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mg


gennaio 17, 2008

Il papa

Lo confesso: questo papa non mi piace per niente.
Non mi convince, non mi stimola, non mi affascina.
Lo trovo una figura medioevale, nell’accezione più negativa del termine.
E’ vecchio nel fisico ma soprattutto nella mente e questo turbolento mondo di oggi ha bisogno di tutto fuorchè della sua polverosa ideologia secolare. Benedetto XVI  è anacronistico nelle sue posizioni irrigidite, e ha uno sguardo sempre volto al passato che trovo francamente inquietante.
Preciso subito che non sono un cosiddetto “mangiapreti”, e nutro il massimo rispetto per tutti quei religiosi che negli anni si sono occupati di importanti problemi  sociali, mettendo sempre una pezza ai troppi buchi lasciati dall’amministrazione pubblica. Rispetto e ammiro anche  i missionari nelle zone di guerra del mondo, brutalmente assassinati dall’odio religioso o dalle lotte tribali, e chiunque si identifichi negli ideali di non violenza, pace e  solidarietà.
Del resto, come diceva il mai troppo rimpianto Enzo Biagi, “i grandi valori della vita alla fine sono due o tre, e sono quelli che tua mamma ti ha insegnato da piccolo: il rispetto per gli altri, l’onestà, la correttezza”.
Quello che non sopporto, sia chiaro,  è la costante volontà papale di mettere becco in tutte le questioni politiche italiane, il continuo tentativo di condizionare i partiti e la società civile con l’attiva collaborazione  di pseudo-politici  compiacenti col rosario in tasca.
A mio parere la politica e la religione DEVONO sempre rimanere separate, pena il rischio della teocrazia.
E’ giusto che la massima autorità religiosa cattolica parli ai suoi fedeli, non è giusto invece che inauguri l’anno accademico di una Università LAICA e che NESSUNO possa permettersi di criticarne pubblicamente le osservazioni.
Quando parla il Papa sembra sempre che la coscienza critica del paese debba per forza dormire o tacere, e questo non lo trovo giusto.
Il Vaticano è tutelato e ben coccolato dai Patti Lateranensi  e possiede potenti mezzi di comunicazione, tra cui una radio e un importante giornale.
Chi compra “L’Osservatore Romano” o ascolta la radio Vaticana compie una scelta ideologica, perchè vuole avere notizie che sono sempre presentate da un certo punto di vista, quello della Chiesa. Liberissimi di farlo, niente da dire.
Anche chi legge l’Unità , “Il Manifesto” o “Il Giornale” compie a priori una scelta di campo, pagando di tasca propria un prodotto editoriale che interpreta le notizie secondo ideali  dichiaratamente di parte. Tuttavia, nonostante il potente apparato mediatico di sua proprietà, la Chiesa sente giornalmente il bisogno di inquinare gli spazi dedicati alla “cosa pubblica” . Non passa giorno infatti senza che il Papa non venga inquadrato al telegiornale in prima serata,  con l’ennesimo predicozzo alla politica italiana, alla società consumistica e ai giovani.
La VERGOGNOSA scelta politica dell’indulto, decisa  da un Governo di sinistra, teoricamente e storicamente  agli antipodi delle posizioni ecclesiastiche,   è stata  motiviata e giustificata da qualche ministro come “un atto dovuto a Sua Santità, che per primo aveva sollevato il problema del sovraffollamento delle carceri”.
Da cittadino  italiano questa cosa non la posso davvero tollerare. Come non posso tollerare le velate minacce di modifica ad importanti leggi quali quella sul divorzio o sull’aborto, frutto di Referendum  vinti a MAGGIORANZA POPOLARE. Sinceramente ritengo la decisione di Benedetto XVI di rinunciare al dibattito all’Università di Roma la cosa migliore, per lui e per noi. Per come la penso io NON si fa inaugurare l’anno accademico da un’autorità religiosa: in  tal caso si dovrebbe invitare  una riconosciuta ‘autorità scientifica o letteraria (e NON teologica),  che abbia titoli  provati e conoscenze approfondite per parlare in un’ Università italiana. Perchè  quando si parla di “scienza” e di “progresso”,  il Papa c’entra davvero poco.
Ci sono voluti secoli  prima che qualche predecessore di Benedetto XVI  mandasse in pensione Aristotele e le sue teorie astronomiche.
Adesso  quanto tempo ci vorrà  prima che qualcuno a Roma capisca che l’Italia non è più il suo giardino privato dal lontano 1870?

