maggio 29, 2008
di Ezio Massucco
Mentre la mia esperienza di redattore sportivo volge ormai al termine (lascerò entro novembre quelle stanze scrostate) devo ammettere che un poco subisco lo sballottamento del mio vagare da una prospettiva (insignificante) ad un’altra (altrettanto insignificante). Il riflesso di questo è cosa evidente, tanto che la migliore rappresantazione del mio stato la do io stesso con le mie giornate. Oggi, però, in un ritrovato accesso di attività, sono andato da Slymerd che mi aveva detto essere in grado di procurarmi i libri per un esame. Con Slymerd si discuteva della nostra natura e di altre cose, mentre il suo cane Rambino ed un numero impressionante di mosche rendevano lo sproloquio più comico di quanto non fosse già.
Viene fuori, tra una cosa e l’altra, che noi si è un branco di dannati droghini.
- Pensi allora che noi si sia, in fondo, un branco di dannati droghini?
- Si che lo penso, certo. Lo credo eccome. Peggio, io credo che di noi la cosa più sconvolgentemente storta, la peggiore insomma, sia la nostra assoluta inconsistenza spirituale. Sì, insomma, credo che noi si stia sciogliendo la nostra dissoluzione morale in qualcosa di più vacuo ancora della dissoluzione morale stessa.
- Non credi che in fondo la nostra possa essere invece una sorta di tensione civile verso l’emarginazione sociale, non credi che si stia in fondo rifiutando un modello sociale che ci sta stretto, o qualcosa del genere?
- Beh, non è del tutto sbagliato. Io però, per conto mio, devo dire che non ho nessuna voglia di fare un cazzo di niente.
Si instaurò quello che si potrebbe definire come una sorta di silenzio. Una mosca ronzava vicino al lampadario, io guardavo la tv dove viaggiava il canale musicale con su i video degli Afterhours. Slymerd guardò prima la mosca e poi abbassò gli occhi sulle mani che teneva in grembo, sotto il tavolo e fuori dalla mia visuale. Pensai al significato possibile dell’incantarsi a guardarsi le mani, ma si stava decidendo delle nostre esistenze e mi concentrai su un uomo con la testa di cavallo che stava passando in un video del canale musicale. Poi mi convinsi che fosse piuttosto normale che lui si rifugiasse in un atteggiamento di disagio, non so perchè, e mi versai un poco di succo d’ananas.
- Slymerd, vedi. Che noi si subisca, in una forma che ha del subliminale e quindi del subdolo, il peggiore dei riflessi di un sistema è palese. Che questo sistema faccia, oggi, alle soglie di un nuovo millennio, dell’ingiustizia sociale la propria base costitutiva, nonchè la propria migliore caratterizzazione, è cosa a noi ormai ancora più nota.
- A cosa pensi allora.
- E’ molto semplice. Io sono arrivato, dopo una lunga e travagliata meditazione, a capire che l’unico modo, l’unica via per affrancare noi stessi ed il mondo da questa infamia sia…
- Sia…
- Non lo so… . L’ho perso. E che cazzo vuoi che sappia io della soluzione ai problemi del mondo: siamo dei dannati droghini, dei droghini emarginati, l’hai detto tu. Si potrebbe pensare ad una rivoluzione sociale, al sovvertimento dell’attuale assetto capitalistico-finanziario, ma bisogna valutare tutto. La dimensione del nemico è notevole, si tratta di un qualcosa di più di un sistema monarchico o di un totalitarismo da Terzo Mondo. Parliamo di multinazionali, televisioni, industrie dei detersivi. Se a mia madre togliessimo i prodotti per la casa non sarebbe più lei, ci sarebbero conseguenze inimmaginabili. E grossi pesi sulle nostre fragili coscienze. Io, piuttosto, sono più per un’azione di emarginazione coatta dei cocainomani che, con la loro droga d’elite, sono la feccia di tutti i droghini.
- Calma Slymerd, stiamo calmi. Ti stai sbagliando di grosso su di loro. Di’ quello che ti pare ma non puoi negare che loro abbiano dimostrato ciò che a noi non era mai riuscito. Loro hanno provato al mondo la compatibilità dello sballo con un modello sociale, ancora il modello capitalista-finanziario. Vuoi forse negare che, ammesso che la forza del modello economico italiano sta nella piccola impresa, la sua salvezza dall’attacco dello scazzo da ricambio generazionale, lo si debba all’azione della cocaina? Gli industriali italiani hanno un grosso debito morale con i pusher d’alto bordo. Un’intera economia è stata salvata da pipponi di coca.
