C'è una bambina in difficoltà. Lo so, ce ne sono tante, ma di questa bambina io conosco la mamma e il papà e so che sono persone serie. Hanno bisogno di aiuto per andare in Thailandia a sperimentare un trapianto di cellule staminali. Cliccate il link qui sotto, e magari ci rendiamo un po' artefici del loro miracolo. Chissà. (m.g.)
Inventarsi una intervista con uno tra i dieci massimi ricercati al mondo é da idioti. Pubblicarlo é da delinquenti. Provvedimenti nemmeno a parlarne, tanto quei dementi non sono nemmeno riusciti a condannare un giornalista che faceva la spia per i servizi segreti, e che allegramente continua a scrivere su quella carta igienica di Libero…
Ieri qui ad EAFIT c’era la celebrazione dei nostri eroi delle forze armate. Appena entrato nell’università uno poteva scorgere uno striscione con quattro volti di soldati (1 nero su quattro, chiaramente molto rappresentativo della realtà!). Alle nove era prevista l’adunata obbligatoria degli studenti, con tanto di banda musicale. Poi la giornata si snodava attraverso vari appuntamenti tutti celebrativi dell’esercito.
Io purtroppo non ho potuto partecipare, con la mia passione sociologica nell’incidere con il bisturi dello sguardo come la gente vive queste cose sarebbe stato inetressante. Purtroppo dovevo preparare la lezione per i figli di papà (mi stanno togliendo tutto il mio kazzo di entusiasmo idealizzato per l’insegnamento).
L’unico dubbio che mi rimane é: se una università italiana organizzasse una cosa simile, quante pietre rimarrebero in piedi del campus, visto che gli studenti brucerebbero tutto?
… POTENZA STRANIERA (POSSIBILMENTE NON INTOLLERANTE INUTILE E FASTIDIOSAMENTE CLERICALE COME LA POLONIA) CHE PER FAVORE CI INVADA…
Da Repubblica di oggi:
ROMA – “Ebbene sì, sono meglio di Sarkozy, lui non è riuscito a portare Gheddafi e i ministri libici al vertice sul Mediterraneo. Io invece… eccoli qua”.
Non è cambiato, ma nemmeno un po’ e proprio in nulla. Silvio Berlusconi mantiene se stesso uguale a se stesso, nel tempo, nei luoghi, nelle situazioni: sugli eterni temi della giustizia, l’ossesione dei giudici, inseguendo il mito dell’io-faccio-quindi-sono-bravo. Il Caimano diventa Statista e viceversa, due tocchi, oplà, stravolgimenti così repentini che neppure Superman-Clark Kent.
Ordunque, oggi è stata la giornata del “oh come sono bravo” variante del “come me nessuno mai”, manifestazioni di un misto di gelosia, invidia e bisogno sfrenato di sentirsi il migliore. In tutto. E di piacere, a tutti.
Da un po’ di tempo, ad esempio, Berlusconi sente il fiato sul collo di Nicolas Sarkozy, più giovane di lui, più belloccio di lui, tombeur des femmes più di lui tanto da sposarsi Carla Bruni. Alto come lui ma negli indici di gradimento popolari Messieur le President sembra piazzato meglio. Ci manca solo che l’inquilino dell’Eliseo lo possa incalzare in politica. La Francia adesso è alla guida del semestre europeo e l’attivismo di Sarkò si è fatto subito sentire: il congresso Euromed per unire le risorse dei paesi che affacciano sul Mediterraneo; l’aut-aut all’Irlanda sul carta europea-Trattato di Lisbona. Senza contare quello straordinario momento mediatico che è stata la liberazione di Ingrid Betancourt.
Così da un paio di giorni Berlusconi si lancia in sfide, confronti e paragoni eccentrici. L’altro giorno ha “rinnovato” in diretta tivù l’incarico per un secondo mandato al presidente della Commissione Ue Manuel Barroso. Stamani, ospite del convegno della Fondazione Medidea del senatore Pisanu, ha messo le cose in chiaro con Sarkozy. “Dopo questo incontro – dice il presidente del Consiglio – avrò un piacevolissimo appuntamento con il primo ministro della Libia e con il ministro degli Esteri. Lo sottolineo anche perchè ciò ci conferisce una superiorità rispetto a Sarkozy che non è riuscito ad avere il governo libico come ospite nella conferenza Euromediterranea di Parigi”.