Michele

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gennaio 14, 2008

James Hunt, un ragazzo britannico

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Le vite dei piloti sportivi sono le più belle da raccontare, perché non sono mai banali e sembrano sempre più lunghe e più intense di tutte le altre, anche quando si spengono troppo presto e si trasformano da biografia in mito.

Quella che sto per ricordare è la storia agrodolce di un ragazzone biondo che sapeva guidare forte e della più improbabile e divertente scuderia che la Formula 1 abbia mai visto.

E’ una storia di coraggio e paura, di amore e di morte.

E’ la storia di un pilota.

James Hunt nasce il 19 agosto del 1947 a Belmont, nella verde campagna inglese non lontano da Londra.

Da piccolo è un bambino ribelle e irrequieto, da adolescente pure, da adulto anche.

Il giorno del suo 18esimo compleanno il biondo Hunt vede per la prima volta un gran premio di Formula 1, decide all’istante che il pilota da corsa è il mestiere che fa per lui e giura che un giorno diventerà campione del mondo.

Nonostante l’ovvia opposizione dei genitori che non condividono le manie di grandezza di quel figlio senza regole, James tiene duro e dopo un paio d’anni  piuttosto anonimi  passati a gareggiare in Formula Ford, passa alla March, in Formula 3, dove disintegra un discreto numero di macchine a bordo pista e si merita il perfido soprannome di “Hunt the Shunt”, Hunt “Lo Schianto”.

Quel giovanotto inglese che gira scalzo nel paddock fumando come un turco è però tutt’altro che scarso alla guida e qualcuno finalmente se ne accorge.

Lord Alexander Hesketh  III è un giovane barone inglese che nel 1972 ha 28 anni, è miliardario, ed è stanco della solita routine fatta di caccia alla volpe nelle sue sterminate tenute.

Non sa nulla di motori e di macchine, proprio nulla, ma ha la folle e romantica idea di buttarsi  nel mondo delle corse,  per “tenere alto il buon nome dell’Inghilterra”.

Attinge a piene mani dall’immenso patrimonio personale e fonda una propria casa automobilistica, la “Hesketh Racing”, che debutta in Formula 2 con risultati modesti.

Nonostante l’illustre famiglia tenti in tutti i modi di farlo desistere dalla sua pazza crociata naif, Hesketh decide di fare il “grande salto” in Formula 1, anche perché come dichiara alla stampa, “Per fare brutta figura nella formule minori, tanto vale farne una pessima qui: la Formula 1 di oggi è una bottiglia di champagne sgasata ma adesso siamo arrivati noi con le bollicine“.

Hesketh è di parola.

La bevanda ufficiale di questo covo di simpatici matti è infatti lo champagne d’annata, e in occasione di ogni GP  la squadra ha a disposizione un esperto barman per i cocktails e un maggiordomo in livrea addetto al prezioso servizio da thè in argento.

La macchina della scuderia è una March 310  ritoccata da quel genietto di Harvey Postlethwhite (futuro ingegnere Ferrari e  McLaren) ed è completamente bianca, attraversata soltanto da due linee rosse e blu, che ricordano i colori della bandiera britannica.

Non ci sono sponsor sulla carrozzeria perché “non si possono appiccicare adesivi sull’Union Jack” come ama ripetere Lord Hesketh, che paga di tasca sua senza batter ciglio il costo esorbitante dell’allegro carrozzone.

All’interno di questa pazza scuderia tutti hanno dei soprannomi curiosi, orgogliosamente ricamati sul retro della bianca tuta immacolata che indossano ai box.

Lord Hesketh è “il Patrono”, il progettista Postlethwhite è “Dottor Latta”, e il pilota, James Hunt , naturalmente “Superstar”.

