C'è una bambina in difficoltà. Lo so, ce ne sono tante, ma di questa bambina io conosco la mamma e il papà e so che sono persone serie. Hanno bisogno di aiuto per andare in Thailandia a sperimentare un trapianto di cellule staminali. Cliccate il link qui sotto, e magari ci rendiamo un po' artefici del loro miracolo. Chissà. (m.g.)
Così vai a farti visitare da questo medico omeopatico, straniero e gentile. Non ti fa spogliare, ti fa parlare. Racconti la tua vita per malanni. Lo sai già che i dottori si entusiasmano. A questo accade quando arrivi alla parte in cui dici “Ho seguito una terapia per il controllo della rabbia, a Beirut”.
Che cosa ti ci ha portato?
“Una volta, in auto, ho aggredito verbalmente quattro hezbollah, non considerando le conseguenze. Attraversavo un periodo difficile”.
Ti dovrebbe curare un problema che sta nello stomaco, nella cistifellea, nei reni, o chissà, ma quando scopre che hai mal di testa da quarant’anni è lì che va a puntare. Inutile dirgli: non ci è mai riuscito nessuno, soltanto il Saridon.
Ti chiede di dire con parole tue che cosa provi quando ti viene.
“E’ come se il cervello fosse una spugna che si solidifica, diventa una roccia porosa, che niente può scalfire”.
E quando passa?
“Lenzuola bianche”.
Come?
“Vedo lenzuola bianche, stese ad asciugare su un prato, in cima a una scogliera, le muove il vento, le lenzuola si gonfiano, con leggerezza e io sono disteso ad aspettare: qualcuno che aspetto sta tornando. E’ quel che vedo, quel che provo. E’ la cosa più bella che si possa provare: liberazione. Non libertà, liberazione. Svegliarsi dall’anestesia ed essere ancora vivi. Avere l’esito della biopsia e tutto è a posto. La foto che ho nel portafoglio: gli internati nel lager il giorno in cui i russi buttano giù il filo spinato con i carri armati, il conte di Montecristo, il superamento del lutto, liberazione, lenzuola bianche, la fine dell’attesa. Non c’è niente che valga altrettanto, il dolore è una strada, in fondo c’è il traguardo. Non è la conquista che conta, è la liberazione”.
Tace, ha in mano una ricetta. La piega e te la consegna. Ti dice di tornare da lui tra un mese. Esci, paghi la segretaria, vai in farmacia. Consegni la ricetta. Il farmacista ti guarda strano. Dice: “Qui non c’è scritto niente”. Guardi la ricetta: è bianca. Un lenzuolo bianco. Non ti ha dato nessuna cura. Sennò, come potresti liberarti?
Al triage l’infermiera è gentile. S’informa, ascolta, annota. “Si accomodi, verrà chiamato il più presto possibile”. Una, due, dieci, cinquanta volte a turno quando va bene. Sono le 11 al Pronto Soccorso di Alba e l’infermiera é a metà: il cambio, e relativo passaggio di consegne, avverrà alle 15.
Il triage è l’accettazione per quelli che arrivano con “mezzi propri”, come da possibilità burocratica. Gli altri, quelli delle ambulanze, arrivano in barella e accedono direttamente alla sala visite e ai letti per la degenza temporanea. Da almeno un quindicennio le banche hanno smesso gli sportelli blindati a favore di banconi soltanto leggermente più alti della media, giacché si è capito che é inutile frapporre ostacoli materiali tra rapinatore armato con possibili ostaggi e il denaro custodito. Permangono sufficientemente blindati: gli uffici postali, e l’accettazione del Pronto Soccorso di Alba. L’architettura di vetri doppi e una piccola fessura per lo scambio dei documenti è, di fatto, una difesa preventiva. Che sia una guerra è chiaro al decimo minuto di permanenza nella sala d’aspetto. Da una parte il personale medico e paramedico. Dall’altra gli utenti aspiranti pazienti e i loro famigliari. In mezzo, il vetro dell’accettazione. E’ una guerra, come tante, fondata sull’ignoranza e sul principio delle spiegazioni non fornite.
Non amo la legge sulla privacy, non ne condivido la filosofia e ne ritengo inapplicabili e quindi inapplicate le disposizioni. Nessuno la conosce e tutti la citano. “Per la privacy”, dicono quelli che sul campanello mettono soltanto un numero, o ben che vada le iniziali. Sei un magistrato minacciato dalla mafia? No, sei un povero pirla che rifiuta i suoi simili. Però non avrei piacere che tutti sapessero che mi si è lacerato il glande, eventualmente. Invece chi riferisce all’infermiera la manifestazione dei problemi di salute suoi o di un famigliare è ascoltato in presa diretta da tutti quelli che attendono il loro turno nella sala d’aspetto. Questo è un effetto collaterale della difesa preventiva: se metti i vetri doppi hai bisogno di un microfono, così chi sta fuori urla per farsi sentire da chi è dentro e la voce di chi è dentro si diffonde nell’aria con effetto stereofonico.
Il signor B è arrivato alla stazione, ha percorso qualche metro e ha sentito un dolore lancinante alla schiena. “Una fitta incredibile in mezzo alle costole”, riferirà poco dopo al telefonino con qualcuno preoccupato per la sua sparizione e poi delle sue condizioni di salute. E’ alto ma tozzo, indossa un abito celeste di lino, spiegazzato, un’improbabile maglietta bianca con disegno sotto, porta i capelli alle spalle e gli si nota l’abbronzatura. Suda. La giacca, sulla schiena, è inzuppata. In mano ha un plico di fotocopie, l’inseparabile cellulare e un pacchetto di Diana blu. Ogni tanto fuma, ogni tanto telefona, più spesso smadonna. E’ arrivato alle 12. Dopo un’ora è ancora lì.
L’uomo dietro di me è in fibrillazione. In tutti i sensi. Il linguaggio giornalistico attinge dal quotidiano. Questo uomo si è sentito male il giorno prima, gli è mancato il fiato, è andato dal medico di base ed è stato spedito direttamente in pronto soccorso. Ieri sera. Battiti a 170, diagnosi: fibrillazione. Prognosi: ricovero. “Ma io sono solo a casa, ho da fare. Torno domani”. Alla moglie in questi giorni animatrice di un campo scuola sulle colline a metà tra Piemonte e Liguria ha detto al telefono: “Oggi sono stato in pronto soccorso, poi mi hanno lasciato andare a casa. Torno là domani”. Meraviglia della lingua italiana, e potere delle parole. “Si, ma non mi aveva detto che aveva firmato. Certo che se firmi ti lasciano andare a casa, no?!?”, puntualizza la donna, rientrata di corsa in città questa mattina e ora accanto a lui. L’infermiera esce e gli misura i parametri vitali col saturimetro. Tutto ok, non è così malandato, può aspettare.
Ci sono quattro colori sulle pareti, incastonati in una cornice di vetro. Bianco, giallo, verde e rosso. Accanto a un cartello, la cui sostanza é: dal 1° gennaio 2007 il codice bianco paga 25 € di ticket. Lo ha deciso la Regione Piemonte, per scoraggiare gli accessi inutili. Inutile, invece, è la norma. Un medico mi raccontò che quando gioca l’Italia le sale d’aspetto sono vuote, mentre il boom è la domenica pomeriggio. “Una volta si presentò una tizia, una signora della collina, tutta tirata. Erano le 15 di una domenica primaverile. Questa aveva un foruncolo su una guancia, era preoccupata che potesse rimanerle il segno. E’ venuta in pronto soccorso”. Dal che si deducono due cose: la mente comanda il corpo – se la mente pensa a Buffon il corpo sta bene – e la domenica pomeriggio gli italiani fondamentalmente si annoiano.
“E’ andata dal suo medico di base?” chiede l’infermiera a questa donna marocchina che lamenta pustole fastidiosissime sulle gambe. “No, io venuta qui”. “Ma non è una prestazione da pronto soccorso, questa, deve andare dal suo medico di base”, rilancia l’infermiera, sempre gentile. Una, due, dieci, chissà quante volte fino a fine turno. “Comunque si accomodi, ci sarà parecchio da aspettare, la sua non è un’urgenza”, infine. “Bene io aspetto”. Dei 25 euro non c’è ombra.
Aspetta invece il referto di una radiografia al piede una donna rumena (38 anni, separata, una figlia di 20: non lo chiedono al triage ma è il frutto del dialogo con una connazionale che mi sono fatto tradurre) che lavora alla mensa di questo ospedale. E’ caduta e ha preso una storta. L’ha accompagnata una collega, anche lei rumena. Il rumeno è la terza lingua ufficiale del pronto soccorso, appena dopo il piemontese. “Ma siete tutte in Piemonte?”, chiedo a una signora di Timisoara. “Si, in Piemonte tante. Ma anche a Milano, e Treviso”. “E al Sud niente?”. “No, Sicilia poco”. Gongolo campanilisticamente per la predilezione degli stranieri per il Piemonte un attimo prima di ascoltare: “…qui pagano meglio!”, e poi si mette a ridere.
Nella sala d’aspetto c’è l’aria condizionata. Non troppa, giusta. E un seggiolino rotto. “Occorre metterlo in evidenza, altrimenti qualcuno rischia di sedersi e farsi male”, dico a voce alta mentre provo a scardinarlo completamente. “Eh, ma sai, siamo al pronto soccorso qui”, ribatte una donna. Il mondo si divide tra quelli cui va tutto bene e quelli cui va tutto male. Statisticamente, entrambe le cose sono impossibili. La realtà è neutra, dicono gli analisti. Sottinteso: è il valore che attribuisci alle cose il filtro che ti conduce a giudicarle. Questa signora non apprezza l’aria condizionata e disprezza il seggiolino rotto. Questa signora è una combattente di mezza linea nell’agone tra utente e istituzione sanitaria.