- Sarà.
- Sarà sì, sarà. Guardati attorno..
Sul guardati attorno, compresi che stavo arrivando a quello che può dirsi un pensiero compiuto, con tanto di tesi iniziale, suffragazione con argomenti e celia perdurante. Fui avvolto da un senso di stanchezza improvviso e terribile e fui, al tempo stesso, molto deluso di me stesso. Che leggerezza, che moto infantile il mio. Slymerd intanto si era già liberato del nostro argomentare e fumava una delle mie sigarette, dopo averla accessa di storto e averci soffiato sopra per riprenderla.
Intanto, nervosamente, si alzava di continuo e controllava non so cosa alla finestra. Nel cortile della piccola casa, il cane Rambino, riposava in un’angolo. Sulla copertina di un libro, appoggiato su di una mensola bassa nell’angusta cucina, l’iscrizione “Shotgun Wedding”.
Ezio Massucco
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maggio 27, 2008
Formiconi rossi voraci, cascate e salti nel blu, uomini primitivi e teschi di cristallo, piramidi Maya piene dei soliti trabocchetti, l’amore di allora e il figlio di oggi, Il nemico “rosso” con un accento caricaturale che ci fa rimpiangere i nazisti del primo film, i vecchi amici, i nuovi alieni.
Tutto, forse troppo
Harrison Ford/Professor Henry Jones è sempre in buona forma nonostante gli anni che passano.
Ma noi ex bimbi degli anni ‘80 siamo cambiati, e la magia non c’è più.
Peccato.
Voto: 6
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film
maggio 26, 2008

Un film di Matteo Garrone. Con Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster. Genere Drammatico, colore 135 minuti. – Produzione Italia 2008. – Distribuzione 01 Distribution – [Uscita nelle sale venerdì 16 maggio 2008]
Chi non ha visto un film tratto da un libro, solitamente chiede a chi ha letto il libro e visto il film: “E’ meglio il film o il libro?”. Domanda superflua, se parliamo di Gomorra, poiché il libro non è un romanzo, è un saggiomanzo, o romasaggio. Iperrealista, terrificante, sconvolgente il libro, ebbi pure a dire che per mio conto dovrebbe essere inserito nei programmi scolastici e fatto leggere, obbligatoriamente, agli alunni delle quinte superiori. Da un saggiomanzo non è che si tragga un film molto o poco fedele: è lo spirito che conta, è il messaggio finale che importa, è l’effetto nel suo insieme che tocca.
E il film mantiene l’iperrealismo del libro, le immagini sono le stesse che immagini leggendo le righe di quell’eroe vero che è Roberto Saviano, e quando gli uomini di pessima volontà la smetteranno di interrogarsi sulle doti umane del giornalista e scrittore napoletano e inizieranno a prendere per buono (ottimo, eccellente) il suo messaggio, allora forse, solo allora qualcosa potrebbe davvero cambiare.
Non c’è grigio, c’è solo il bianco del bene e il nero del male, quando si parla di Camorra, o del regno di Gomorra, ovvero dove comanda quell’ente parastatale che ha ucciso 4.000 uomini, uno ogni tre giorni (come da libro e film, per chi si pone la domanda). A me non me ne frega niente se Saviano è antipatico o vuole ricoprirsi di gloria, a me interessa che è assolutamente fondamentale conoscere ciò che Saviano illustra. Saviano ha partecipato alla sceneggiatura di questo film uscito bene, molto bene. E questo basta.
Consigliato a tutti, di tutte le età, di tutti i luoghi.
Voto: 9/10
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gomorra
maggio 20, 2008
Oggi mi hai chiamato e mi hai detto che ti sposi.
Un placido pomeriggio di Settembre ti aspetta, per cancellare dopo 29 anni la parola “nubile” dalla tua carta d’identità.
Cinque mesi a partire da ora, poi ci saranno un’emozione indimenticabile e due anelli, una sala comunale piena di fiori, tua nonna e tua mamma che piangeranno di gioia davanti al Sindaco (perché lo faranno, vedrai).
Dunque ti sposi, ed io sono contento.
Malinconicamente contento, come spesso accade quando si ricevono queste notizie.