Hunt, che conquista le simpatie degli appassionati girando scalzo per i box con l’eterna sigaretta in bocca, rinuncia anche a un paio di milioni di sterline rifiutando di far comparire i marchi degli sponsor sulla sua tuta., in favore del un più prosaico slogan”Il sesso è la colazione dei campioni”.

Quando questa banda di irriducibili festaioli mai del tutto sobri si affaccia nel mondo iper-professionale della Formula 1, le altre scuderie ridacchiano sotto i baffi e pensano subito a uno scherzo.

Il primo anno di corse dà ragione ai detrattori perché i risultati sono davvero modesti, anche se il logo della Hesketh Racing (il mitico orsetto con il casco da pilota) inizia ad attrarre la curiosità e le simpatia di tutti.

Nella stagione suiccessiva però la macchina inizia a correre veloce, il piedone di Hunt diventa sempre più pesante e dopo una serie di discreti piazzamenti  nel 1975 la Hesketh Racing vince a Zandvoort, in Olanda, la sua prima gara di Formula Uno, diventando il mito di tutti gli adolescenti ribelli del mondo.

Nonostante l’interesse dei media e l’attenzione degli sponsor, Lord Hesketh rifiuta categoricamente ogni genere di finanziamento esterno e continua a bruciare i miliardi di famiglia innaffiando i box di champagne.

Alla fine del ‘75 però i soldi per giocare alla Formula 1 finiscono, e il “buon Lord” come lo chiama Hunt, è costretto a  chiudere baracca e burattini, tra la tristezza di milioni di ragazzi in tutto il mondo.

Hunt è a piedi, letteralmente, ma qui succede il bello.

Alla fine del 1975, Emerson Fittipaldi, brasiliano campione in carica con la McLaren decide di suicidarsi agonisticamente lasciando il team inglese per la sconosciuta “Copersucar”, una neonata scuderia fondata dal fratello con i proventi della sua piccola fabbrica di zucchero.

Hunt diventa così  il nuovo pilota della McLaren, la scuderia campione del mondo in carica.

La macchina è un bolide e il 1976 è l’anno d’oro del nostro, che per un pugno di gare lotta testa a testa con il fortissimo talento austriaco Niki Lauda.

Ad Agosto quest’ultimo si sfracella sull’anello del “Nurburgring” in Germania, 23 km di curve infernali nel cuore della Foresta Nera, in un terrificante incidente  che sbriciola e incendia la sua Ferrari.

Hunt, che di Lauda è amico ed ha vissuto con lui un paio d’anni a Londra agli inizi della carriera, invia al malconcio pilota austriaco in ospedale un telegramma insolito e  duro, ben diverso dagli affettuosi “riprenditi in fretta, ti aspettiamo”.

Hunt lo scrive d’istinto, senza pensarci due volte, e dichiara agli increduli giornalisti  che quello è l’unico modo per stimolare l’amico e rivale a riprendersi e a combattere con lui per il titolo finale.

E cosi avviene infatti.

E’ il 19 ottobre del 1976 e sulla vecchia e malandata pista del monte Fuji gli attoniti spettatori nipponici non hanno mai visto una pioggia così in vita loro.

Mai.

Alcuni box si allagano, le comunicazioni radio funzionano a sprazzi, c’è un vento freddo da Giudizio Universale che spazza la pista.

Lauda ha fatto il doppio miracolo di sopravvivere e di tornare a correre in soli 40 giorni, anche se lo scherzetto del Nurburgring gli è costato un orecchio e tutti suoi riccioli biondi.

Dopo un paio di giri però la sua faccia da vampiro albino ricostruita dal bisturi ritorna mestamente ai box: “ragazzi, scusatemi ma non me la sento, correre oggi è da pazzi.”

James Hunt capisce che questa è l’occasione della vita, e che un giorno così non capiterà mai più, dovesse vivere altre cento volte.

Col cuore in gola inizia a schiacciare l’acceleratore sempre più a fondo, sempre più forte, volando via nella pioggia e nel vento.

A pochi giri dal termine buca una gomma, perde tempo ai box perché vuole uscire dall’abitacolo per picchiare i meccanici (a suo dire troppo lenti) e rischia il testacoda almeno due volte.

Però ce la fa.

Arriva terzo, ed è Campione del Mondo 1976 di Formula Uno, con un punto di vantaggio su Niki Lauda.