In prima linea il signor B, che ora suona il campanello del triage. “Non per essere petulante, ma non mi hanno ancora chiamato”, dice, pezzato, all’infermiera. “Lei dovrebbe essere il prossimo, anche se non posso garantirglielo con certezza, dipende dall’urgenza”. Il signor B cerca il mio sguardo complice, che mi lamenti dei disservizi della sanità italiana, che lo appoggi magari insultando l’infermiera gentile o un medico che, al di là della porta, starà perdendo tempo in chissà quali attività. Il signor B ignora che, poco prima, gli avevo diagnosticato una semplice crisi di panico con annessa sudorazione da obesità, giocando al dottore con la ragazza rumena che mi aveva tradotto il dialogo della donna dal piede storto. Il signor B farà una lastra e ne ritirerà il referto alle 18.30, a sei ore e trenta minuti dall’arrivo.
Un brigadiere dei carabinieri accompagna un ragazzo con le orecchie innestate di ferro. Spilli, non orecchini. Come uno spillo ha alle labbra, e uno alla guancia. Una giovane mamma (rumena?) lo osserva e prova ribrezzo. Trova lo sguardo complice di un uomo in canottiera, che attende in piedi. “Andasse da Manera sarebbe ricco”, è il suo commento. Manera, il più noto raccoglitore di ferro e carta di tutto l’albese. Il brigadiere e il ragazzo entrano immediatamente. Poco dopo arriva una ragazzina, 15 anni, che inizia a chiedere, in maniera davvero gentile – insolito per quell’età – dove sia un ragazzo arrivato con un carabiniere. Anche lei porta in viso un po’ di ferro. Si fossero baciati sotto una calamita avrei capito il motivo dell’arrivo in pronto soccorso. Ci pensa lei, al solito ascoltata da tutto l’uditorio, a rivelarlo: “Deve fare la pipì”. Col carabiniere. “Non è certo prostata”, sussurro, e la ragazza accanto a me sorride, invitandomi a una diagnosi differenziale.
C’è un uomo che, nell’attesa, incontra un conoscente. “Mi hanno detto di non dire che ero sul lavoro, ma io ero sul lavoro. Guido i muletti, ne abbiamo uno nuovo, uno che dovrebbe essere supersicuro. Ha sistemi di sicurezza innovativi, se alzi il culo dal seggiolino, il muletto si blocca. Io mi sono alzato per prendere l’accendino dai pantaloni, e in un attimo quello s’è bloccato, e io ho fatto un volo di due metri”. Il riportato è fedele. Ora, se gli dicono di non dire che era sul lavoro e l’operaio accetta, è evidente che qualcosa non funziona nel sistema di contrattazione collettiva che impedisce a un lavoratore di essere forte in maniera quanto meno sufficiente a comportarsi secondo verità. In più, se davvero esiste un muletto che, alla ricerca della sicurezza assoluta, s’inchioda e fa sobbalzare il conducente, un esame di coscienza tocca pure ai tecnici che di sicurezza si riempiono la bocca. Gli diagnostico nulla di rotto: parla e cammina regolarmente, e infatti non è tra le priorità.
Alle 18 ho contato cinque arrivi con l’ambulanza e una trentina “con mezzi propri”. In 7 ore. Di quelli del mattino, nessuno oltre il signor B è rimasto nella sala d’attesa. Di quelli che sono passati, almeno la metà si è lamentata per qualcosa: la macchia sul muro, il seggiolino rotto, il tempo di attesa, la (poca) aria condizionata, la (troppa) aria condizionata, l’indelicatezza del medico di base, il fancazzismo delle infermiere, il tempo di attesa, l’incompetenza dei medici, il fancazzismo dei medici, l’indelicatezza delle infermiere, l’elevata probabilità che la diagnosi non sia corretta, il tempo di attesa. Avrei voluto interrogarli, se la mia dose di cinismo fosse superiore l’avrei fatto. Ognuno di noi cambia – secondo alcuni rivela la sua vera natura – in stato di necessità, e quando la preoccupazione è forte si ritiene più degno di chiunque altro. Avrei voluto chiedere loro se conoscono l’organizzazione di un ospedale, di un pronto soccorso, se hanno mai diretto qualcosa in vita loro, se sanno quanti ci lavorano, quanti medici, i turni delle infermiere, cosa fa esattamente un portantino, se conoscono le procedure per ottenere il referto di una radiografia, com’è strutturato l’orario del neurologo, se sanno che la consulenza chirurgica in qualche ospedale é immediata e in qualche altro no, che dopo un certo orario occorre attendere che il ginecologo arrivi da fuori ospedale, ché può essere legittimamente in giro con la moglie come a curare legittimamente altre persone. E qui si spezza il dialogo: nessuno insegna, spiega, racconta, informa. Il primo panico mi prese al terzo volo: i primi due erano andati, col senno di poi, benissimo: semplicemente perfetti. Avevo sentito parlare delle turbolenze e dei balli, soltanto ne ignoravo la portata. Al terzo volo iniziammo a danzare nell’aria, l’acqua schizzava via dalle caraffe delle hostess e io guardavo il vicino che continuava a leggere beato il giornale. Il comandante prese la parola e disse: “E’ ir comandante che ve parla….stamo ‘n crosciera….stamo sopra l’Erba (Elba, ndb), trappoco arrivamo a Genova…e da Genova inizieremo a scenne su Ttorino….”, nel suo romanesco di borgata. L’aereo ballava, ma il comandante lo immaginavi con un cocktail in mano e le ciabatte infradito. Non aveva fatto parola di condizioni meteo, ma, soprattutto, aveva informato. Nella sala d’attesa di un pronto soccorso regna l’ignoranza, la direzione sanitaria non ritiene di dover informare probabilmente perché ritiene che sia superfluo e inutile, in quanto il singolo può essere buono ma la sommatoria di singoli è senz’altro pessima, e non capirebbe comunque. Così, alla quotidiana guerra, quelli al di là lasciano questi al di qua a snervarsi, difesi da un doppio vetro di cui soltanto a fine giornata capisco la necessità.
Quando esco il sole è indebolito. Della sfilata dell’umanità al banco accettazione di questo ospedale di provincia l’ultimo volto è quello del signor F, che adesso dorme beato su una barella. Quando arrivò, tre ore prima, era legato a una sedia. Urlava e sbraitava, insultava la moglie e il figlio, pur essendo incapace di qualsiasi altra azione volontaria. Demenza, o comunque una malattia del sistema neurovegetativo. Quando lo vedemmo, la ragazza accanto a me si fece seria e smettemmo il gioco del dottore. “In Romania non diventano vecchi così”. Muoiono prima, risparmiando a gran parte della popolazione questi scempi ai corpi che assassinano l’anima di chi è loro accanto da tutta una vita. Quando esco dal parcheggio l’auto che mi precede è quella del dottor D, il neurologo sceso dal reparto per il vecchietto. Oltrepassa il passaggio a livello e si allontana sotto il sole basso all’orizzonte. Lui domani torna dentro, al di là del doppio vetro. Io, per fortuna, no.
All’inizio erano in due. Una é magra e nerboruta, si muove agitando le mani e con passi rapidi, la guardi in viso e pensi: questa è stata la più bella di tutte fino alle scuole medie, poi è sbocciata male. Ex bella, e, ora, pure ex fioraia. E’ rimasta l’altra, quella grassa e non bella, la guardi in viso e pensi: questa ha sempre comandato, quando aveva 5 anni e fin dopo le scuole medie. Comandante un tempo, e ora.
La fioraia rimasta la frequento da un anno e mezzo. Vedo più lei di alcuni amici storici. Quasi ogni sabato mi accoglie nel suo spazio, mi sorride e mi fa il mazzo. A me lo prepara, alla socia l’ha fatto.
“Eh si, stai tranquilla, d’ora in avanti ci sarò soltanto più io in negozio, io o mia madre“, disse tempo fa sorridendo a una cliente avanti a me. “Così finalmente sono finiti i problemi“, e via il sogghigno. L’altra, l’ex bionda, l’ex bella, mancava in effetti da due settimane. Ascolti e pensi: qui c’è un cadavere nascosto sotto la terra di una vigna, in questo angolo di Langa alla periferia di Alba. Ex viva?
Un giorno venne il padre. Stava seduto su una sedia osservando in silenzio la vetrina dall’interno. A un certo punto prese la parola e disse qualcosa. La figlia rispose: “Come?! Cinquecento metri e hai preso la macchina?!?“. L’uomo negò, timidamente, di aver preso l’auto, e cercò il conforto della moglie che faceva la spola tra retro e bancone. Ella lo rinnegò tacendo. E gli ordinò la nuova consegna.
La volta in cui la fioraia stava servendo un cliente chiesi i fiori alla madre. Mi consigliò, li prese dai vasi, li sistemò tra le mani. La figlia glieli strappò via. “Ah, me lo fai tu?“, chiesi stupito del trattamento di favore, sorridendo compiaciuto. “Si, lei non è capace“, disse a voce alta la figlia. La madre passò all’altro cliente, il cui mazzo, evidentemente, era privo di difficoltà.
