Uno prende Nedved. Gli altri: “Non gioca, vuole fare la Champions”
“Ronaldinho”
E’ grasso.
“De Melo”
Ceduto al Lilla.
(”Ma è nella lista”
Cazzi tuoi, infòrmati meglio.
“Ceduto quando?”
Stanotte.
“T’ha chiamato per dirtelo?”).
“Hamsik a 312″
Un furto.
“Gilardino a 112″
Chi è quel coglione che gliel’ha lasciato a così poco?
E poi:
“Ma come si fa a prendere Perrotta a 18?!?”
(quando sei a fine asta e ci sono ancora pochi crediti e tante strategie per qualche big, è normale che alla fine Zanchetta valga 39 e Perrotta meno della metà. E’ così da quindici aste in quindici anni, e tu ne hai fatte almeno dodici. E’ bello, però, stupirsi ogni volta, quasi ti invidio)
“Corradi a 28 è uno scandalo”
(si, quasi come Bill e Monica. No, è come sopra, ma banality fair continua)
“Il monco ha il centrocampo migliore, ma nessuno in difesa. Il grigio è forte in attacco, ma hai visto i portieri? Ulna, cazzo, chi lo ferma con Trezeguet, Mutu e Pato?”
Ricordo un pomeriggio di qualche anno fa per le vie del centro storico di Pavia, a dissertare sulla filosofia del fantacalcio. Io parlavo di quid pluris umano dato da un terzo di studio dei giocatori in sede di pre-asta, un terzo di condotta d’asta e un terzo di studio del comportamento dei giocatori durante il campionato. Difendevo la mia posizione arroccato, contro il popolo della questione di culo. Era aprile. In estate mi preparai, condussi un’asta perfetta e mi ritrovai con Vieri, Totti e Gilardino, quando il primo era il migliore, il secondo aveva smesso il cucchiaio e il terzo non era ancora al Milan. Venivano schierati contro, in media, Amoruso, Bellucci e Frick. Compilavo file di excel con i voti, i bonus/malus e pure le fidanzate dei miei giocatori.
Nell’anniversario del discorso di Pavia mi ritrovai a un passo dalla penale del penultimo posto. In testa, uno che non seguiva il calcio, che non aveva partecipato all’asta e aveva delegato (a una donna) l’acquisto di tre giocatori: Buffon, Kakà e Shevchenko. Li aveva circondati di uomini destinati alla panchina in formazioni destinate alla serie B. Vinceva le partite 1-0 e pareggiava quelle in cui non riusciva a segnare. E, soprattutto, i suoi panchinari erano diventati i protagonisti della salvezza anticipata delle loro squadre, modificando in corso d’opera il loro futuro per destinazione.
Si cambiano fidanzata e idee politiche, ma non fede calcistica. Questo prima che Emilio Fede diventasse tifoso del Milan, folgorato sulla via del notaio che ne sancì l’acquisto da parte di Berlusconi. Si cambia anche idea sul fantacalcio: che il quid pluris sia invece un quid culis.
Nedved oggi ha segnato, in campionato, e comunque De Melo è meglio averlo perso, fidati.
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Il maresciallo scende dal bus urbano che lo riaccompagna al paese, attraversa la strada sulle strisce, segnala a tre colleghe di viaggio l’ultimo cero che i fedeli della zona hanno posto ai piedi di Maria, San Francesco e Santa Rita impressi in un dipinto giù al pilone. Le donne osservano a annuiscono compiaciute.
Il maresciallo è un vecchio sottoufficiale dell’Arma, originario della zona e vissuto altrove per i quarant’anni della onorata carriera che gli ha portato in dono, oltre a conoscenze buone per imboscare o elevare i giovani del paese in odor di leva, un accento che è la sommatoria degli accenti delle oltre cento province italiane, l’accento di un dialetto che non esiste.
Il maresciallo va alla messa domenicale, arriva sulla piazza venti minuti prima dell’inizio e riceve i saluti dei compaesani. Annota i giovani che non lo ossequiano e lo fa notare ai genitori, quando li incontra. Spesso esce dieci minuti prima, dopo l’eucarestia, e a chi lo vede rivela: fa troppo caldo…E poi, sottovoce: …e il prete è troppo lungo.
Il maresciallo saluta una delle donne cui ha segnalato il cero e svolta verso casa. Un ragazzino in bicicletta lo accosta e gli chiede cosa c’è al pilone. “Il cero alla Madonna, perché ci aiuti”. Il ragazzino gli sorride e gli dice: “E perché al mio papà non l’ha aiutato?”. Il maresciallo si ferma e osserva il grosso neo sulla fronte di quel bambino dai grandi occhi verdi. “A te sembra che non l’abbia aiutato, perché il tuo papà non è più qui. Ma adesso è in mezzo a Gesù e agli Angeli, in un posto bellissimo, e sta molto meglio di come stava qui”. Il ragazzino sorride, dice ciao, inizia a pedalare e si allontana.
