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A Walk on the Wild Side (Rotolando verso Sud III). Fine.

E alla fine perché?

È che tu alla fine della fiera hai visto grosso modo quello che sapevi già o hai rivisto dal vivo quello che triturato e ricomposto ti propongono i media. Avevi bisogno di andare in Africa per scoprire i morti di fame, la gente che muore nel XXI secolo di malaria? E soprattutto avevi bisogno di quel viaggio per capire quanto sia orribile tutto ciò? Non ti bastava una pubblicità del’UNICEF? Sapete quelle con il bambino che muore di fame e le due mosche che gli si posano sulle piaghe.

Certo, c’è un aspetto per certi versi rilevante: tutti hanno visto in TV due immagini del Rwanda, ma passare una notte di commemorazione e sentire un ragazzo che ti racconta che lui scappava inseguito dagli interhamwe e si é nascosto sotto un cumulo di cadaveri, con il sangue che gli colava addosso e la puzza dei corpi in putrefazione, oppure camminare tra i memoriali del genocidio dove scaffali di ossa e teschi senza nome celebrano uno tra i più scientifici massacri della storia dell’umanità, beh é un’altra cosa. Ma non è affatto questo il punto.

No qui la differenza sostanziale é che quello scampolo di realtà ti diventa un termine di paragone. Certo puoi schiacciarlo, rimuoverlo immergendo tutto te stesso nella famiglia, la carriera, il successo e grosso modo quell’esercito di parole che aprono il film Trainspotting. Puoi farlo diventare l’essenza della tua vita, legittimando il lavoro che tu fai in funzione di quello. In fondo anche questo é un modo di annullare il demone. Puoi anche fare di più, esorcizzarlo con la droga, altra sostanza psicotropica, oppure con l’uso della religione o di un altro “racconto” che ti permetta di sventarne la minaccia contestualizzandolo perfettamente in un piano preordinato.

Il guaio é quando ti resta non anestetizzato, non riesci a ingoiarlo e provi inutilmente a farlo incastrare nel mosaico che ti sei costruito per spiegare il mondo. Perché alla fine quando le hai viste dal vivo, la unica vera differenza è che quell’atteggiamento sbrigativo con cui te ne fottevi ti risulta un attimino più complicato. Dentro di te sai che “la cosa esiste”. E hai avuto bisogno del viaggio per capire che tutti la accetteremo. Qualunque cosa sia. La rivoluzione, se mai è esistita, ora è un gioco da tavolo. L’utopia un lusso per annoiati uomini moderni. Il cambio radicale una struttura lessicale che serve a definire il nulla. Camminando veloce lungo la circonferenza scopri che “il circolo non ha un capo”, come dice la bambina ne “La seconda Fondazione”. E capisci che non ti fermi a definire le cose, per il semplice motivo che non lo puoi fare. Non hai un bel niente da dire. Per questo parli. Lo fai il più a lungo possibile per evitare che rimanga tempo per quell’unica domanda: “e ora che si fa?”.

Prendiamo Musa, la chiameremo così. È semplicemente una ragazza, cammina una sera per… che so io… la Avenida Ochenta, o una delle altre strade più “vive” di Medellin. La possiamo immaginare così, molto bella, come la stragrande maggioranza delle colombiane, magari anche truccata, come si conviene ad una paisa quando esce. Su uno spiazzo rialzato, poco distante, c’è un sicario che sta svezzando un giovane. Sono gli anni in cui Pablo Escobar è in piena guerra contro lo Stato e paga “1 milion para tombo”, per ogni sbirro morto. La capitale antioqueña fiorisce di aspiranti killer. Per diventarlo devi imparare a controllare i nervi, ti portano in una strada e ti fanno sparare ad una persona a caso. Punta. Uccidi quella. Pum. Morta. Musa non torna a casa quella sera. Chissà magari in un film ci sarebbe la scena rallentata, il corpo che si affloscia, il vuoto del silenzio e poi magari Perfect Day di Lou Reed. Più prosaicamente, rimane una vita spezzata sul selciato.