Perché c’è sempre qualcosa di irrazionale nei rapporti e nei sentimenti di chi non si ama più da tempo ma non dimentica le esperienze vissute insieme.
Io e te abbiamo lasciato casa a 19 anni per trasferirci in un’altra città a vivere e studiare, camminando insieme sulla stessa strada per due splendidi anni.
Poi è finita, e altre persone sono entrate nelle nostre vite, restandoci più o meno a lungo e facendoci sognare di nuovo, come è giusto che sia.
Oggi mi sorprendi come allora con un’altra decisione inaspettata, che disegna un sorriso ebete sul mio viso, in questo soleggiato e inconsapevole pomeriggio d’aprile.
Ricordo bene che con la folle e romantica ingenuità dei miei vent’anni di allora ti dicevo spesso che avremmo potuto sposarci, una volta finita l’Università.
Oggi che di anni ne ho quasi 30, ripenso a quelle tenere dichiarazioni tardo-adolescenziali con una punta di cinismo che un po’mi rattrista.
Tu invece, che eri allora ribelle e insofferente, a volte rabbiosa nella tua incontenibile voglia di indipendenza, tra poco avrai una fede al dito.
La vita è davvero strana, e il tempo che passa ha una sua particolare forma d’ironia.
Dal tono di voce che hai ora al telefono, capisco che sei davvero emozionata, e cerco invano di seguire il fiume in piena delle tue parole e il ritmo delle tue risatine nervose.
Mi perdoni vero, se proprio non riesco a stare attento e mi limito ad annuire meccanicamente e a ridacchiare distratto?
Scusami, ma mentre mi parli di eleganti sale comunali da prenotare, a me viene in mente il malandato garage di mia nonna e il nostro il primo bacio, con la luce spenta, gli U2 alla radio e l’esame di maturità alle porte.
Mi lampeggia in mente la prima volta che abbiamo fatto l’amore, in tenda, e rivivo in un brivido quella sensazione di invincibilità che entrambi provammo, quel sentirci finalmente adulti nel condividere qualcosa di unico e prezioso mai vissuto prima.
Ripenso con tenerezza ai tantissimi treni che abbiamo preso e perso insieme, alla tua 500 nera che arrancava sbuffando sulla salita di casa mia, a quelle incredibili torte con le fragole che mi preparavi d’estate, col tramonto che accendeva d’arancione la cucina di tua mamma.
All’improvviso, mentre sono assorto in questi lontani ricordi e tu stai finendo di parlare della cerimonia, che sarà “intima e per poche persone”, mio padre irrompe nel salotto e mi chiama, perché è ora di cena.
Ti saluto, tu ricambi, e in uno slancio di imbarazzata generosità mi inviti perfino a vedere la tua nuova casa e a conoscere il tuo futuro marito.
Io resto sul vago, farfuglio un paio di “magari” e balbetto un “forse”, poi ci salutiamo con un bacio e metto giù il telefono, entrando in cucina con le mani calde e una festosa inquietudine nel cuore.
Mancano 5 mesi al tuo matrimonio.
Mi raccomando, non preoccuparti: sarai sicuramente bellissima come sempre, anzi di più.
Goditi l’attesa del tuo grande giorno e sorridi, come sto facendo io adesso, mentre mangio il risotto di mia mamma.
Quello che, mi ricordo bene, non ti è mai piaciuto.
Michele
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amore
maggio 15, 2008
di Francesco Bogliacino
Sottotitolo: Dove si discetta del più e del meno e soprattutto si risponde con veemenza a Monsignor Pallante e alla sua decrescita felice.
Mannaggia a me che mi faccio tirare in queste cose. Ma sto facendo passare troppo tempo, questo pezzo maledetto prima o poi lo dovevo scrivere.