“E’ vietato passare dietro il bancone. I sigg.ri clienti stanno DAVANTI al bancone, non dietro. Grazie“, sta scritto a pennarello nero su foglio bianco, appeso a due metri da terra. “Vieni regolarmente assalita dai fan?“, chiesi il giorno in cui lo vidi, sorridendo al solito. “Guarda, la gente è proprio cafona. Incredibile. Questi entrano, vanno, vengono, ti giri un attimo e te li ritrovi dietro il bancone, a scegliersi i fiori. E no, i fiori glieli do io, se permetti“.
Quando il ministero diffuse online per un pomeriggio i redditi degli italiani fui sorpreso di trovarmi Luciana Littizzetto a quota un milione e ottocentomila euro. Quel sabato, come spesso, la radio del negozio ne diffondeva la voce. “Da quando so quanto guadagna la ascolto meno volentieri“, riferii, stavolta sorridendo meno. “Ah. Beh. Si. Ma a me fa impazzire, è troppo brava, mi fa morir dal ridere“. “E’ sempre su RadioDeejay?“. “Certo, tutti i sabati mattina, la ascolto sempre, è bravissima“. Iniziai una riflessione sull’estrema importanza della scelta del consumatore al momento del consumo: quando dissi che secondo me libertà individuale è anche conoscere i redditi degli uomini di spettacolo per poter scegliere se premiarli o meno a seconda di ciò che pensiamo di loro cambiando canale o spegnendo la radio, mi rispose: “Dove taglio il gambo? Qui va bene?”
“I signori rappresentanti sono pregati di prendere appuntamento PRIMA di presentarsi in negozio!“. E’ il punto esclamativo che non mi torna. Non puoi scrivere Si declina ogni responsabilità per eventuali incidenti nel corso della manifestazione, quando i codici prevedono la responsabilità oggettiva degli organizzatori. Non puoi dire Non per essere razzista, ma i negri sono diversi da noi. Non puoi pregare qualcuno col punto esclamativo. E, soprattutto, non puoi scrivere ai rappresentanti (pennarello nero, foglio bianco, appeso sulla vetrata accanto alla porta di ingresso) un cartello che vedono una volta in negozio, a meno che non voglia, davvero, che il rappresentante giri i tacchi e non varchi l’ingresso, una volta arrivato all’ingresso.
“Rose arancioni non ne ho più, stamattina ho già chiamato il magazzino tre volte. La terza è stata mezz’ora dopo la seconda. Ho provato, pensavo di non trovare più nessuno visto che alla seconda telefonata mi avevano detto che sarebbero partiti subito. E invece erano ancora lì, non erano ancora partiti. Quindici chilometri devono fare, quindici. Ma sai, è una cooperativa, che gli frega a loro di lavorare. Se avessero un negozio da mandare avanti, saprebbero cosa significa lavorare davvero. Le cooperative, invece. Sai, no?“. Veramente no, comunque sto al gioco. Dev’essere colpa di Prodi. Vorrei dirle che ho visto persone in uffici pubblici efficientissime e persone in aziende private in vacanza da una vita, nonché viceversa, e non ho mai chiesto loro il tipo di contratto o la forma societaria. Vorrei dirle che il problema dell’incentivazione alla produttività è reale e va approfondito, ma spesso, pragmaticamente, il problema è la dirigenza più che la manovalanza. Vorrei dirle che se alla Corte dei Conti timbrano e vanno a fare la spesa, ci sarà pure un capoufficio che nota che uno dei suoi non è in ufficio, o no? Qualcuno visterà le presenze e le ferie e i permessi, no? E cosa c’entra la cooperativa, poi? Vorrei dirle tutto questo e invece dico: “Ma è vero che l’Olanda è la patria dei fiori?“.
Quando parlo della mia terra con amici che piemontesi non sono, spesso ridiamo del luogo comune: falsi e cortesi. Ecco, dovrei portarli a conoscere la mia fioraia. Gentilissima, e affabilissima, non le affiderei un solo istante dell’educazione del figlio che non ho. Il perché io continui a frequentarla e non abbia intenzione di smettere è un mistero che s’aggiunge all’altro: che fine ha fatto l’ex socia?
Un film di Adrian Lyne. Con Richard Gere, Diane Lane, Olivier Martinez, Erik Per Sullivan, Michael Emerson. Genere Drammatico, colore 110 minuti. – Produzione USA 2002.
C’è molto vento il giorno in cui Diane Lane (lei) s’imbatte nello strafigo Olivier Martinez (l’altro), lo abbatte e sale a casa sua a curare il ginocchio abrasionato. Lui è Richard Gere, giacca e cravatta, azienda, bella casa, pargolo novenne, mezzo bunòm mezzo affarista, la sicurezza. Lei è bionda, bella, che non si capisce che lavoro faccia ma molto americanamente c’entra qualcosa con la sempreverde “fondazione“. L’altro è Olivier Martinez (nella locandina, è il proprietario del peritoneo su cui appoggia il viso la bionda), strafigo, maglione e cappotto, jeans, libri, barba (pizzo) incolto, sesso allo stato puro (e nemmeno troppo di testa, anzi di testa all’americana: farlo scrittore sarebbe stato banale, farlo affarista non ci sarebbe stata dicotomia, e come lo facciamo? Commerciante di libri. Raccapricciante). Comunque la bella e lo strafigo iniziano una relazione clandestina: lei diventa scema come una pera, l’altro è l’amante bastardo che ognuno di noi maschi sogna di diventare e le fa fare qualunque cosa (memorabile il primo coito: lei inizia a piangere, sussurrando no, non posso farlo… e lui le dice picchiami, su, dai, picchiami. E quella inizia a menarlo, poi a mordergli l’orecchio, infine si fa scopare come Dio comanda. Raccapricciante (e buono comunque a sapersi, qualora la realtà superasse la fantasia)).
Il marito intanto, un Richard Gere che non ecciterebbe un’ottantenne, s’insospettisce e, mossa geniale, fa seguire la moglie da un investigatore privato, scoprendo così nome e cognome, nonché indirizzo, dello strafigo. Si presenta a casa sua, suona, entra, si fa dare una vodka dall’altro e osserva, in una scena da cineteca, i luoghi in cui la moglie viene presa davanti e dietro, in tutte le posizioni, in tutte le salse, soffritta come una cipolla e investigata in ogni pertugio. Oddio, mi sento male, dice lui quando scopre che un oggetto idiota (palla di vetro contenente acqua e sporcizia che diventa neve se la agiti) che lui aveva regalato a lei era stato regalato da lei all’altro. Oddio, mi sento male e puff, la palla finisce in testa al figo e l’accoppa. Ridicoli tentativi di cancellazione delle tracce, ridicoli effetti suspance nello spostamento del cadavere alla discarica (il corpo avvolto in un tappeto è portato via in ascensore, e cosa succede all’ascensore? Si blocca. Il corpo avvolto nel tappeto, uscito finalmente dall’ascensore, finisce nel bagagliaio dell’auto, e cosa succede all’auto? Viene tamponata), poi la polizia fa visita a lei ma non ha indizi, lei scopre che è stato lui, si parlano, litigano, si riavvicinano, decidono – una sera in auto, fermi a un semaforo, in un dialogo memorabile – di fuggire in Messico, ma è un abbozzo, il regista e lo sceneggiatore intendono lasciare di sasso lo spettatore, che s’interroga: ma davvero fuggiranno? Al che la camera s’allarga, e scopri che quel semaforo a cui sono fermi, una notte silenziosa e priva di traffico, è situato proprio davanti a una stazione di polizia. E sfumano i titoli di coda.
Ho raccontato la trama del film. E’ una vergogna che si riesca a trattare così male quello che è un classico per tutti i racconti fin dalla notte dei tempi. Lui, lei, l’altro: farlo peggio è impossibile.
Voto: 3/10 (visto su canale 5, a casa)
Un film di Olivier Marchal. Con Daniel Auteuil, Gérard Depardieu, André Dussollier, Roschdy Zem, Valeria Golino, Daniel Duval, Francis Renaud. Genere Hard boiled, colore 110 minuti. – Produzione Francia 2004. – [Uscita nelle sale venerdì 21 gennaio 2005]
Il titolo è l’indirizzo della sede della polizia giudiziaria di Parigi, comandata da un uomo prossimo alla pensione che da tempo ha perso quel tocco di operatività che ci si aspetta da un poliziotto. Sotto di lui sgambettano per la poltrona due capitani: Daniel Auteuil (duro e puro, pragmatico e idealista, amico di una prostituta: il buono) e Gérard Depardieu (alcolizzato, individioso, frustrato e bastardo dentro: il cattivo).
Una banda di rapinatori sta spargendo sangue e raccogliendo soldi in mezza Parigi. L’input politico é: prenderli. Si avvicina loro Auteuil, che ottiene il comando dell’operazione che dovrebbe arrestarli in flagranza di reato. In quell’operazione c’è pure Depardieu, e da quell’operazione il film devia in una direzione inaspettata, per certi versi sorprendente, in sospensione continua tra nefandezze e riscatti morali.
Un bel film, un ottimo Auteuil, una brava Valeria Golino, un finale a sopresa, una sceneggiatura che è una sorpresa, un film che solletica le corde dello spirito, cosa non facile per un thriller d’azione (e in effetti è molto più di un thriller d’azione).
Voto: 8,25/10 (noleggiato via fastweb, visto in casa)
Ricevo questa singolare offerta di lavoro in lingua proto-italiana.
Sembra scritta da Calderoli , e adesso vorrei tanto rispondere all’annuncio.
Quale idioma suggerite? il cingalese? l’aramaico? Il dialetto brianzolo?
Mah.. “rob de matt” !
Buongiorno!