Da Parigi non ci sono segnali su eventuali reazioni alla battuta. La giornata però ha regalato altre perle di stravaganza. Nello stesso convegno il premier ha informato che al problema caro-petrolio, su cui è impegnata in un fronte unico tutta l’Europa, ci pensa lui. “Sarò l’ufficiale di collegamento con i paesi produttori di petrolio” ha spiegato. Ghe pensi mi, insomma. Un’autocandidatura che nasce dal fatto che l’Europa in questo momento, dopo gli addii di Chirac, Putin, Blair, Aznar e Schroeder, è “un po’ in affanno e accusa carenza di leadership”.
Il resoconto stenografico della giornata segnala anche il paragone, fatto da Berlusconi, tra il ministro Mara Carfagna e Santa Maria Goretti (”Presidente,
accetti un consiglio, scherzi pure con le Fante, ma per favore lasci stare le Sante” è l’invito di Rosy Bindi) e uno strafalcione di latino. Parlando del muro contro muro con la Lega sulle priorità del governo – la giustizia per il premier, il federalismo per il Carroccio – il Cavaliere ha rassicurato tutti. Nessun problema, e quando mai. “Simul stabunt, simul cadunt” dice il premier sfoggiando il latinorum, “insieme staranno così insieme cadranno” nel senso che non ci saranno modifiche nè problemi tra Pdl e Lega. Però ha sbagliato la declinazione del verbo cadere, ha usato cadunt invece di cadent. Lo stesso errore che fece Craxi, anni fa. Ma allora c’era Natta, segretario del Pci, e la correzione arrivò seduta stante.
Quando si tratta di risultare simpatici e soprattutto credibili, i nostri illuminati ministri non sbagliano mai un colpo.
E’ di oggi la notizia che a settembre in quattro città campione scelte rigorosamente a caso, inizieranno i controlli antidroga per tutti gli iscritti alle scuole guida d’Italia.
Giusto, anzi giustissimo.
E’ sacrosanto controllare lo stato psicofisico di chi guida, in particolar modo se si tratta di ragazzi giovani e inesperti.
E’ una scelta sensata verificare che l’aspirante centauro o pilota non si sia bevuto il cervello a causa di troppi spinelli o drogucce varie.
Bene, mi alzo in piedi e applaudo sommessamente.
D’improvviso mi viene in mente una cosa, e ridimensiono subito la decisione, una volta tanto azzeccata, dei nostri ministri.
L’anno scorso il programma satirico “Le Iene” realizzò un servizio sul consumo di COCAINA (non cannabis, COCAINA) all’interno del parlamento italiano (volutamente minuscolo).
Saltò fuori che tra i nostri strapagati politicanti c’erano molti entusiasti consumatori della magica polverina bianca.
Se non ricordo male, la percentuale di drogati era piuttosto alta.
Ovviamente, il garante della privacy (volutamente minuscolo) bloccò il servizio, in nome, appunto, della “privacy”.
Ve la ricordate? E’ quella legge barocca da burocrazia sovietica che ci impone firme e firmette ovunque.
Quella che, in pratica, non ci permette neanche di sapere se chi è preposto a promuovere leggi contro la droga sia lui stesso un drogato.
Mentre osservo il servizio del telegiornale che elogia la “pregevole iniziativa”, all’improvviso capisco, smetto di applaudire e mi accascio sulla sedia.
Peccato non esista un test scientifico anti-ipocrisia.
Lifepod E così, quando è finita, ti trovi al bancone di una specie di Virgin Megastore e un’eterea commessa ti mette in mano un LifePod. È praticamente uguale a un iPod, ma non contiene musica, contiene giorni. Non diecimila, sette soltanto. Ai dannati lo consegnano nero e precompilato. Archiviano il peggio della vita e gliela fanno rivivere come una settimana eterna: quando sono stati scoperti, quando hanno pagato e, ovviamente, quando sono morti. All’infinito. Le persone medie rivivono una sequenza di giornate trascurabili: pioggia durante una vacanza al mare, un sabato in famiglia, uno 0-0 allo stadio. È ai migliori, soltanto a loro, che viene concesso di scegliere, possono scaricarsi la playlist della vita. Eccoti quindi lì con la tua scatoletta bianca davanti alla macchina dove è racchiuso il calendario della tua esistenza. Devi solo scegliere le date, i giorni perfetti. Dipende da te: vuoi soltanto l’ultimo amore, o un pò di tutti quelli che hai avuto ? Potrai vivere ogni giorno senza consapevolezza dell’infinita ripetizione, ogni gioia sarà intatta. Allora che cosa metti dentro: il primo bacio di Carla, la prima volta che hai fatto l’amore con Giorgia, le nozze con Sara, la fuga con Elena, il figlio avuto da Giovanna, il tuo quieto tramonto con Federica? Ci metti lo scudetto della tua squadra? La vittoria elettorale del tuo partito ? Quando è uscito il tuo primo libro? Quando hai salvato la fioraia dall’incendio? Quando ti sei sentito nel giusto ? “Su avanti, scelga. Non è che possiamo aspettare un’eternità” ti dice la commessa, ironica oltrechè eterea.. Se hai il LifePod bianco significa che non hai vissuto invano, qualcosa devi pure aver imparato. Infatti chiedi se puoi collegare il tuo LifePod all’altro programma, al Life Tunes che scarica giorni nuovi, mai vissuti, quali che siano. Perchè il Paradiso, vedi, è solo qualcosa di mai provato prima.