Gli economisti nella storia del pensiero sono sempre stati a favore della crescita del prodotto per addetto, con due significative eccezioni. J S Mill fu il primo a parlare di stato stazionario (dove la crescita é bloccata) come occasione storica per riorganizzare la società attorno a principi più umani rispetto alla competizione:
«Non posso, di conseguenza, guardare allo stato stazionario del capitale e del reddito con l’avversione incondizionata, generalmente manifestata verso di esso dagli economisti della vecchia scuola. […] Confesso di non essere affascinato dall’ideale di vita di coloro i quali ritengono che la normale condizione umana sia il lottare per tirare avanti. […]
Non è certo necessario ricordare che una condizione stazionaria del capitale e della popolazione non implica affatto la fine della crescita umana. Si aprirebbe uno spazio, come mai prima d’ora, per tutti i tipi di progresso mentale, morale e sociale». Principles IV, VI
La seconda persona é Georgescu Roegen, che invece elabora una teoria “fisica” (nel senso di campo di ricerca) contro la crescita, e ci ritorneremo più avanti. Premetto che gli unici argomenti “discutibili” per parlare di decrescita sono proprio quelli di questi due, quindi il piano di lavoro sarà sfatare miti e incomprensioni, poi arrivare al dunque.
Definizioni. Credo sia un buon punto di partenza, visto e considerato che a mio modesto avviso tutta la storia é determinata da una serie impressionante di malintesi. Per crescita si intende (o lo si dovrebbe fare) l’aumento del prodotto per addetto. Nel dire che il prodotto per addetto deve crescere non stiamo dicendo altro che il benessere é legato alla quantità di beni e servizi di cui si può disporre. Si badi bene: qui non si mette in campo né una specifica disquisizione morale, né una qualsivoglia teoria della merce. Manteniamo i piedi per terra. Ora io posso in termini generali concepire qualsiasi cosa come un bene o un servizio, dal trombare al cibo.
Faccio notare una cosa da subito: io NON ho parlato di PIL pro capite, ma di prodotto per addetto latu senso, nei termini più generali possibili. Ora una prima incomprensione deriva dal fatto che ci si scaglia contro il PIL per cercare di smontare nell’ordine: la teoria economica, la società occidentale, il capitalismo, eccetera. Ora mi sembra del tutto evidente che il PIL sia una misura, in quanto tale risente di difetti empirici: misura solo alcune cose, misura male altre cose, e tutto quello che volete. Discutiamo del PIL come misura? Benissimo. Ma questo non vedo cosa abbia a che fare con l’argomento teorico che una società che possa disporre di più beni o servizi possa stare meglio.
Altra definizione. L’economia non é una scienza che si occupa di quanto é figo il mondo in cui viviamo. É una scienza che si occupa di come allocare risorse scarse tra obiettivi alternativi. Assume come ipotesi di studio che la gente scelga il meglio, in termini delle proprie preferenze individuali, dati i mezzi che ha a disposizione. Traduzione: la gente é stronza. Questa é una buona ipotesi di lavoro. In effetti se poi l’individuo é un angelo, meglio ancora, ma intanto ci aiuta a capire cosa succede nella malaugurata e realistica ipotesi che non lo sia. Questo é un chiarimento importante perché si fa una confusione impressionante, nei decrescisti, tra mercato, capitalismo, scienza economica.
Altra definizione. Il mercato é un meccanismo di allocazione che si basa sui prezzi. Gli economisti hanno studiato bene il mercato e dimostrano che quando la gente é stronza, il mercato é capace di fornire segnali che coordinano gli agenti e lo fa ad un costo inferiore rispetto al creare una ipotetica perfetta autorità di piano. A seconda di quante ipotesi si é disposti a fare si possono poi ottenere cose molto fighe con il mercato, ma questi sono risultati teorici che non posso discutere qui perché vi addormentereste. Il punto é: i risultati si dimostrano sotto assunzioni, possiamo discuterle una ad una, senza problemi, ma l’argomento é logicamente ineccepibile, sotto quelle assunzioni vale quello.
Questa lunga premessa era necessaria perché come si evince dal manifesto di cui si parlava, esiste un continuo slittare del discorso che finisce per non fare capire più un kazzo. Ad esempio si sostiene che le merci e i consumi danneggiano l’individuo, poi al contempo si sostiene che il mercato produce disoccupazione, poi che il prezzo del petrolio alto é un male.
Per favore ragioniamo. Ad esempio, l’inquinamento. Chiunque abbia studiato economia sa benissimo che gli economisti, a differenza di quello che pensano Latouche e Pallante, non sono individui che si fanno le seghe nuotando nella plastica usata o pensano che più spreco meglio é. Che cosa é l’inquinamento? É un costo in corrispondenza del quale non viene pagato un prezzo. Si definisce anche esternalità. Andiamo con ordine:
(1) siccome una certa produzione genera costi (monetari + inquinamento) ma anche benefici dobbiamo valutare entrambi. é assolutamente evidente che una produzione é efficiente quando il beneficio di produrre una unità in più compensa esattamente i costi (TUTTI) di produrre una unità in più [assumendo che il benefico marginale sia decrescente e il costo crescente, nota tecnica]. Ora mi sembra logico dedurne che salvo casi eccezionali la produzione ottimale non sarà mai zero e quindi non sarà mai zero inquinamento.