Come da parere dei psicologi, la maggioranza della gente, indipendentemente dell’ammontare di guadagno, non e`soddisfatta di essa guadagno. Pero`se Lei e` piu` vecchio di 18 anni e se Lei ha la voglia di guadagnare denaro, c’e sempre affare per Lei!
Grosso negozio svizzero di orologi Le propone il variante prospettico e vantaggioso di ricevimento di aggiuntivo guadagno stabile, non escendo fuori casa. Sicuro si capisce, che Lei non si arrichiera` entro una settimana e non potra`acquistare il yacht di lusso oppure alazzina. Pero` Lei avra` possibilita` guadagnare da 194 a 635 euro al mese, operando presso computer quanto vuole. E come abbuono aggiuntivo, ai tutti i nostril colleghi all’acquisto dei orologi
si offer lo sconto di 5%.
Il proposto da noi lavoro non richiede da Sua parte nessun investimento primario, ed anche qualsiasi posseso di abilita` speciali. Non importa anche dove Lei abita. Per il lavoro Le serve computer, numero di telefono per contattare (preferibilmente cellulare) ed e-mail.
Insegnamento da nostra parte e` gratuito e noi presentiamo tutto il necessario per lavoro efficace. Assunzione dei collaborator si realizza fino alla fine del mese, in Suo paese c’e solo
35 posti.
Dunque, se Lei e` pronto per collaborazione prossima e vuole di avere le informazioni piu` dettagliate del lavoro, ed anche qualsiasi altri dati, preghiamo di scriverci al seguente indirizzo e-mail: XXXXXXX In lettera Le bisogna indicare il nome, eta, paese di soggiorno, professione, possibilita` di lavorare part-time oppure tempo pieno. La Sua richiesta sara` esaminata senz’altro e Lei avra` la risposta piu`veloce possible. Direttore del personale
Le auguro sinceramente successo in business!
C’è stato un tempo in cui le maglie quand’erano uguali le cambiavano gli ospiti, e i padroni di casa esercitavano il naturale diritto di vestire i colori della bandiera. I bianchi, l’Italia, giocano in ipotetica trasferta, contro i blu, la Francia, che non sono a casa e si sente.
Chi attacca, opprime, asfissia? Les italiens, come speravasi dimostrare. Davanti c’è una torre, anzi un obelisco, che si chiama Luca Toni e sta al calcio come Chiappucci sta alla bici: quelli belli a vedersi sono altri (Bugno, Gilardino), in attesa che ritorni un Vialli (Indurain) a tacitar le parole. Toni, piede 46, al minuto 46 è in gara con Pacione per l’ingresso nella memoria collettiva quale Grande Sprecatore in un match da minuti 90: gli mancano l’errore in scivolata a porta vuota e il colpo di testa in bocca al portiere. Per il resto ha toppato il toppabile, sebbene siano pochi, immagino, i commentatori e i giornalisti, i portatori di interessi calcistici, che avranno il coraggio di attribuire un 4 alla prestazione del grattacielo italiano. C’è il rigore, diranno, ha conquistato il rigore, attenueranno: tiro lungo, il piede taglia 46 ogni tanto serve a qualcosa, palla arpionata, spinta ricevuta, crollo. L’arbitro, un buon arbitro finalmente, fischia e espelle Abidal, che sta a Toni come Mohamed Atta al World Trade Center. Pirlo, che non è un tossico e nemmeno un bambino sprovveduto come i suoi occhi potrebbero significare, sa calciare e lo fa: portiere battuto e uno a zero per i bianchi.
Dove sono i francesi? Se vedi il loro primo rappresentante, l’allenatore Domenech, pensi che Carla Bruni si sia infilata in una nazione in completa decadenza. Domenech, uno che lascia a casa Trezeguet, sta muto in panca, appoggia il mento alla mano, i primissimi piani ne rivelano una rasatura perfetta, roba da pubblicità della Gillette. Domenech trasmette una carica ai suoi che così si può sintetizzare: fatto il gol, l’Italia comprime, surclassa, domina, la Francia riceve, aspetta, accoglie. Porgi l’altra guancia, è il verbo del maestro.
Il successivo calo azzurro stasera bianco è fisiologico: non si può tenere il ritmo dei 400 metri per tutta una maratona. E la Francia, in dieci ma più che altro priva del suo folletto Ribery (brutta storta al ginocchio, in un contrasto con Zambrotta, assolto il nostro con formula piena, condanna per sfiga e destino), pare composta dai cugini di campagna degli undici della notte di Berlino. Altri tempi, altra partita: ci sono, in campo, una squadra di media classifica in serie A e una squadra che lotta per non naufragare, in serie B.
Il leone è De Rossi: corre come Gattuso, dribbla come Cassano, ispira come Camoranesi. Tre giocatori in uno, senza soluzione di continuità. Gattuso è falloso, più del solito, e meno del solito entra nelle grazie dell’arbitro col suo sorriso al peperoncino di Soverato: ammonito, e graziato soltanto in una occasione. Donadoni, santo poi, con calma, eventualmente, non lo leva e toglie Pirlo, cui subentra il ragioner Ambrosini dell’ufficio sinistri (e lugubri, mamma mia), e poco dopo Camoranesi (che gira e rigira ma non incide). La terza parte di De Rossi, Antonio Cassano, gioca una grande partita, soltanto che i giornalisti e i commentatori e i grandi esperti non daranno un voto alto a questo fenomeno che è stato utilissimo proprio quando il fenomeno non ha fatto: si è piazzato ai 30, 40 metri e li ha fatti impazzire tutti, con le sue finte impercettibili, sicuramente indecifrabili per chi sta alla tivvù, che hanno costretto tutti i francesi che gli passavano accanto a falciarlo. Ora, se uno subisce tra i 10 e i 15 falli in una partita, in movimento, inizia a chiederti perché, e giudicalo anche da questi particolari un giocatore.
Nel secondo tempo i buoni bianchi costringono nuovamente i pessimi blu a guardar la partita da qualche metro di distanza. Toni non intacca Pacione, perché non riceve più palla, e perché un tiro lo azzecca: un tiro, una legnata con la pantofola che si ritrova, che finisce a sberciare la parte esterna del palo. Grosso imita la controfigura di un Baggio stanco, e infila laggiù dove non osano le aquile ma osa Coupet, il bel portierino francese, che impatta la palla e la accompagna al palo. Punizione da lontano: San Daniele De Rossi de Roma spara la bomba, che quand’è serata è serata e la palla s’incaglia sui piedi di Henry, estremo uomo della barriera, e parte alla volta della rete: assolto Henry, preterintenzionale per De Rossi, condanna per sfiga e destino. 2-0.
Intanto, dall’altro campo, la variabile indipendente arancione arride ai bianchi, e ne rifila due ai romeni, come Dio comanda. Dovrebbe essere ordinario, e invece è straordinario. Diciamo che é e basta, accettiamo gli eventi e disdiciamo gli appuntamenti per domenica sera. In strada, intanto, si festeggia. Vamos, hombres!
FRANCIA-ITALIA 0-2 (primo tempo 0-1)
MARCATORI: Pirlo su rigore al 25′ p.t.; De Rossi al 17′ s.t.
FRANCIA (4-4-2): Coupet 6; Clerc 5, Gallas 5, Abidal 4, Evra 5; Govou 6 (Anelka dal 21′ st sv), Toulalan 5, Makelele 4.5, Ribery ng (Nasri dal 10′ p.t. 6; Boumsong dal 26′ p.t. 6); Benzema 6, Henry 5. (Mandanda, Frey, Malouda, Vieira, Thuram, Squillaci, Sagnol, Diarra, Gomis). C.t. Domenech 3.
ITALIA (4-3-2-1): Buffon 7.5; Zambrotta 5.5, Panucci 6, Chiellini 6, Grosso 6; Gattuso 7 (Aquilani dal 37′ s.t. sv), De Rossi 8, Pirlo 7 (Ambrosini dal 10′ st sv); Cassano 7.5, Perrotta 5 (Camoranesi dal 19′ s.t. 6); Toni 4.5. (Amelia, De Sanctis, Gamberini, Barzagli, Materazzi, Quagliarella, Del Piero, Di Natale, Borriello). C.t. Donadoni 6
ARBITRO: Michel (Slovacchia) 7.
NOTE: spettatori 30.585. Serata piovosa e fredda, terreno scivoloso. Ammoniti Evra, Pirlo, Chiellini, Govou, Gattuso, Boumsong, Henry per gioco scorretto; al 24′ espulso Abidal. Angoli 3-4; recuperi 3′ p.t., 3′ s.t.
No ovviamente non lo sapevate, e credo che a molti di voi la vita non stia cambiando in seguito a questa scoperta. In realtà siete di fronte a quella che per molti é la formula più bella della matematica, visto che rappresenta tutti insieme i simboli fondamentali:
a) l’uno, lo zero e il più necessari e sufficienti per formare tutti i numeri naturali,
b) “e” é la costante di Eulero Mascheroni, base più usuale dei logaritmi, insieme al 10
c) “i” é la radice di meno uno, ovevro l’unità immaginaria
c) π primo numero irrazionale, da ratio=ragione, rapporto, da cui l’italiano “ragioneria”, in greco “logos”. La scoperta dei numeri irrazionali aveva fatto inkazzare come una bestia Pitagora, che pensava che i numeri razionali (il cui insieme é chiuso rispetto alla divisione, cioé dividendone due a caso ottengo ancora un razionale) fossero il fondamento della realtà e quando aveva rapportato lato e diagonale di un quadrato c’era rimasto con una faccia tipo Mutu dopo che Buffon gli paró il rigore.