Uccidi il tuo analista.
Riscrivi da sola la tua biografia: non contano i traumi, riviviti attraverso i momenti di gloria. Cercali, ci sono stati.
Tuo padre non ha mai abusato di te. Abusavi tu, del suo presunto dovere, del suo affetto, della sua debolezza. L’hai ripagato il giorno in cui hai fatto o non fatto qualcosa perché, solo perché, lui esisteva. Siete pari. Non hai nessun debito.
Hai eliminato il tuo bambino. Hai creato, anni dopo, il tuo bambino. Erano la stessa anima. Prova a pensare come i drusi: esiste, di anime, un numero limitato. Si è reincarnato per tornare dove era destino. Abbraccialo due volte e ogni cosa andrà al suo posto.
Uccidi il tuo analista.
Entra nella vita come nei sogni. Delle due, dimentica la realtà. E’ altrettanto trascurabile. Fluttua, ne sei capace. Non c’è bisogno di spiegazioni.
Non diventerai mai come tua madre, non preoccupartene. Di’ al tuo uomo che non ha bisogno di verificare, per calcolarsi il futuro. Se sospetti di stare con l’uomo sbagliato, non stai con l’uomo sbagliato: lo stai già lasciando.
Attenzione: nello specchietto retrovisore appari meno bella di quello che sei.
Uccidi il tuo analista.
Non hai nessun bisogno di essere cinica, di leggere una rivista per ciniche. Non sei le scarpe che porti né il lavoro che fai.
Non c’è una sola delle tue fantasie che non possa essere gioiosamente condivisa. Ci sono molte cose che non sai di te, ma non sarà un altro a svelartele. Morirai con qualche curiosità senza risposta, ma va bene così: sollecita un secondo giro. Morirai, ma hai diritto a una lunga vacanza, da qui ad allora. Non hai bisogno di un editore, scrivi la tua autobiografia vivendola, pubblica te stessa.
Uccidi il tuo analista.
E non avere rimorsi il venerdi dalle cinque alle sei.
Gabriele Romagnoli, Solo i treni hanno la strada segnata, Mondadori, pagg.141-142
In queste ore molti piangono una ragazza che ha conosciutol’uomo sbagliato. (Quanti di noi conoscono uomini o donne sbagliate, senza morirne?). Un padre, nelle stesse ore, è felice che un tribunale abbia stabilito che la figlia può morire.
Il dolore, più che personale, è relativo. Una figlia che muore provoca dolore, e un’altra sollievo. Si dirà che sono casi estremi: proprio per questo il dolore di ciascuno non lo comprende nessuno. Le attenuanti specifiche, però, non le hanno inventate solo per i processi.
Ma il Nero d’Avola è finito, ho fallito un sudoku e i Manonegra mi urlano Patchanka. Tutte queste cose, assieme, mi spaventano, soprattutto l’ultima. Quando mi rendo conto di essere sufficientemente simile a questo individuo qui sotto, mollo ogni argomentazione sul dolore, e buonanotte.
Stavolta siamo in tre. La mamma c’è, s’intravvede, poi fugge in un’altra stanza. Rimaniamo in tre, maschi, del gruppo storico che fu. Mike e Bravo parlottano, percepisco che abbiano qualcosa da rivelare.
Se ne esce Bravo, con una frase: “Ma secondo te, se siamo in tre (e non sei tu), chi è l’amante di Mike?”
“Tu?!?“, mi dichiaro stupito, non per il chi, ma per il cosa. “Ma si deve sposare a fine anno!“, rilancio sorpreso.
“E pensa che sono pure andato dai sindacati a vedere se si può fare qualcosa per aggiustarla“, interviene Mike. Evidentemente, no.