(2) ora supponete per amore di argomento che TUTTI i costi si paghino, compreso l’inquinamento. In questa situazione la quantità prodotta sarà minore o uguale (uguale in concorrenza perfetta) di quella ottimale, perché nessuno é così coglione da produrre nel lungo periodo quella fottuta unità in più se nessuno gliela paga (e lui i costi li paga tutti). Quindi é logicamente vero che il problema non é il mercato: non é il mercato che causa l’eccesso di inquinamento ma la sua assenza. Infatti é il mancato pagamento del costo dell’inquinamento che genera sovrapproduzione. In effetti la idea di Kyoto é una derivazione di questa: creiamo un mercato per i diritti ad inquinare. Kyoto era una minchiata perché non includeva i paesi in via di sviluppo in cui tutte le produzioni si sarebbero trasferite, ma la logica é corretta. [Esistono altre soluzioni: TASSE per esempio]
(3) quando i decrescisti propongono produzioni più efficienti propongono PIU’ CRESCITA. in effetti dicono che la quantità di beni a disposizione date le risorse che si utilizzano deve essere più alta. Il punto é che le attuali tecniche di produzione sono troppo inquinanti? ok. Il punto é che il PIL non considera i costi ambientali? ok. ma qualcuno mi dice cosa diavolo c’entra la crescita?
Altro esempio: le tecniche di produzione o il modo di produrre. Qui il discorso é un po’ più complicato. Possiamo cercare di stare in contesto generale in cui le persone abbiano preferenze esplicite sopra lo sforzo e l’organizzazione di una qualsiasi attività lavorativa. Bene: é assolutamente evidente che se esistessero mercati completiallora io potrei sempre scontare qualsiasi flusso futuro e accedere oggi al credito e mettermi su l’attività che più mi piacicchia. Esiste anche una possibilità alternativa: la esistenza di contratti completi se si potesse scrivere senza costo (e farlo rispettare, senza costo) un contratto che includa tutte le possibili alternative allora la gente potrebbe sempre organizzare nella maniera più efficiente (in armonia completa con le preferenze) tutte le produzioni, eliminando la necessità di rapporti autoritativi (cioè assegnare a qualcuno il diritto a prendere decisioni per tutti in cambio dei residui generati dai mezzi di produzione). Quindi da una parte il problema é una assenza: mercato del credito imperfetto. Non vedo cosa c’entri la globalizzazione o la crescita. Dall’altra c’é la questione dei contratti, che completi non sono. E’ il problema della democrazia economica: io credo sia una questione importante (se volete ne discuto in dettaglio, qui non posso farlo), ma bisogna tenere presente che: (a) da una parte la struttura capitalista della produzione nasce proprio per risolvere un problema di efficienza, (b) dall’altra pensare che si chiude baracca e burattini e si inizia il mitico mondo della decrescita ha dei costi, in termini di incentivi a produrre, oltre al non trascurabile problema che bisogna dire anche come stramaledizione funziona (il socialismo reale é una opzione ma pare che i risultati non siano stati granché).
Pensate di essere alla fine? cazzi vostri, siamo a metà
.
Quando i decrescisti (quelli di Pallante, che il mio amico Oz mica casca in queste cose) si lamentano del prezzo del petrolio, la spiegazione scientifica é una sola: SI SONO BEVUTI IL CERVELLO. Se il prezzo del petrolio non cresce nessuno avrà mai il diamine di incentivo a sostituirlo. Poi certo, la tecnologia é path dependent e non é detto che le sostituzioni siano il massimo (anche qui non entro in dettaglio ma se volete ne parliamo). Può essere che un prezzo alto non risolva il problema, ma sicuramente va nella direzione giusta. Un prezzo basso va nella direzione sbagliata. Il perché é banale: prezzo alto da un segnale di scarsità, prezzo basso l’opposto.
