai la centrale operativa dei carabinieri di via Valfré, vidi 21 auto di pronto intervento contemporaneamente in pattuglia. Puntini blu e rossi su un monitor lungo le vie della città. Il rapporto era 14 a 7 per la polizia. Qualche sera fa ho visto San Salvario massicciamente presidiata da uomini del battaglione Moncalieri, il Valentino alle sette di sera è controllato, in media, da almeno 3 pattuglie. I cittadini, finalmente e dopo tanti anni, non sono soli. Però in questo quarto d’ora non è passato nessuno. Quando dovetti prendere alloggio in città, il proprietario di un appartamento in via Ormea rispose alle mie rimostranze sullo spettacolo cui si assisteva dalle finestre: “Magari non è bello, ma di sicuro dove ci sono le prostitute c’è più sicurezza. Chi organizza la prostituzione ha interesse a che non ci sia microcriminalità, altrimenti addio clienti”. Elementare. Penso a Ken, proprietario dei marciapiedi di corso Massimo, dal quale tiene lontana la bassa criminalità. E, quindi, pure i carabinieri.

Per lunghi minuti non si ferma nessuno. Soltanto rallentamenti. Occhiate veloci, e via. Ho fumato 6 sigarette, via una l’altra, anche per darmi un tono. Al 23’ si ferma il primo potenziale cliente ricco. Un’Audi di cui non riconosco il modello ma di cui mi rimangono impresse le dimensioni. E’ incravattato, è un bell’uomo, quando gli parlo e gli chiedo 50 euro – differenziazione di prezzo, non so se funziona ma ci provo – cortesemente saluta e ingrana la prima. Penso di aver perso la mia occasione: salire sull’auto di un professionista, di un imprenditore, e parlare, chiedere, discutere di sessualità, dei problemi quotidiani dell’Italia, di Berlusconi e della Brambilla, sullo stile di quanto fece un amico che, incalzato da un rapinatore armato di coltello, finì una decina di minuti più tardi a rincuorarlo, il rapinatore che versava lacrime e lui a rincuorarlo. Così volevo io: la conversione dell’uomo alla ricerca del pisello nella sua notte innominabile.

Finalmente un’auto della polizia. Ventitre minuti. Mi costituisco senza aver commesso reato. La fermo con ampi gesti. “Ehi, non mi chiedete i documenti?”. I tre si guardano, esce per prima la donna seduta dietro. “Documenti, prego”. Ecco, appunto. Sguardo interdetto alla mia patente. “Ma è lei?”, puntando la foto. “Si, sono io, ma non è come crede. Sono un giornalista, questo travestimento l’ho fatto per un reportage”. “Ah, anche lei. Per La Stampa?”. La poliziotta è informata, legge i giornali. “No, io non scrivo per La Stampa, ma per il blog”. “Cu? E cu è stu bblog”. Non ci volevo credere. In quell’istante il panzone che stava seduto davanti al posto del passeggero si avvicina e dice proprio così: cu-è-stu-bblog?. Lei lancia una smorfia come dire lasci perdere e mi chiede del fotografo. “Ma ha un fotografo?”. Ecco, scrivere va bene, ma ciò che conta è la foto. “No, non ho un fotografo”. “Senta, lei, per me, non sta facendo nulla, ma le do un consiglio: non tiri la corda con quelli là. Qui gira Ken, è rumeno, è uno che non va per il sottile. Da quant’è che è in strada?”. “Venti minuti”.  “Ecco, mi ascolti, vada a casa a scrivere, che è meglio”. Poi mi sorride, parliamo de La Stampa, di Gramellini, riceve una chiamata sul cellulare e chiama a raccolta i due colleghi per portarli via. Me ne vado anch’io.

Un’ora e mezza per truccarmi, ventitre minuti in strada (più sette o otto con la poliziotta), dieci minuti per struccarmi, e dieci di doccia. Fumo sul balcone la sigaretta della distensione. Dall’altra parte della strada la puttana entra in casa con l’ultimo cliente. Dopo sette minuti escono, prima lui, trenta secondi dopo lei. Getta il preservativo nel cassonetto verde all’angolo e ritorna in corso Bramante.

Io mi piazzo alla scrivania. Cu è stu bblog? Non lo so, non lo sapevo prima e tanto meno lo so adesso. Mi pare fosse Funari. Lo cito quando Silvia, mezza addormentata, mi chiede perché l’ho fatto. “Perché voglio mettere un dito nel buco del culo del futuro”, rispondo, aprendo il giornale comprato al mattino dallo strillone, in corso Bramante, e non ancora aperto.

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