Quello che continuate a non sapere (credo di avere raggiunto il punto in cui state dicendo: ma si é bevuto il cervello?) é che vi ho appena riportato la dimostrazione dell’impossibilità della quadratura del cerchio… Lo so voi state pensando alla partita dell’Italia, ma io trovo tutto ció assolutamente geniale. Ora smetto di tormentarmi, questa sera per sentirmi meno solo mi metterò seduto tra due specchi per vedermi riflesso all’infinito
————————————-
DA QUI IN POI SOLO PER NERD: Dimostrazione (raccontata a spanne)
exp(a) é trascendente (cioé non é soluzione di polinomio di grado n finito) se a é algebrico (cioé é soluzione di equazione polinomiale), per il Teorema di Lindemann-Weierstrass, quindi per l’identità di Eulero riportata sopra, “i π” é non algebrico.
Ora chiaramente “i” é algebrico, visto che é soluzione di x2 +1=0. Posto che il prodotto tra due algebrici é algebrico, π é trascendente.
ma se é trascendente non é costruibile… ovvero non si può usare righello e squadra per disegnarlo, quindi non lo sarà nemmeno la sua radice quadrata, quindi… non si può disegnare un quadrato che abbia la stessa area di un cerchio, perché non potremmo tracciarne il lato… Ditemi che non é geniale…
Eravamo più giovani, meno maturi e la cosa è durata molto poco.
Dopo la nostra indolore separazione, X si è messa insieme a un certo Y (X+Y) e la loro unione è durata N anni, circa 13.
C’era un matrimonio nell’aria ma, chissà perchè, Y ha deciso che no, lui non voleva più e quel legame coovalente tra loro non si doveva più stringere.
Dunque X-Y, come prima.
M, che poi sarei io, incontra casualmente X a una festa dopo N anni e scopre che, in fondo in fondo, vorrebbe tanto fare M+X.
Ma M e X sono amici, da tanto tempo, e M non trova la formula matematica per esprimerle il concetto.
M e X si frequentano per molti mesi, da semplici amici con risultati sempre > alla somma delle due parti, almeno secondo M.
Il giorno 31 si celebra la fine di 12/2007 e X, con grande sorpresa di M, si autoinvita a casa sua.
X e M mangiano insieme a C,F,D e altre variabili, festeggiando degnamente la fine di 12/2007.
Poi M si apparta con X e con trasporto illustra il teorema M+X=∞ , con accenni di dimostrazioni pratiche del suddetto teorema. Solo accenni, sia chiaro, anche perchè M non giunge a calcolare il seno e coseno di X
Tali dimostrazioni non vengono accolte con favore, data la loro imprecisione e non accuratezza.
X vuole FORSE anche lei M+X, però non è convinta, non si può, e si accontenta quindi della formula “M contiguo a X”.
M, come si suol dire in matematica, “mangia la foglia”, anche se non crede alla formula “M contiguo a X”.
Poi entrambi si recano alla festa di V.
M. pensa da anni che “V=0″ mentre “X= ∞”.
M non pensa assolutamente che poli opposti si possano attrarre, pertanto è sicuro che V+X= <0.
Purtroppo M non ha mai capito un cazzo di matematica, e ancora una volta ha sbagliato i conti.
Adesso V+X=∞
e M= incazzatura ∞
Come avrebbe detto Pitagora: ’fanculo alla matematica!
Quando leggo cosa scrive lui, cosa volete che possa scrivere, io?
Vi riporto due navi, che trovate qui e qui. Le metto in sequenza. Buona lettura. E se a voi non piace quanto a me, sappiate comunque che questo è ciò a cui penso quando immagino uno scritto su blog, lo scritto perfetto per un blog. Saluti.
Vita quotidiana (I e II), di Gabriele Romagnoli
Sì, va bene, io ho un brutto carattere, ma…
Vado a farmi accorciare un paio di pantaloni in un negozio (fa parte di una catena) chiamato “L’Orlo Rapido”. Misurano, segnano, dicono: “Sono pronti tra una settimana”.
Ma cambia almeno l’insegna. O sono pronti stasera o ti chiami “L’Orlo quando ci va”.
Taccio, chiamo un taxi.
Dico: “Via Tiberio, la clinica…”
Parte nella direzione opposta.
Dico: “Doveva salire, non scendere”
Dice: “E’ uguale”
“Veramente no”
“Vabbè ch’ha ragggione”
Inverte a U dopo un chilometro.
Vedo che ha Tom Tom sul cruscotto.
“Scusi, perché non usa il navigatore?”
“Seee, se seguo quello chissà dove me porta…”.
Arrivo alla clinica, devo fare una risonanza magnetica, prenotata da settimane.
Dice: “C’ha la creatinina?”
“In che senso?”
“Ha fatto il test della creatinina? E’ obbligatorio per il liquido di contrasto”.
“E come lo immaginavo? Non me l’avete detto quando ho prenotato”.
“No creatinina, no risonanza, la riprenotiamo”.
Esco, chiamo un taxi: “Via Tiberio, la clinica”
“Genova 5 in 5 minuti”
Ne passano 10 e non si vede nessuno.
Richiamo.
Controllano.
“A che altezza di Tiberio Imperatore sta?”
“Macché imperatore, è via Vincenzo Tiberio, l’imperatore sta a chilometri”
“Apposta il tassista era incazzato!”
Lui?
Dice: non solo tu hai un brutto carattere, ma ce l’hai pure con Roma…
Bene, vado a una visita medica a Milano. Salgo sul taxi a Linate, dico: “Via Panizza”.
Guida ai venti all’ora, dopo quaranta minuti siamo arrivati. A via Ravizza.
“Avevo detto Panizza”
“Ho capito male. E comunque non so dov’è la Panizza”
“Ma quel navigatore che ha sul cruscotto….”
“Non lo so usare”
“Il Tutto Città?”
“Non ce l’ho”
“E quindi?”
“Mah, andiamo a un posteggio e chiedo a un collega”
Già che ci siamo, dal posteggio mi faccio portare dal collega. E per fortuna le due strade sono vicine.
Arrivo dal medico, un luminare. Mi ha operato, producendo curiosi effetti collaterali. Ematomi sparsi che a C. S. I. mi avrebbero dato per cadavere di strangolato che tuttavia deambula. Chiedo spiegazioni. Ottengo: “Mah, non credo di aver bucato un’arteria, forse ho usato un ago troppo grosso. La prossima volta…”
Sono già al posteggio, la prossima volta punto sul collega.
Rieccomi a Linate. L’ultima volta che ho volato Alitalia il bus ci ha portati all’aereo, è rimasto lì davanti mezz’ora, poi è rientrato al gate. C’era un guasto, ma, dicevano “ripartirete fra un quarto d’ora”. Ho cambiato il biglietto col volo di lì a mezz’ora. Mentre m’imbarcavo, quello che avrei dovuto aspettare veniva cancellato. Quindi volo Air One. Salgo sul bus. Manco parte. Sta al gate venti minuti, finestrini chiusi, senza aria condizionata. Tre manager col carattere peggiore del mio danno di matto, sfondano le porte per scendere, aggrediscono una hostess. Lei, terrorizzata, spiega che manca il conducente. Quando quello arriva loro non salgono. Urlano: “Adesso aspetti tu, stronzo!”. Lui invece parte. Quelli inseguono correndo. Due passeggeri assaltano il guidatore per bloccarlo. La hostess ferma sul marciapiede grida aiuto.
L’Italia si qualifica se: l’Olanda è leale, Cassano segna due gol alla Francia, Alitalia fallisce e non la compra Air One, i taxi li guidano solo immigrati come a New York, i medici rifanno tutti l’esame, si velocizzano le cause giudiziarie, i passaggi e gli orli. E questo sarebbe solo l’inizio.
È che tu alla fine della fiera hai visto grosso modo quello che sapevi già o hai rivisto dal vivo quello che triturato e ricomposto ti propongono i media. Avevi bisogno di andare in Africa per scoprire i morti di fame, la gente che muore nel XXI secolo di malaria? E soprattutto avevi bisogno di quel viaggio per capire quanto sia orribile tutto ciò? Non ti bastava una pubblicità del’UNICEF? Sapete quelle con il bambino che muore di fame e le due mosche che gli si posano sulle piaghe.
Certo, c’è un aspetto per certi versi rilevante: tutti hanno visto in TV due immagini del Rwanda, ma passare una notte di commemorazione e sentire un ragazzo che ti racconta che lui scappava inseguito dagli interhamwe e si é nascosto sotto un cumulo di cadaveri, con il sangue che gli colava addosso e la puzza dei corpi in putrefazione, oppure camminare tra i memoriali del genocidio dove scaffali di ossa e teschi senza nome celebrano uno tra i più scientifici massacri della storia dell’umanità, beh é un’altra cosa. Ma non è affatto questo il punto.
No qui la differenza sostanziale é che quello scampolo di realtà ti diventa un termine di paragone. Certo puoi schiacciarlo, rimuoverlo immergendo tutto te stesso nella famiglia, la carriera, il successo e grosso modo quell’esercito di parole che aprono il film Trainspotting. Puoi farlo diventare l’essenza della tua vita, legittimando il lavoro che tu fai in funzione di quello. In fondo anche questo é un modo di annullare il demone. Puoi anche fare di più, esorcizzarlo con la droga, altra sostanza psicotropica, oppure con l’uso della religione o di un altro “racconto” che ti permetta di sventarne la minaccia contestualizzandolo perfettamente in un piano preordinato.