Altro cavallo di battaglia: la crescita continua crea disoccupazione. Allora: (1) un significativo aumento di persone che pur cercando lavoro non lo trovano si riscontra in Europa continentale tra Settanta e Ottanta. Le riforme degli Anni Novanta segnano il riassorbimento di questo fenomeno. Poi possiamo discutere a che prezzo questo avvenga (dibattito su precarietà), ma il dato é indiscutibile. (2) in USA non c’é nessun trend di aumento su tutto il periodo. (3) a livello mondiale non esiste alcuna tendenza di aumento della disoccupazione. (4) Esiste invece, un trend di lunghissimo periodo di riduzione delle ore lavorate, evidente effetto del progresso tecnico: QUALCUNO SI STA LAMENTANDO DI QUESTO?
Seguiamo il punto: il progresso tecnico permette di produrre di più a parità di risorse. Questa é una condizione inevitabile sia che io voglia godere di più beni o servizi, sia che io voglia avere più tempo per farmi le pugnette sul divano (cioé maggiore tempo libero). L’accusa al progresso tecnico di distruggere saperi tradizionali é come augurarsi un ritorno all’epoca in cui uno per tirare a campare doveva lavorare 20 ore al giorno. Si badi che la logica é paradossale: quanto é tradizionale la tradizione che vogliamo salvare? torniamo a caccia e pesca? facciamo i bilanci con il pallottoliere? macchina da scrivere? davvero potete vivere senza il Mac (ok qui sto scherzando)?
In generale dobbiamo sempre pensare che un sentiero di crescita é un sentiero dove innanzitutto le tecniche di produzione cambiano: non possiamo fare i ragionamenti del tipo: “se tutto il mondo consumasse come noi allora…” perché se tutto il mondo consumasse come noi molte più risorse diventerebbero relativamente scarse e questo porterebbe a cercare altre risorse oppure a risparmiarle sostituendole. Certo esistono fattori fissi nel breve periodo, esistono dinamiche tecnologiche che si autoalimentano, ma nel lungo periodo le tecniche cambiano anche in modo radicale (abbiamo già vissuto cinque rotture rivoluzionarie, vulgo rivoluzioni industriali).
Faccio notare una cosa: nel manifesto si dice “se smettiamo di consumare possiamo creare molto lavoro in settori nuovi come quello del riciclaggio bla bla”: questo é quello che avviene normalmente in un sentiero di crescita, il progresso tecnico permette di risparmiare risorse che vengono messe a fare qualcosa di nuovo. Questo é quello che gli economisti vogliono che accada, questo é quello che i descrescisti vogliono che accada: la differenza sta nel come raggiungerlo. Gli economisti pensano che per ridurre lo spreco delle risorse indotto da fenomeni come l’inquinamento sia necessario che la gente paghi. In questo modo internalizzerà l’esternalità: visto che la gente é stronza, bisogna fare in modo che nel fare il suo interesse faccia anche quello generale. I decrescisti…. beh i decrescisti non lo so come sperino di ottenerlo, ma sono felice di discuterlo.
Fine esempietti: iniziamo a discutere di cose serie. Il sistema economico attuale si é formato attraverso continui processi di specializzazione, che hanno aumentato la produttività e quindi hanno generato crescita. Nel processo si sono modificate in maniera brutale le regole del gioco (le istituzioni). Questo é un processo del tutto ovvio: le istituzioni servono a generare risposte prevedibili in un ambiente incerto, stabilizzando il sistema. Questa é una condizione perché si possa essere più efficienti. L’organizzazione non é altro che un modo di creare ordine in sistemi complessi, dove molti elementi interagiscono.
Ora i decrescisti si lamentano di questo dicendo che sta avvenendo una costante spersonalizzazione dei rapporti umani, che riduce l’autonomia individuale. Uno dei riferimenti d’obbligo per loro é il signor Illich che parla di de-istituzionalizzare la società. Premesso che mai e poi mai proveró a seguire sul versante psicologico, questo processo é inevitabile se si vuole essere efficienti. Riducendo drasticamente la scala delle interazioni: (a) la spersonalizzazione non si elimina, si riduce semplicemente, (b) la mancata specializzazione genererebbe un uso molto più elevato delle risorse. Detto in parole semplici, ognuno dovrebbe farsi tutto, questo genererebbe sprechi: é molto meglio se ciascuno fa la cosa che sa fare meglio e poi scambiamo.