Il maresciallo pesca dalla dispensa un piccolo album di vecchie foto. Riprende quella della cena del congedo, festeggiato dai colleghi della stazione. Lui ne era il capo, nella foto è in piedi, dietro le spalle del brigadiere seduto, il sottordine alla sua destra, il carabiniere ausiliario alla sua sinistra. L’appuntato è seduto, a margine, ha un volto sofferente che riflette pallore, la mano destra sorregge la fronte ma non la copre del tutto. Il maresciallo riconosce il grosso neo anche senza avvicinare gli occhi all’immagine.
Il maresciallo esce di casa, “vado a portare la spazzatura” dice alla moglie, e incrocia una coppia di amici che saluta. “Perché non siamo alti tre metri, o sei, o 40 centimetri? Perché siamo proprio così?”, pensa quando riceve il sorriso di lei.
Poco più in là, un ragazzino inserisce la password d’accesso al videogioco e pensa che nessuna madonna gli farà vincere la partita, al massimo sbaglierà lui bottone e qualcuno ne porterà le conseguenze. Fino alla partita successiva, quando sarà qualcun altro a morire, o a vivere, secondo la sua volontà, e/o al suo margine d’errore.
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L’importanza di viaggiare leggeri
Gabriele Romagnoli con Paola Casella
E’ stato un vero e proprio outing, quello di Gabriele Romagnoli: sulle pagine de la Repubblica il giornalista e scrittore è uscito allo scoperto rivelandosi non già gay o sangue misto, ma Dink, cioé la metà maschile di una coppia con doppio reddito e senza bambini, e soprattutto membro di una comunità sempre crescente di trenta-quarantenni (Romagnoli sta proprio sulla cuspide) che hanno fatto analoghe scelte di vita.
Oddio, chiamarla comunità è davvero improprio, visto che ogni Dink fa orgogliosamente caso a sé. Ma un dink concept, ovvero una certa forma mentis, un comune sentire accorpora, almeno idealmente, migliaia di individui sparpagliati attraverso il mondo occidentale. E tanto più Romagnoli si sforza di separare la propria identità da quella degli altri Dink, e a sottolineare che la sua scelta è individuale e maturata in proprio, tanto gli esempi che porta, addirittura le parole che usa, sono riconducibili alle statistiche riportate da Fiammetta Bonazzi nel suo corposo saggio sull’argomento Dink (vedi articoli collegati).
Il che fa ancora più impressione perché, per il resto, Romagnoli non sembra assimilabile ad alcuna categoria. Giornalista, scrittore, sceneggiatore, librettista, autore teatrale, opinionista: tutte queste definizioni gli si addicono, nessuna lo riassume interamente. L’uomo ha fatto della versatilità il suo cavallo di battaglia. O forse, più semplicemente, è nella sua natura – come per lo scorpione della favola – essere tutto contemporaneamente.
E’ stato inviato de la Stampa da New York e adesso è opinionista di Repubblica, dicendo la sua sugli argomenti più svariati, da Novi Ligure ai desaparecidos, dall’amore in chat a quello in progress. Ha pubblicato narrativa: Navi in bottiglia (Mondadori 1993), In tempo per il cielo (Mondadori 1995), Passeggeri (Garzanti 1998). Il suo ultimo libro, Louisiana Blues (Feltrinelli 2001), sta a metà fra il diario di viaggio e la galleria di ritratti. E’ sceneggiatore televisivo (Uno Bianca, Distretto di polizia) e cinematografico. Recentemente ha scritto i testi di Con le mani, una azione scenica liberamente ispirata al Quarto Stato di Pelizza da Volpedo.
Tutta questa attività richiede nomadismo fisico e mentale, flessibilità, capacità di adattamento, curiosità umana, assenza di legami: o meglio – sovrabbondanza di legami “leggeri” in quanto non rigidamente vincolanti, e almeno un legame profondo con chi condivide le sue scelte. Ditemi voi se questo non è il profilo di un perfetto Dink. A lui il compito di tentare una difesa d’ufficio della specie.
“Prima di dire che la scelta di non avere figli sia solo una questione di egoismo bisogna guardare alle altre motivazioni” esordisce Romagnoli. “Certo, molti dei Dink che vedo intorno a me hanno privilegiato la carriera rispetto alla vita privata, ma c’è anche altro, ad esempio il terrore di mettere al mondo bambini in un mondo peggiore, un terrore che non è mai stato vero come adesso. La mia è una generazione più consapevole, il nuovo che avanzava ci ha davvero spaventato.
“In più abbiamo fatto un esame di coscienza e abbiamo ammesso una nostra inadeguatezza al ruolo di genitore, almeno per ora. Perché assumersi questa responsabilità col rischio di sbagliare? Non c’è bisogno di fare figli quando uno sa di non avere il tipo di situazione domestica o lavorativa nella quale un bambino può crescere. Di fronte a questa consapevolezza rinviare è anche una questione di saggezza.”
E’ possibile che i nostri genitori ci abbiano trasmesso, più o meno consciamente, il messaggio che non è una buona idea mettere su famiglia?
Ho l’impressione che la generazione che ci ha preceduto abbia avuto parecchi problemi nel ruolo. I nostri genitori erano piccoli quando c’era la guerra, per cui hanno cercato di darci tutto dal lato concreto, assicurandoci: “Non ti mancherà niente”. Ma si sono trovati davanti una generazione di figli alla quale interessavano altre cose. Avendo avuto la sicurezza economica, cerchiamo le ragioni ulteriori, che sono più difficili da trovare e non bastano mai.