Il sogno di una vita è realizzato, anni e anni di sacrifici e di perplessità sono spazzati via dal fiume di champagne che lo inonda e nasconde le lacrime di gioia.

Tutti lo cercano adesso, tutti lo vogliono.

Gli sponsor lo coprono d’oro, i tabloid vogliono la siua faccia in copertina ad ogni costo, le ragazzine di mezzo mondo appendono adoranti il suo bel faccione in camera da letto.

Sembra una favola e forse lo è, ma è tutto troppo bello per durare.

Infatti non dura.

L’anno successivo il pilota inglese mangia la polvere di Lauda per tutta la stagione, tra guasti tecnici, incidenti spettacolari in pista e critiche durissime da parte degli altri piloti che senza troppi giri di parole gli consigliano bruscamente il ritiro.

Hunt però tira dritto per la sua strada e continua a guidare sempre al limite, nonostante una macchina poco competitiva e una McLaren mai così divisa e problematica.

Poi ci si mette anche il destino.

Nel 1978 a Monza, il Gran premio del suo grandissimo amico Ronnie Peterson dura appena 300 metri, prima che la sua macchina venga coinvolta in un impressionante tamponamento di massa e prenda fuoco.

Peterson muore il giorno dopo per asfissia e Hunt con il dolore nel cuore termina una stagione sportivamente anonima, meditando il ritiro.

Il Gran Premio di Montecarlo del 25 maggio 1979 è la sua ultima gara in Formula Uno: “Lascio ora, non ho rimpianti”-dice nella conferenza stampa post-gara affollata da giornalisti e da ragazzine in lacrime-”Ormai nella Formula 1 di oggi l’uomo non conta più. Me ne vado, è stato bello…Grazie”.

Purtroppo però l’ombra dell’anonimato dopo gli anni di gloria e fama , si rivela troppo dura da sopportare.

Hunt viene ingaggiato dalla BBC come telecronista per la Formula 1, ma alla prima gara si presenta in diretta visibilmente ubriaco e viene allontanato perchè tra un rutto e l’altro inizia a biascicare insulti in diretta  contro il nostro Riccardo Patrese, colpevole a suo dire dell’incidente di Peterson.

Beve in questi anni Hunt, beve molto e male.

Poi c’è la depressione, che arriva senza far rumore e lo trascina in un vortice fatto di

2 divorzi  in pochi anni, licenziamenti, risse in diretta tv e un rancore sterminato nei confronti dei suoi ex colleghi e del mondo delle corse.

L’ex campione del mondo decide allora di isolarsi nella sua elegante villa di Wimbledon, in compagnia di un amico schiavo della bottiglia e più depresso di lui.

Fuori in giardino è parcheggiata la sua Mercedes, appoggiata su quattro mattoni e senza ruote, per non pagare la tassa di circolazione.

La vita scorre lenta e monotona, e quella villa è  davvero troppo grande per due persone sole.

Poi però succede qualcosa.

A una festa il nostro James conosce Helen Dyson una giovane studentessa di belle arti che ha 23 anni di meno.

Se ne innamora perdutamente.

Decide di disintossicarsi da alcool e droga, la BBC pensa di riassumerlo, la vita sembra tornare ad essere gentile con lui.

Helen è affascinata dalla sua personalità, dal suo orgoglioso carisma, forse anche dal modo romanticamente anticonformista con cui lui le chiede la mano.

Per telefono, alle 4 di notte, mentre lei è in vacanza con un’amica in Grecia e lui a Parigi.

La risposta a quella domanda noi non la sapremo mai.

Quello che sappiamo è che James Hunt è felice come nei giorni migliori quando se ne va per sempre, un paio d’ore dopo quella telefonata.

E’ il 14 giugno del 1993, il suo cuore si ferma a 46 anni.

Un ospite a casa sua si sveglia verso le 4 di mattina e lo vede disteso a terra sul pavimento della cucina, con gli occhi chiusi e una bottiglia di latte in mano.

“Infarto”, scriveranno i medici nel referto, compilato in tutta fretta.

“Sembrava stesse sorridendo” confesserà tra le lacrime l’amico che lo ha trovato.

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