Il guaio é quando ti resta non anestetizzato, non riesci a ingoiarlo e provi inutilmente a farlo incastrare nel mosaico che ti sei costruito per spiegare il mondo. Perché alla fine quando le hai viste dal vivo, la unica vera differenza è che quell’atteggiamento sbrigativo con cui te ne fottevi ti risulta un attimino più complicato. Dentro di te sai che “la cosa esiste”. E hai avuto bisogno del viaggio per capire che tutti la accetteremo. Qualunque cosa sia. La rivoluzione, se mai è esistita, ora è un gioco da tavolo. L’utopia un lusso per annoiati uomini moderni. Il cambio radicale una struttura lessicale che serve a definire il nulla. Camminando veloce lungo la circonferenza scopri che “il circolo non ha un capo”, come dice la bambina ne “La seconda Fondazione”. E capisci che non ti fermi a definire le cose, per il semplice motivo che non lo puoi fare. Non hai un bel niente da dire. Per questo parli. Lo fai il più a lungo possibile per evitare che rimanga tempo per quell’unica domanda: “e ora che si fa?”.
Prendiamo Musa, la chiameremo così. È semplicemente una ragazza, cammina una sera per… che so io… la Avenida Ochenta, o una delle altre strade più “vive” di Medellin. La possiamo immaginare così, molto bella, come la stragrande maggioranza delle colombiane, magari anche truccata, come si conviene ad una paisa quando esce. Su uno spiazzo rialzato, poco distante, c’è un sicario che sta svezzando un giovane. Sono gli anni in cui Pablo Escobar è in piena guerra contro lo Stato e paga “1 milion para tombo”, per ogni sbirro morto. La capitale antioqueña fiorisce di aspiranti killer. Per diventarlo devi imparare a controllare i nervi, ti portano in una strada e ti fanno sparare ad una persona a caso. Punta. Uccidi quella. Pum. Morta. Musa non torna a casa quella sera. Chissà magari in un film ci sarebbe la scena rallentata, il corpo che si affloscia, il vuoto del silenzio e poi magari Perfect Day di Lou Reed. Più prosaicamente, rimane una vita spezzata sul selciato.
Sapete il nostro glorioso passato coloniale? Ad Addis Abeba sopravvivono alcuni scampoli di italianità nel linguaggio, “martello”, “aeroplano”, “piazza”. Tra le parole importate pari-pari c’è “mercato”. Si tratta di un quartiere della città, rappresenta il luogo per commerci più vasto di tutta l’Africa, un agglomerato senza capo ne coda di negozietti, ambulanti, passanti, matatu (cosi’ si chiamano in swahili i mini bus, ignoro il termine tigrino), taxi. Se vi addentrate dentro mercato potete vedere che una galassia umana sopravvive nei vicoli di 1 metro e mezzo che separano in maniera disorganica la sfilza di edifici in cui sono locati i negozi. Si tratta dell’umanità decadente, barboni, bimbi che sniffano colla, mezzi a bagno in rivoli di acqua, piscio e spazzatura. Alla fine ti risultano quasi fortunati se li confronti con le frotte di bambini di strada che passano la giornata nel cimitero delle carcasse di animali macellati, arrampicandosi fra ossa che si spezzano e pelli semi decomposte, alla ricerca disperata di qualcosa da mangiare, in un odore che darebbe il voltastomaco anche a un morto.
Ci sono le vite stroncate da meccanismi perfettamente oliati che non possono che apparire totalmente folli, ma in cui la gente si abitua a vivere. Ci sono residui di esistenze abbandonate tra il nulla. Non incontrerai mai la rivolta. È l’operare inesorabile della legge di autoconservazione degli aggregati umani, che nel tuo cervello é oramai un tarlo.
Nella sezione terza de “Le Origini del Totalitarismo”, Hannah Arendt sintetizza in maniera brutale i racconti dei sopravvissuti al lager. Dice sostanzialmente che ciò che stupisce è la quasi banalità dei racconti, che discende dall’afasia, l’impossibilità di raccontare quella che era la “normalità del terrore”. Il totalitarismo ci insegna che in fondo “da oggi in poi tutto é possibile”, come dice Rousset.
La possibilità di accettare tutto questo? Ci pensate mai? Noi ogni giorno quadriamo la nostra giornata su una serie di problemi che svaniscono del tutto di fronte alla possibilità di morire per un taglio, un raffreddore, di dover cercare il cibo elemosinando e sperando che la bozza di 40 centimetri di diametro che i linfonodi ti hanno formato sul collo commuova il bianco o il ricco di turno (nb bianco e ricco in bantu’ si dicono nello stesso modo). Il meglio che inesorabilmente riusciamo a produrre é lavarci la coscienza con un po’ di soldi. Magari rompendo anche il kazzo che “di queste associazioni non sai mai se ti puoi fidare” (non sapete quanti sguardi inquisitori ho dovuto ingoiare, trattenendo il desiderio di dire “vaffanculo vecchia puttana, tieniti i tuoi soldi”).
Voi sapete cosa sono les amibhes? Sono delle infezioni batteriche nell’acqua, generano nell’intestino una sorta di verme. Per un bianco sono pericolosissime, una ragazza, V., perse 17 kg e ora ci deve convivere, perchè non esiste cura (che vuoi che gliene fotta alle Big Pharma?), l’unica cosa che puoi fare è addormentarle per tutta la vita, con il rischio che un qualsiasi germe che ti becchi le risvegli. Ebbene tutti i neri, o quasi, hanno les amibhes. Il loro corpo con il tempo è diventato un po’ più resistente, come per la malaria. L’anno scorso ero a casa di E. un ragazzone rwandese che ci aveva ospitato alla presenza di tutta la sua famiglia, ci offrirono il succo di frutta. Naturalmente non potevamo berlo, era fatto con acqua non filtrata. Eravamo da giorni a Kigali, senza pastiglie potabilizzatrici stavamo cercando di sopravvivere con una miscela di acqua e amuchina che sostanzialmente ci stava bruciando l’esofago, rischiare così impunemente a quel punto sarebbe stato idiota. Gli spiegammo la cosa tra mille scuse, naturalmente rifiutare l’ospitalità dei poveri é la cosa più meschina e mi faceva inkazzare terribilmente. E. capì e inizio a parlare del dramma dell’acqua, del problema che hanno gli africani di non poter pulire bene le cose, indicando lo stesso bicchiere da cui lui stava bevendo; le conseguenze dell’acqua non filtrata… E intanto beveva, capite? Beveva dal bicchiere sporco, beveva l’acqua non pura, sicuramente ricca di germi. Tutto ciò era maledettamente normale.
…
Il mio ultimo viaggio si concluse con una sfuriata colossale. Una delle persone rwandesi cui ho voluto più bene é C. Si tratta di un ragazzo molto intelligente, eravamo grandi amici, mi ero fatto un paio di volte le due ore di cammino per andare a salutare la sua famiglia al confine con il Burundi, racimolando lungo la strada una cinquantina di bambini che alla fine mi tenevano compagnia canticchiando una storpiatissima “se sei felice tu lo sai batti le mani”. Quando l’avevo ritrovato camminava tronfio tra due grassoni laidi e ricchi, quasi non mi salutò lasciandomi il groppo in gola. Mi raggiunse di corsa ore dopo, con il sorriso, come se niente fosse. Era entrato in seminario e ora doveva mantenere un contegno adeguato alla sua nuova posizione di potere. Mi chiedeva un aiuto per conseguire scarpe adatte al suo prossimo ruolo. Non gli risposi. Un pugno era l’unica cosa che avrei volentieri proferito. E non era opportuna. Semplicemente capii che non c’era più, pur sopravvivendo, era morto un mio amico. Col senno di poi capii che quello nel torto ero io, che di lì a qualche settimana sarei tornato al di qua del Mediterraneo, con i miei ideali del kazzo, lasciando lui a lottare tra la sua normalità, in cui semplicemente aveva scelto di stare dalla parte dei più forti, avrebbe mangiato carne tutti i giorni, visto la tv, bevuto birra e trombato senza remore di doversi poi mantenere i figli (il gondone non si può usare, che si sa che i figli sono un dono di dio, soprattutto se se li mantiene la ragazza da sola).
Io capii che alla fine non esiste soluzione, e che da li in poi avrei mentito a me stesso ogni giorno.. Ah e naturalmente capii anche cosa volevo fare nella mia vita. In fondo “al di là dei tradimenti degli uomini, è magia”. Ma questa è un’altra storia.
Alla fine che importa se a quel volto non hai regalato un corpo, un’esistenza, un nome. Che ti importa se l’unica cosa che ti rimane é la distonia apparente con quello che sei e hai sempre sostenuto convintamente di essere. Alla fine, le tessere del puzzle che paiono non intersecarsi si stemperano come acquerelli l’uno nell’altro… È stupendo. Invece no, questo capita nel sogno. Non hai nome, non hai bacio da rimpiangere. È stupendo, si… Mi viene il vomito.
La prima volta in Africa? 2003. La cosa che ricordo di più è il rientro, la mia ragazza di allora aveva una festa che per lei era fondamentale, coinvolgeva il suo paese (nel senso di paese, non di Paese). Se non fossi rientrato in tempo mi avrebbe lasciato, e io dovetti fare mille casini per riuscirci, non mi avrebbe perdonato. Che bei ricordi! Quando arrivai alla festa io avevo ancora negli occhi i vermi che mi ero levato dai piedi una settimana prima con un ago cauterizzante, in testa invece avevo una media ponderata tra la ferita di machete curata alla bell’e meglio con le garze di R. e la mia prima goute epesse, con il sangue che schizzava sul filtrino. Sapevo che sarebbe stata una serata magica, una serie di persone mi avrebbe fatto domande idiote cui non avrei voluto rispondere perché tanto non avrebbero capito e per concludere in bellezza non avremmo potuto nemmeno fare l’amore, visto che non avevo ancora fatto il test anti AIDS. Feci l’unica cosa che aveva senso fare: dopo tre minuti ero ubriaco marcio, non mi reggevo in piedi. L. non ho mai avuto il coraggio di dirtelo ma la tua uscita nella sfilata non l’ho vista. E la verità é che stavo bene con quella sensazione della sbronza devastante, descriveva bene il mio disordine psico-somatico-etico-filosofico.