Sapete il nostro glorioso passato coloniale? Ad Addis Abeba sopravvivono alcuni scampoli di italianità nel linguaggio, “martello”, “aeroplano”, “piazza”. Tra le parole importate pari-pari c’è “mercato”. Si tratta di un quartiere della città, rappresenta il luogo per commerci più vasto di tutta l’Africa, un agglomerato senza capo ne coda di negozietti, ambulanti, passanti, matatu (cosi’ si chiamano in swahili i mini bus, ignoro il termine tigrino), taxi. Se vi addentrate dentro mercato potete vedere che una galassia umana sopravvive nei vicoli di 1 metro e mezzo che separano in maniera disorganica la sfilza di edifici in cui sono locati i negozi. Si tratta dell’umanità decadente, barboni, bimbi che sniffano colla, mezzi a bagno in rivoli di acqua, piscio e spazzatura. Alla fine ti risultano quasi fortunati se li confronti con le frotte di bambini di strada che passano la giornata nel cimitero delle carcasse di animali macellati, arrampicandosi fra ossa che si spezzano e pelli semi decomposte, alla ricerca disperata di qualcosa da mangiare, in un odore che darebbe il voltastomaco anche a un morto.

Ci sono le vite stroncate da meccanismi perfettamente oliati che non possono che apparire totalmente folli, ma in cui la gente si abitua a vivere. Ci sono residui di esistenze abbandonate tra il nulla. Non incontrerai mai la rivolta. È l’operare inesorabile della legge di autoconservazione degli aggregati umani, che nel tuo cervello é oramai un tarlo.

Nella sezione terza de “Le Origini del Totalitarismo”, Hannah Arendt sintetizza in maniera brutale i racconti dei sopravvissuti al lager. Dice sostanzialmente che ciò che stupisce è la quasi banalità dei racconti, che discende dall’afasia, l’impossibilità di raccontare quella che era la “normalità del terrore”. Il totalitarismo ci insegna che in fondo “da oggi in poi tutto é possibile”, come dice Rousset.

La possibilità di accettare tutto questo? Ci pensate mai? Noi ogni giorno quadriamo la nostra giornata su una serie di problemi che svaniscono del tutto di fronte alla possibilità di morire per un taglio, un raffreddore, di dover cercare il cibo elemosinando e sperando che la bozza di 40 centimetri di diametro che i linfonodi ti hanno formato sul collo commuova il bianco o il ricco di turno (nb bianco e ricco in bantu’ si dicono nello stesso modo). Il meglio che inesorabilmente riusciamo a produrre é lavarci la coscienza con un po’ di soldi. Magari rompendo anche il kazzo che “di queste associazioni non sai mai se ti puoi fidare” (non sapete quanti sguardi inquisitori ho dovuto ingoiare, trattenendo il desiderio di dire “vaffanculo vecchia puttana, tieniti i tuoi soldi”).

Voi sapete cosa sono les amibhes? Sono delle infezioni batteriche nell’acqua, generano nell’intestino una sorta di verme. Per un bianco sono pericolosissime, una ragazza, V., perse 17 kg e ora ci deve convivere, perchè non esiste cura (che vuoi che gliene fotta alle Big Pharma?), l’unica cosa che puoi fare è addormentarle per tutta la vita, con il rischio che un qualsiasi germe che ti becchi le risvegli. Ebbene tutti i neri, o quasi, hanno les amibhes. Il loro corpo con il tempo è diventato un po’ più resistente, come per la malaria. L’anno scorso ero a casa di E. un ragazzone rwandese che ci aveva ospitato alla presenza di tutta la sua famiglia, ci offrirono il succo di frutta. Naturalmente non potevamo berlo, era fatto con acqua non filtrata. Eravamo da giorni a Kigali, senza pastiglie potabilizzatrici stavamo cercando di sopravvivere con una miscela di acqua e amuchina che sostanzialmente ci stava bruciando l’esofago, rischiare così impunemente a quel punto sarebbe stato idiota. Gli spiegammo la cosa tra mille scuse, naturalmente rifiutare l’ospitalità dei poveri é la cosa più meschina e mi faceva inkazzare terribilmente. E. capì e inizio a parlare del dramma dell’acqua, del problema che hanno gli africani di non poter pulire bene le cose, indicando lo stesso bicchiere da cui lui stava bevendo; le conseguenze dell’acqua non filtrata… E intanto beveva, capite? Beveva dal bicchiere sporco, beveva l’acqua non pura, sicuramente ricca di germi. Tutto ciò era maledettamente normale.