Ora nulla vieta di porsi una funzione di benessere sociale particolare che si ponga obiettivo di carattere distributivo, magari in aperto conflitto con la crescita [Esempio: redistribuzione egualityaria del reddito, che riduce gli incentivi a produrre]. Questo é grosso modo quello che aveva in testa Mill: riorganizzazione del sistema attraverso ridefinizione di obiettivi politici nuovi e riorganizzazione della produzione. Tutto questo é naturalmente possibile a patto che:
(a) si sia coscienti dei costi, cioè degli incentivi dei partecipanti al gioco, in termini di minore efficienza
(b) si sia coscienti che questo richiede un processo politico, che impone a sua volta strutture organizzative e istituzioni.
Se vogliamo ordine, ci servono meccanismi e istituzioni.
Se vogliamo efficienza, ci serve specializzazione e divisione del lavoro.
Soprattutto, peró, bisogna avere chiaro che qualsiasi essa [la funzione di benessere sociale] sia, si tratta di una funzione particolare, presa tra infinite. Non c’é nulla di generale in esso: pertanto servirà un qualche processo politico per deciderla e quindi altre istituzioni. Sempre lí torniamo, mi dispiace: il mondo in piccola scala é inefficiente, il mondo in larga scala é molto anonimo
Mill era tranquillo: nella sua teoria lo stato stazionario sarebbe comunque arrivato. La terra é limitata, nel mondo dei classici, e il sistema converge al sentiero bilanciato: tutte le variabili crescono allo stesso tasso, se un fattore é in quantità fissa il sistema non può che convergere a crescita zero.
Infine Georgescu Roegen: ma qui dovrei introdurre il secondo principio della termodinamica e sono stanco. Mi fermo qui. A presto. Per la Seconda Parte.
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economia
maggio 9, 2008

L’ultima volta che sono passato in Via Mancinelli è stata un freddo sabato autunnale di qualche anno fa. Tornavo da una serata in un noto locale milanese e all’altezza di via Leoncavallo mi ricordai di voi due, e della vostra triste storia. Via Mancinelli non è esattamente una bella zona. E’ una strada buia e squallida, che da un alto è occupata quasi interamente dal deposito pullmann dell’atm, e dall’altra ostenta in parata alcuni tra i più anonimi caseggiati della città. E’ una via di periferia come tante, che di notte è deserta e poco raccomandabile. Un luogo perfetto per un duplice omicidio. (continua…)
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milano,
politica
maggio 8, 2008

Altro che Schumacher…. SALUT, GILLES !
(8 maggio 1982. Zolder, Gran Premio del Belgio)
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villeneuve
maggio 7, 2008
Trent’anni sono molto lunghi per chi ancora cerca giustizia, per chi sente dentro un vuoto incolmabile e vive ogni singolo giorno accompagnato da una sola, angosciante domanda: “Perché?”. Trent’anni passano veloci per chi invece l’ha fatta franca, e si è costruito una ricca carriera, in barba agli ideali proletari sposati ciecamente in gioventù. Roberto Crescenzio era uno studente lavoratore come tanti, che commise un unico fatale errore: prendersi un aperitivo con un amico nel bar sbagliato. Il 1 ottobre del 1977 a Torino, un corteo di circa 3.000 persone, tra cui numerosi membri di Lotta Continua, parte dal centro cittadino diretto alla sede del MSI di Corso Francia 19: L’aria è tesa e perchè il giorno prima, a Roma, un gruppo di non identificati “fascisti” ha ucciso con due colpi di pistola Walter Rossi, militante 20enne della sinistra extraparlamentare. Quando il corteo arriva in Corso Francia viene però disperso dalle cariche della polizia: tra il fumo dei lacrimogeni e le urla delle sirene, una parte dei manifestanti torna allora indietro in direzione del centro. Da alcuni mesi infatti, negli ambienti della sinistra più estrema si mormora che il bar “Angelo Azzurro” in via Po all’ angolo con via Sant’Ottavio, vicino all’Università (l’attuale XO’), sia un ritrovo abituale di neofascisti e di spacciatori di eroina. Nessuno ha le prove, nessuno ha ovviamente verificato, ma i “si dice” e i “forse” sono molto più forti della coscienza critica individuale e della verità dei fatti; nel 1977, a Torino, questi sospetti bastano e avanzano