Certo mi rimaneva il piacere delle persone che avevo conosciuto, le soddisfazioni di quelle relazioni autentiche che ti segnano.
Come dimenticare V. che mi era salita in braccio sorridendo, quando ero andato a dare una mano a sua mamma, il cui marito è in carcere e da sola mantiene tre figli. Due anni dopo scoprì che quest’ultima si beveva gran parte dei soldi che le capitavano a tiro, aveva perso anche un lavoro per avere fatto l’imbecille una sera in cui si trovava mezza sbronza.
E vogliamo parlare del bimbo di strada di Butare, quello cui avevo dato un tozzo di pane. Che occhi quando mi aveva guardato implorante, così piccolino, un pulcino bagnato dentro abiti laceri. Non ce la avevo fatta a tenermi, ben sapendo che fare l’elemosina per strada è una sciocchezza colossale in Africa. Quel bambino in realtà aveva dodici anni, con una crescita mostruosamente in ritardo, gli occhietti sono il prodotto del Boxer, la colla che si sniffa per sopravvivere a fame e freddo. La mette in un sacchetto di plastica poi serra i pugni intorno all’imboccatura in modo da lasciare lo spazio sufficiente da fare entrare naso e bocca, poi da due boccate decise, la prima elimina l’ossigeno, la seconda ti butta fuori. Non é più in grado di fare il benché minimo ragionamento di senso compiuto, il cervello è bruciato.
Il viaggio al Sud é un “viaggio che copre le distanze dentro sé”? (non vogliatemene, é un po’ il filo conduttore questa canzone). Chissà quante erano le distanze dentro me quando a Natale di due anni fa mi feci 25 km a piedi per raggiungere Butare quando non si trovava un maledetto taxi-moto. Volete sapere quale è l’immagine che si è stampata nella mia testa? Io e C. stavamo camminando e un gruppo di una trentina di bimbi stava giocava davanti a noi. Quando si accorsero di un gruppo di bianchi, tutti si bloccarono. Completamente. Alcuni mi guardarono sfregandosi gli occhi. Se fosse stato un film uno avrebbe avuto in bocca uno stuzzicadenti, che sarebbe lentamente caduto, la camera avrebbe fatto uno zoom sulle sue evoluzioni e magari in sottofondo ci sarebbe stato São Lucas de la Rue Ketanou. Non avevano mai visto un bianco! mi sentivo come un antropologo nella foresta amazzonica alla scoperta degli omini rossi, con almeno la vaga sensazione di piacere nel sapere che non li avrei ammazzati trasmettendo loro una sciocchezza di malattia cui non erano immuni.
Un bel ricordo, forse si. Questo é il modo in cui ho imparato a raccontarlo in maniera tale che la gente sia mediamente soddisfatta e non mi faccia domande. Disonestà intellettuale, ma come fate a spiegare che “in una fottuta merda di festa in cui dovevo pagare i salari ai dipendenti dopo aver litigato con quella testa di legno di un ricco prete che aveva accumulato due mesi di arretrati con gli operai non trovavo un maledetto mezzo di trasporto. La gente cui chiedevo dove trovare una moto mi rompeva i coglioni perché voleva il regalo per la fine dell’anno. Partii a piedi, quando giunsi in città si mise anche a piovere, fanculo non si trovava uno stronzo che cambiasse i soldi, mi misi a scrivere su internet su un cazzo di computer che non andava avanti, le bestemmie che la connessione saltava.”
Certo che li ho visti i bambini che invece non avevano mai visto i bianchi, ma io stavo cercando di fischiettare per reggere il ritmo e non pensare alla strada che mancava, due giorni prima ero svenuto per una iniezione che mi avevano fatto e non sapevo che kazzo fosse. Io, che se prendevo un’aspirina mi fungeva da anestesia tanto abituato ero ai farmaci, mi ero sparato in quattro giorni due dissenten, un lariam, nove paracetamolo, avevo bevuto acqua e amuchina. Ma certo che li avevo visti i bambini, solo che non me ne fregava un accidente.
L’Africa non é affatto un continente mistico. Il Sudamerica non é il continente delle grandi rivoluzioni romantiche.
Se mettete in fila tutti gli africani ci trovate stronzi e geni, splendidi e troie in percentuali del tutto comparabili alle nostre. I bambini a cinque anni vanno a caricarsi l’acqua, mentre i nostri bimbi rompono le palle per il loro gioco numero dodicimila in una settimana, che li ha già stancati. Al netto di un po’ meno di massa bianca nei muscoli che li rende meno resistenti in media, i bambini bianchi sarebbero perfettamente capaci di andare a prendere l’acqua se i genitori ce li mandassero e anche se quei dodicimila giochi glieli farei mangiare uno dopo l’altro non cambierebbe assolutamente nulla.
La verità è che non si riesce a spiegare quello che si vede, se non l’operare di una regola empirica molto semplice, “un qualsiasi aggregato umano in qualsiasi condizione immaginabile tende a stabilizzarsi”.
Cosa c’è nei viaggi al Sud? C’è un leggero senso di giustizia sociale, una incapacità di metabolizzare quello che hai ingoiato, una profonda frustrazione comunicativa, tutti alle prese con una fondamentale considerazione che non si sa che cosa fare per risolvere i problemi, al netto di tre possibili scappatoie teoriche:
a) chiamo soluzione quello che tutti gli altri chiamano problema (decrescita)
b) mi iperspecializzo cercando i mezzi migliori per conseguire un fine che accetto ma non so chi, come, dove e quando ha stabilito (ONG)
c) mi illudo che la soluzione ci sia e chiamo tutti quelli che provano a metterla in discussione come servi del sistema (missionari, volontari convinti, aspiranti rivoluzionari)
Ma a volte sai che dentro di te vorresti rivedere quegli occhi, in fondo basta tutta questa oscurità a farti sentire meno solo…
Per molti il viaggio verso Sud ha una dimensione metaforica. Non sto parlando di quei cervelli evaporati che vanno nei villaggi turistici e si divertono a trombare bellissimi/e ragazzi/e neri/e semplicemente perché quando hai finito loro dicono grazie, non parlo nemmeno, ma c’entra già un po’ di più, del mal d’Africa, ovvero della malattia dei milanesi che consiste nello stupirsi che ci sia gente che ti saluta senza pretendere una controprestazione monetaria.
Sto parlando di quella massa di gente che viaggia con quel pastrocchio semi-razionale che ti divampa nel cervello e ti spinge verso Lilongwe, Tananarive, Rio, Timbouctou, Rangoon, spesso uno lo concettualizza attraverso la idea di “ritrovarsi”, “vedere le cose da un’altra prospettiva”, “aiutare”, “fare esperienza”, o se la scelta é più radicale “vivere una vita nuova”, spesso le struttura anche attraverso arzigogolati processi semi-istituzionalizzati, “i campi di lavoro”, “i campi di esperienza”, “le missioni”, “le ONG”.
É in fondo una sorta di costruzione mentale, la convinzione di fare parte di un “viaggio lungo secoli” (scusate le citazioni poco dotte dai Negrita, ma sono un povero economista in erba, molto poco economista e senza nemmeno l’erba), la voglia matta che ti assale in alcuni momenti di afferrare l’orizzonte, la sensazione agrodolce di poter annegare in un mare di sensazione ció che non riesci a spiegare, una sorta di apoteosi bergsoniana: se vivere in una città é più di tutte le foto della medesima, allora una esperienza autentica mi darà più tutta la conoscenza del mondo (lo so l’implicazione logica is the other way around, ma io sono uno che viaggia verso Sud). Chiuderti a riccio in un quattro pensieri, obiezione-accolta al tuo sforzo di critica-epistemica.
É che, al di là di tutto, uno ha davvero la sensazione che il cielo sia più vicino, che negli sguardi di quei bambini ci sia qualcosa di magico, che quella natura così possente sia codimensionale alla nostra esistenza. Ma, soprattutto, vive nella convinzione che l’umanità sia più, o ancora, o almeno parzialmente, intatta, non corrotta, autentica.
Salvo poi accorgersi del contrario. Una sera parlavo con un missionario, 35 anni passati in Congo, per ritrovarsi in una cittadina piemontese a raccontare al sottoscritto (28 anni non ancora compiuti, già esistenzialmente fallito) che l’unica cosa che non ha mai capito sono i neri… Come in Edipo, la risposta al quesito decisivo é sempre unica: “l’uomo”.
E c’è qualcosa di fortemente edipico (sto parlando della tragedia greca non dei disturbi mentali di Freud) nel viaggio a Sud: in quella parte dell’umanità che molto spesso riconosciuta come moralmente superiore, si ritrova a dover ingoiare il fallimento di grattare via la pelle e ritrovare se stesso. Al netto di un verso della diseguaglianza, non c’é nessuna differenza tra questo umanitarismo e il colonialismo (o il movimento missionario che per buona parte coincide con quest’ultimo): alla fine scopri che in un caso loro non sono meglio di noi, nell’altro che noi non siamo meglio di loro. Chi salva la città la porta in rovina, chi si distingue sopra gli altri diventa il peggiore tra gli altri. Il rovesciamento, vero archetipo concettuale della trilogia sofoclea, rivive nel cuore di tenebra di Mistah Kurtz, rivive in centinaia di volontari che “non si possono fidare”, rivive in migliaia di missionari che non hanno capito i neri.