Sono felice, gongolo sul divano della casa di mio nonno. Incredibile, Mike ha l’amante, e innamorato com’era. Speriamo che mandi a monte il matrimonio. Lo penso profondamente, ma taccio.
Di Livio e un altro giocatore, sconosciuto, stanno sui gradini di un aereo in partenza. Ridono, più che sorridono. Indossano la maglia della Fiorentina. Poi siamo tutti dentro, con Mike e Bravo seduti spalle agli altri giocatori. Dietro, l’ex fidanzata di Bravo sta parlando con alcuni uomini vestiti di viola.
Al che molliamo l’aereo e ci dirigiamo all’ingresso dello stadio, che non è allo stadio ma si trova nel campo di nocciole sotto la casa di mio zio. C’è la pula, che mi ferma, penso alle trombe che abbiamo in mano e a Golf, l’ex di Bravo, che invece ha con sé dell’hashish. Temo per le sue sorti, invece dovrei pensare alle mie: il brigadiere mi palpa i quadricipiti, in maniera pesante, gli chiedo cosa cerca e mi risponde “benzina, cerchiamo taniche di benzina alterata“.
Ecco, è la benzina alterata che mi sfugge. Sopra, intanto, dietro la casa di mio zio che dovrebbe essere lo stadio, partono fuochi d’artificio e qualcuno festeggia, cosa non si sa.
I had a dream.
Stavamo, io e mio padre, in una stanza stretta, con poche sedie, scura e inscurita, assieme a pochi altri. Era la sala d’aspetto di un pronto soccorso. Teneva banco, parlava molto quello che – a un certo punto mi è stato chiaro – era l’uomo derivato da un ragazzino che stava avanti a me di qualche anno alle medie. Roveta, o Riva, forse Rivetti, non ne ricordavo il nome, e forse nemmeno la faccia: ma pareva lui, sebbene invecchiato, sebbene i capelli bianchi gli dessero un età maggiore di quella che doveva avere. Era uno di quelli che picchiavano forte, uno del gruppo dei temuti, i leader del branco di quella scuola.
Io non avevo mai fatto una rissa, ero un bambino grasso e impacciato, con l’aggravante dello studente eccellente. Il primo approccio con una ragazza mi traumatizzò: mi piaceva Barbara, la più bella della classe, eravamo in prima media e ci ritrovammo soli tra i banchi a un intervallo. Mi avvicinai e le chiesi: “Tu ce l’hai il ragazzo?”. “Si”, mi rispose. Io stetti muto e indietreggiai in silenzio. Non parlai per una settimana, a lei e al mondo. Alla fine di quell’anno Barbara rimase bocciata, e io mi sbloccai al terzo, al pomeridiano corso di latino propedeutico ai licei, sguardo in prima fila sulle virtù posteriori di una ragazzina di nome Enrica. Ecco, gli altri studenti eccellenti, almeno, piacevano alle ragazze, comprese quelle che avevano un bel culo: per questo era impossibile che Roveta, o Rivetti, potesse in qualche modo ricordarsi del mio volto o del mio nome.
E Riva, o Roveta, parlava, e parlava, in quella sala del pronto soccorso, e non pareva stesse male. Papà guardava l’ora, era parecchio che aspettavamo che qualcuno uscisse a dirci delle condizioni di salute di mia madre, che, dentro, stava male. Arrivò una dottoressa, con parecchie cartelle cliniche sotto il braccio, con la copertina rossa, e le appoggiò su un tavolo.
Criticai mentalmente il suo modo di lavorare: dava l’impressione di radunare un po’ di casi e di parlare ai parenti tutti assieme, soltanto dopo, e la cosa pareva dare un vantaggio solo a lei, giacché il primo avrebbe potuto avere notizie dopo mezz’ora e invece era costretto ad aspettare che ella, la dottoressa, facesse analisi e indagini su almeno altri quattro o cinque pazienti.