Il mio ultimo viaggio si concluse con una sfuriata colossale. Una delle persone rwandesi cui ho voluto più bene é C. Si tratta di un ragazzo molto intelligente, eravamo grandi amici, mi ero fatto un paio di volte le due ore di cammino per andare a salutare la sua famiglia al confine con il Burundi, racimolando lungo la strada una cinquantina di bambini che alla fine mi tenevano compagnia canticchiando una storpiatissima “se sei felice tu lo sai batti le mani”. Quando l’avevo ritrovato camminava tronfio tra due grassoni laidi e ricchi, quasi non mi salutò lasciandomi il groppo in gola. Mi raggiunse di corsa ore dopo, con il sorriso, come se niente fosse. Era entrato in seminario e ora doveva mantenere un contegno adeguato alla sua nuova posizione di potere. Mi chiedeva un aiuto per conseguire scarpe adatte al suo prossimo ruolo. Non gli risposi. Un pugno era l’unica cosa che avrei volentieri proferito. E non era opportuna. Semplicemente capii che non c’era più, pur sopravvivendo, era morto un mio amico. Col senno di poi capii che quello nel torto ero io, che di lì a qualche settimana sarei tornato al di qua del Mediterraneo, con i miei ideali del kazzo, lasciando lui a lottare tra la sua normalità, in cui semplicemente aveva scelto di stare dalla parte dei più forti, avrebbe mangiato carne tutti i giorni, visto la tv, bevuto birra e trombato senza remore di doversi poi mantenere i figli (il gondone non si può usare, che si sa che i figli sono un dono di dio, soprattutto se se li mantiene la ragazza da sola).

Io capii che alla fine non esiste soluzione, e che da li in poi avrei mentito a me stesso ogni giorno.. Ah e naturalmente capii anche cosa volevo fare nella mia vita. In fondo “al di là dei tradimenti degli uomini, è magia”. Ma questa è un’altra storia.

Alla fine che importa se a quel volto non hai regalato un corpo, un’esistenza, un nome. Che ti importa se l’unica cosa che ti rimane é la distonia apparente con quello che sei e hai sempre sostenuto convintamente di essere. Alla fine, le tessere del puzzle che paiono non intersecarsi si stemperano come acquerelli l’uno nell’altro… È stupendo. Invece no, questo capita nel sogno. Non hai nome, non hai bacio da rimpiangere. È stupendo, si… Mi viene il vomito.

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« Sole Spento (Rotolando verso Sud II) – “Vita quotidiana” (I e II), di Gabriele Romagnoli »

Autore:
Francesco Bogliacino
Data:
giugno 14, 2008 um 9:30 am
Categoria:
f.bogliacino
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3 commenti »

  1. Francesco Bogliacino

    Disclaimer: la canzone dei Negrita risulta citata più volte in maniera errata, questo discende dal fatto che avendola cantata miliardi di volte oramai ha assunta vita propria nel mio cervello con un testo differente.

    La Rue Ketanou é un gruppo francese che fa chanson. Sono introvabili in Italia e su youtube, se fate un salto in Francia, la casa consiglia. Le canzoni aWalkOnTheWildSide e Perfect Day sono di Lou Reed, il leader dei Velvet Underground. Sole Spento é dei Timoria. La seconda fondazione é un’opera di Isaac Asimov.

    Ringrazio GB per avermi fatto i complimenti per il secondo pezzo. Tutti i dettagli che fornisce su di me sono falsi, eccetto la mia data di nascita e il mio essere fratello minore, e, spero, la sua stima (ovviamente ricambiata, con un pizzico di invidia per il suo essere giornalista).

    Scusate l’intrusione.

    #1 Commento vom 14. giugno 2008 um 12:09 pm

  2. giac

    mi lasci in condizione di sospensione, sole basso all’orizzonte, nostalgica (per me) musica dei simple minds, e un gioco, un libro di smith letto nel 1999, le gazzelle dei documentari stupidi, io non ho una mia africa, e penso a new york vista da un chilometro in cielo, il brusio, le luci, e poi ritorno sulle colline soltanto immaginate del rwanda, alla stessa altezza, o un tramonto africano visto soltanto nelle foto di michele m., e mi sento tanto piccolo.
    ancora grazie, francesco. l’ho già letto tre volte questo scritto, penso che lo farò ancora (e mi arrogherò di entrare nel wp-admin e cancellare la categorizzazione “da cancellare”)

    #2 Commento vom 14. giugno 2008 um 11:22 pm

  3. Vita quotidiana (in tutti i sensi) | marcogiacosa.it e amici

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