Quello che non sai, sciocco umano, é che quando nel tuo viaggio incontri un volto che ti illumina l’esistenza non é un nome quello di cui hai bisogno, non ti servirà poterlo richiamare nei tuoi sogni! cerca un bacio, non é l’epifania di nulla, lentamente svanirà, ma di certo nulla é più bello di quel dubbio semicosciente, non appena ti svegli: lo avrò vissuto veramente o no?
Dal sito corriere.it.
«A MADONNA V’ACCUMPAGNE» - In precedenza Berlusconi aveva incontrato l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe: «È stato un colloquio molto concreto, sono pieno di speranza». «C’è la volontà da parte del governo di attuare gli impegni assunti per Napoli», ha detto il presidente del Consiglio. «Ho sottolineato le esigenze dei giovani, il problema dell’occupazione e l’emergenza rifiuti». Il cardinale al termine dell’incontro ha salutato Berlusconi con un’espressione napoletana: «A Madonna v’accumpagne», alla quale il premier ha risposto in milanese. Sepe ha poi ammesso di non aver capito, ma, ha detto «Era qualcosa tipo “la Madonna ci aiuterà a lavorare».
Che bella scenetta……
Mi emozionano sempre questi scambi linguistici con altri Paesi (Napoli) )
In bocca al LuPO. iTALIA
Magari non ve ne frega niente di questi Campionati Europei di Calcio 2008.
Magari invece non vedete l’ora che arrivi questa sera, quando “l’italica compagine” (Nicolò Carosio dixit) scenderà in campo contro i “temibili orange di Marco Van Basten” (Bruno Pizzul dixit).
Dedico a tutti voi, amanti del calcio o convinti antagonisti del gioco più bello del mondo, queste mie parole, scritte il 9 giugno di 2 anni fa, in occasione della prima partita dei vittoriosi mondiali di Germania.
Il mio scritto portò allora fortuna agli Azzurri, e una piccola soddisfazione al sottoscritto (Severgnini thanks!)
Basta sostituire alla parola “mondiale”la parola “europeo” e il gioco è fatto.
Forza Azzurri!
Michele
BUON MONDIALE A TUTTI.
Buon mondiale a chi ha la mente nel pallone e il calendario dei gironi in tasca da un pezzo, e a quelli che invece «non me ne frega niente».
Buon mondiale a chi è abbonato a Sky e ha già pagato euro 46-e-rotti, e a chi invece seguirà gratis le gare via internet in maniera gioiosamente illegale.
Buon mondiale a chi farà cene con gli amici davanti alla tv, a chi scenderà al bar all’angolo a comprare una cassa di birra alla fine del primo tempo, a chi discuterà testardamente di moduli sbagliati e fuorigioco inesistenti negando ogni evidenza.
Buon mondiale a chi c’era nell’82, con Pertini in tribuna e Paolo Rossi in campo, e buon mondiale a chi ha visto soltanto rigori sbagliati e «notti magiche» finite troppo presto.
Buon mondiale a chi lavora e a chi un lavoro non ce l’ha, a chi ancora sta studiando e non sa cosa farà un domani.
Buon mondiale a chi è innamorato perso, a chi vorrebbe tanto esserlo ma non lo è, a chi sta insieme a qualcuno solo ormai per abitudine, e a chi invece cerca di costruirsi un futuro di coppia nonostante tutto.
Buon mondiale a chi è ancora da solo, a chi è cambiato e a chi non cambierà mai, a chi aspetta e a chi cerca, a chi è partito e a chi è restato.
Buon mondiale a chi sogna, e a chi non si vergogna nel provare emozioni e nel sentirsi vivo
Emanuela Orlandi è sempre giovane e sorridente in quella foto di 25 anni fa, con i suoi lunghi capelli castani sulle spalle e la fascia nera sulla fronte.
Figlia di un funzionaro vaticano, Emanuela aveva 15 anni e frequentava la scuola di musica vicino alla chiesa di Sant’Apollinare.
La sera del 22 giugno 1983, un’amica di scuola la accompagna a una fermata del pullmann, dove incontrano un’altra ragazza, in seguito mai identificata.
Emanuela si reca a quella fermata per un motivo ben preciso.
Quella mattina, durante il tragitto verso la scuola, è stata fermata da una lucente BMW nera: qualcuno, sporgendosi dal finestrino, prima le ha offerto l’esorbitante cifra di 375.000 lire per promuovere alcuni cosmetici a una sfilata, poi le ha dato appuntamento per quella sera, proprio davanti alla pensilina del bus.
Ricevere 375.000 lire per un paio d’ore di lavoro è davvero la cosa più vicina alla definizione di “felicità” nel 1983, specialmente se si hanno soltanto 15 anni e tanti progetti in testa.
Ecco perché, dopo alcune titubanze confessate alla sorella, la ragazza accetta la proposta.
L’amica che l’accompagna all’incontro sarà l’ultima persona a vedere Emanuela Orlandi viva.
Poi più nulla, buio completo.
Nei giorni seguenti la famiglia riceve alcune strane telefonate di sedicenti “ragazzi giovani” che dicono di averla vista vendere prodotti “Avon” in alcuni negozi della Capitale, poi sul lungomare di Ostia, poi in altre città lontane da Roma.
Nessun negoziante conferma, la Polizia brancola nel buio, la famiglia è lacerata dall’angoscia.
Nessuno riesce a capire dove sia finita veramente Emanuela.
A inizio luglio entra in scena l’ ”Amerikano”, come verrà ribattezzato dalla stampa.
La famiglia Orlandi riceve una lunga serie di telefonate in cui una misteriosa voce con forte accento straniero chiama in causa addirittura Papa Giovanni Paolo II, intimando al pontefice di liberare Alì Agca, suo attentatore in piazza San Pietro 2 anni prima.
La misteriosa voce torna a farsi sentire in casa Orlandi per ben 16 volte, dichiara di aver rapito la ragazza ma non richiede alcun riscatto, getta indizi ma non lascia tracce precise che possano aiutare le indagini.
In una di queste telefonate si sente chiaramente una voce femminile che si lamenta e chiede disperatamente aiuto: potrebbe essere Emanuela ma il nastro è disturbato, o forse manipolato ad arte.
Chi è veramente l’Amerikano? Cosa vuole? Per conto di chi opera? Cosa c’entrano il Papa e i terroristi turchi nell’inquietante vicenda?
Tutte queste domande non avranno mai una risposta chiara, ma soltanto delle ipotesi, non suffragate da prove oggettive o riscontri certi.
Sul caso di Emanuela Orlandi cala un ventennale silenzio assordante, interrotto a sprazzi dalle grida di dolore della famiglia, che non si rassegna all’oblio e chiede di sapere la verità sulla sorte dell’amatissima figlia.
All’improvviso, quando tutto sembra ormai sepolto dalla polvere dei depistaggi, nel 2005, durante la trasmissione “Chi l’ha visto”, una voce sconosciuta dichiara al telefono che la verità sul caso Orlandi la si può trovare “…sepolta nella chiesa di Sant’Apollinare a Roma”.
Sull’onda emotiva provocata dalla telefonata il caso vieneimmediatamente riaperto e pochi giorni dopo, tra l’incredulità generale, gli investigatori fanno una sconvolgentescoperta.
Enrico De Pedis, il temibile “Renatino”, capo della famigerata “Banda della Magliana” (un gruppo che terrorizzò Roma negli anni ’70 con numerosi omicidi e rapine), è sepolto proprio nella chiesa di Sant’Apollinare, come indicato dalla telefonata.
La scoperta è incredibile, e solleva molti interrogativi: Per quale motivo uno spietato criminale responsabile di decine di omicidi ha trovato sepoltura tra artisti, scienziati e benefattori dell’umanità in quella basilica?
Che legame ci può essere tra il criminale e la scomparsa di Emanuele Orlandi?
Chi si nasconde dietro questo mistero?
Il Vaticano si difende con grande imbarazzo, e ricorda le “innumerevoli opere caritatevoli del De Pedis nei confronti dei poveri e della Chiesa. di Roma”.
Evidentemente, notano gli investigatori, il terribile “Renatino” uccideva con la mano destra e faceva poi beneficenza con la sinistra.
Nonostante quest’ultima incredibile svolta però, il caso non trova una soluzione: le indagini si bloccano sempre a un passo dalla verità, ostacolate da false piste, falsi pentiti, informazioni distorte e manipolate ad arte.
Dopo ben 25 anni nessuno conosce ufficialmente la sorte della povera Emanuela, uscita di casa una calda sera di giugno e mai più ritornata.
Ci sono troppi interessi sporchi, troppi segreti inconfessabili che forse coinvolgono le più alte gerarchie ecclesiastiche e statali, in un macabro intreccio di politica e criminalità.
In tutti questi anni qualcosa è cambiato in Italia.
Sono nati nuovi partiti politici e crollati molti governi, ci sono un nuovo Papa e addirittura una nuova moneta.
Tutte queste cose però Emanuela Orlandi non le sa, e continua a sorriderci da quella vecchia foto, come un’involontaria ed innocente “Gioconda” in uno dei tanti misteri italiani.
Commenti recenti