per massacrare un innocente inerme. Roberto Crescenzio è all’interno del bar in compagnia di un amico, e ancora non sa che la sua faccia pulita da bravo ragazzo anni’70 si trasformerà di lì a breve in una grottesca maschera di dolore. Lui non ha simpatie politiche particolari, non è apertamente schierato a sinistra o a destra come molti suoi coetanei; è in quel dannato bar soltanto per salutare il suo amico Diego e bere qualcosa insieme. Il gruppetto di militanti si avvicina al locale, qualcuno entra con una pistola in mano e urla slogan contro “i fascisti”, mentre altri iniziano a tirare numerose bottiglie molotov all’interno. Tutti scappano fuori ad eccezione di Roberto che, preso dal panico, corre in bagno e si chiude dentro, segnando di fatto la sua fine. In un attimo le fiamme, alimentate anche dagli alcoolici dietro il bancone, divorano tutto il locale, passando dalle pesanti tende alla moquette, dalle sedie al soffitto, dal bancone ai tavolini. Roberto capisce che da quel bagno rischia di non uscire mai più e all’improvviso apre la porta e si butta a capofitto verso l’ingresso. Corre disperato verso l’uscita su via Po ma nella corsa inciampa, cade sulla moquette fusa, è avvolto dalle lingue di fuoco, senza scampo. Purtroppo per lui non muore subito, e riesce a uscire in strada tra l’orrore dei passanti, che cercano disperatamente di spegnere le fiamme dai suoi vestiti a brandelli. C’è una foto, una terribile foto scattata da un reporter sul luogo dell’incendio, che ci fornisce l’esatta dimensione della tragedia, la fine di una giovane vita incenerita dalla follia di piazza e dall’ideologia più becera. La fotografia ritrae quel che resta del povero Roberto, seduto rigidamente su una sedia da bar come un orribile e involontario bonzo di città, con i vestiti che non ci sono più, i capelli bruciati raccolti in piccoli ciuffi sul capo e gli occhi semiaperti che osservano imploranti le persone intorno a lui. (http://www.vittimeterrorismo.it/memorie/foto/crescenzio1.jpg). Incredibilmente Il ragazzo è ancora lucido, ma ha ustioni gravissime sul 95% del corpo e morirà 2 giorni più tardi al CTO di Torino, tra atroci sofferenze. La sua morte segna di fatto la fine del Movimento studentesco torinese, che di lì a poco si spaccherà in mille frammenti, alcuni dei quali entreranno nella clandestinità e nella lotta armata. In tutti questi anni Roberto Crescenzio non ha mai avuto giustizia e il reato è caduto in prescrizione. I nomi di chi materialmente tirò le molotov contro il bar non sono ancora noti, né probabilmente lo saranno in futuro. Reticenze, omertà, solidarietà di partito e amicizie influenti dei personaggi coinvolti (alcuni dei quali appartenenti alla “Torino bene”), hanno di fatto nascosto le responsabilità individuali, in nome dell’assurda logica “tutti colpevoli, nessun colpevole”, tipica dei reduci dell’estremismo politico anni’70. Alcuni degli indagati sono morti di malattie incurabili o di droga negli anni’80, altri invece, dopo qualche annetto di carcere per episodi minori, hanno continuato a vivere senza rimorsi a Torino, e sono oggi stimati ginecologi o importantissimi personaggi della vita culturale e cinematografica cittadina. Nessuno di loro ha mai fatto i nomi dei colpevoli, nessuno di loro si è mai dichiarato responsabile dell’omicidio di Roberto, che dal piccolo cimitero di Sassi ancora attende di conoscere i nomi dei suoi carnefici. Bruno Babando, un giornalista torinese, ha recentemente scritto un bel libro, ”Non sei tu l’Angelo Azzurro”, edito da Marco Valerio editore, che ripercorre gli ultimi istanti di vita del povero Roberto e i tragici fatti di Via Po. E’un libro amaro, che si legge tutto d’un fiato e che andrebbe fatto leggere anche nelle scuole, per far conoscere agli studenti d’oggi la cieca violenza ideologica dei loro coetanei di trent’anni fa, che cercavano la Rivoluzione e la persero nel sangue. Babando ha presentato il suo libro ieri sera a Palazzo Nuovo, in un affollato incontro a cui erano stati invitati anche Piero Fassino, nel 1977 consigliere comunale per il PCI, e altri politici dell’epoca. Stranamente, non si è presentato nessuno.
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