Quando toccò a noi, la dottoressa sorrise e disse: “Tua madre sta bene“, aggiungendo che le sue condizioni generali non erano peggiorate, che i valori e i parametri erano stabili. Io notavo una serie infinita di fototessere appiccicate con un punto di pinzatrice in corrispondenza di ogni paragrafo della cartella clinica, ovvero poste accanto a ogni esame effettuato o consulenza specialistica ricevuta. Mi inquietò considerare che la foto in realtà non raffigurava mia madre, ma una signora bruna in ottima forma che io non conoscevo. Ma le circostanziate parole della dottoressa e il nome e la data di nascita scritti correttamente sul dorso della copertina rossa e in ogni paragrafo mi facevano escludere lo scambio di persona. “Soltanto, è tanto stanca, è totalmente priva di forze, completamente a terra“, aggiunse. Io le chiesi di qualche farmaco che potesse rimetterla in piedi, darle energia. “No, non possiamo fare nulla“, rispose la dottoressa. A quel punto mi misi a piangere, ma le lacrime che cadevano sul tavolo accanto ai fogli non erano liquide, bensì dense, e di color verde scuro e beige, dense quasi come il miele, e io le pulivo e il tavolo tornava pulito, e io le pulivo con forza maggiore alla frequenza con cui cadevano, nonostante alcune andassero a posizionarsi in punti in cui già ero passato.
Ho fatto un sogno, e quando mi sono svegliato non c’era più nulla, Rivetti, la sala d’attesa, la dottoressa, la cartella clinica rossa, tutto era andato via. Non l’angoscia.
L’altra sera sono andato a trovare un vecchio amico che non vedevo da cinque anni.
Lo conosco dalle scuole medie: mio cugino me lo presentò a una festa e da allora l’ho sempre sentito almeno un paio di volte alla settimana.
Il mio amico è un grande, in tutti i sensi della parola.
Ha sempre le parole giuste al momento giusto, è simpatico e genuino, non è arrogante e non se la tira, anche se avrebbe milioni di motivi per farlo.
Perché lui è davvero una persona importante e conosce un sacco di gente in tutto il mondo che lo vuole incontrare di persona, addirittura pagando.
E’ nato in un continente lontano, ma sua mamma era italiana e glielo leggi in faccia che a lui piace davvero un sacco questo nostro colorato e sgangherato Paese.
Tanto tempo fa il mio amico aveva un “fratello” che un giorno partì per andare a combattere a migliaia di chilometri da casa, lasciandoci le penne.
Lui però non pianse, o forse lo fece di nascosto.
Lo salutò con una delle frasi più belle e crudelmente vere che siano mai state scritte sull’assurdità della guerra: “Loro sono ancora là, lui se n’è andato per sempre”.
Anche se ha avuto tanti amori, il mio amico ancora oggi ricorda con affetto la sua prima ragazza, quella che lo aspettava in veranda col vestito buono il venerdì sera d’estate, quella che lo lasciò su pressione della famiglia perché, parole sue, non aveva un lavoro “normale” come tutti gli altri.
Il mio amico sa cosa vuol dire lottare per i propri ideali contro le ingiustizie sociali e le discriminazioni e non si vergogna di sentirsi vivo. Mai.
L’ultima volta che l’ho visto di persona ci eravamo salutati sotto uno di quei fantastici diluvi estivi che spazzano via come un miracolo l’afa di giugno.
Era stata una delle serate più belle della mia vita, nonostante il forte vento, i lampi e un’acqua torrenziale da fine del mondo che mi scorreva addosso, incurante del poncho senza maniche che avevo portato.
In quel prato zuppo di pioggia, in mezzo a qualche decina di migliaia di persone, c’erano allora mia sorella, che già lo conosceva da tempo, e la mia ragazza, venuta a incontrarlo per la prima volta.
Dopo qualche ora tutti noi, lui compreso, avevamo i brividi, e non per il freddo.
Perché il mio amico si accorse della magia di quella notte, lasciò la sua postazione al coperto è uscì verso di noi, unendosi felice alla doccia collettiva, ridendo, urlando e suonando per quasi tre ore.
Già, perché dovete sapere che lui ha una vecchia “Fender” di legno e quando l’attacca al suo amplificatore si scatena il finimondo.
Con lui puoi saltare di gioia per tre ore di fila, incurante di ogni fenomeno atmosferico, oppure puoi commuoverti in silenzio con un brivido lungo la schiena.
Tutto nel giro di qualche minuto.
Perché il mio amico è capace di tenere in pugno sessantamila persone urlanti di felicità e poi zittirle semplicemente alzando un sopracciglio.
Come l’altra sera nell’afa di San Siro.
Non so dove sarà la prossima occasione in cui ti rivedrò, amico mio.
So benissimo però quello che ancora una volta ti griderò più forte che posso:
“Grazie Bruce!”
Vi presento il mio amico: si chiama Bruce Springsteen, ha 59 anni e da più di trenta regala emozioni al mondo.
E a tutti quelli che, come me, si sentono “nati per correre”.
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