Siamo una generazione di figli poco portati a crescere, e dato che a trent’anni abbiamo visto l’Europa e l’America adesso vogliamo vedere l’Asia, l’Africa, l’Oceania, o anche solo un altro stato della mente. Una generazione che ha bisogno di scoperte non materiali, per cui il cammino è molto più lungo. La sicurezza economica si raggiunge magari più in fretta, mentre per raggiungere le certezze spirituali non bastano tre vite.
Alla frase “Non ti mancherà niente” è stato dunque risposto “Non mi basta mai”?
Sì, ma non in senso materialista: sono altre le categorie. La motivazione di fondo che trovo in me e in altre persone che conosco (per condurre una vita Dink, ndr) è che non ci sembra di aver raggiunto degli equilibri interiori da trasmettere. Quelli che sanno che la vita è A, B, C fanno i genitori e dicono ai loro figli: “Guarda, la vita è A, B, C”. Ma quelli che hanno dei dubbi, cosa raccontano ai loro figli? Cosa rispondono quando i figli chiedono perché? Io i dubbi ce li ho ancora, se avessi un papà gli chiederei continuamente: “Perché deve essere così?”
In geometria ci sono i postulati, quelli che non si discutono, poi i corollari che dai postulati discendono. La vita ci sta intorno come postulato, quando invece è un corollario, una delle tante possibili forme di sviluppo in linea orizzontale e verticale. Come insegnare a un bambino che questo è il mondo unico e certo se non ne siamo convinti noi per primi? Non è solo questione di voler avere più cellulari e meno pannolini. E’ anche questione di avere meno certezze da trasmettere.
Ho notato che, in genere, i Dink chiedono molto poco, a se stessi e agli altri, sia in termini emotivi che in termini pratici. I nostri genitori, che oggi viaggiano fra i sessanta e i settant’anni, erano invece molto esigenti rispetto a ciò che la società doveva loro in quanto capifamiglia. E anche i cinquantenni che hanno fatto il ‘68 erano esigenti quanto a ciò che secondo loro gli spettava.
In effetti la nostra generazione tende a investire soprattutto sulle proprie capacità, ad esempio sul lavoro. Una volta i cosiddetti non garantiti erano una categoria residuale in difficoltà. I Dink invece hanno scelto come unica garanzia la propria capacità di farcela, magari in due – se uno tira l’altro si arriva al traguardo. Non si tratta di individualismo sfrenato, dunque: al contrario, ti crei un’isoletta con un’altra persona con la quale cerchi di andare avanti.
Tuttavia in un suo romanzo (Passeggeri, ndr) lei ha scritto: “Ci sono persone come te, a forma di isola. Ma quando si incontrano nulla le unisce. È come per le isole di un arcipelago: non le puoi avvicinare l’una all’altra e ricavarci qualcosa. Non sono le tessere di un mosaico, non si combinano, ognuna sta per conto suo.” Come mai questo paragone fra individui e isole?
Di un’isola si vede il confine e questo ci dà una sensazione di controllo; al tempo stesso, l’oceano che c’è intorno dà un’immagine di infinito. E l’isola è un possibile esperimento di mondo perfetto, come Trisitan Da Cuña, dove hanno applicato le regole di Tommaso Moro e hanno costruito un’Utopia.
I Dink sono perfezionisti?
E’ difficile accomunare tutta la categoria: ci sono i Dink perfezionisti e i Dink cialtroni. Non credo nemmeno che esista un modello di vita unico e ben definito, proprio perché i Dink sono gente dubitabonda e anche molto volubile. In questo senso, non catalogabile.
Pero tutti i Dink sembrano coltivare l’instabilità come valore.
Bisogna intendersi sul concetto di instabilità. Non stiamo parlando di instabilità psicologica. Nell’instabilità dei Dink rientrano tutte quelle forme del vivere secondo regole non codificate e quindi continuamente in movimento. C’è un concetto di nomadismo, del non sentirsi a casa da nessuna parte. E’ un sapere che nulla è per sempre, un non sentirsi radicati nei luoghi, nelle cose, nelle relazioni. Ciò che magari dura all’infinito è ciò che nasce senza l’angoscia di durare all’infinito. La formula “fino alla fine dei vostri giorni” è l’ultimo presupposto per una relazione duratura perché dà subito l’angoscia.
L’instabilità è un modo di accettare che il nostro mondo è in movimento e che c’è meno bisogno di cose, di oggetti, di proprietà. Le case non si possiedono ma si usano, si preferisce avere cinque vestiti piuttosto che un guardaroba pieno con le camicie schierate e catalogate per colore, che a me personalmente mettono l’ansia: io ho tre scarpe, le uso, poi le butto e ne piglio delle altre. E’ il concetto di viaggiare leggeri. Tanto, nell’archivio della memoria, quello che rimane è quello che valeva, tutto il resto è accessorio. Non bisogna mettersi addosso ciò che si potrebbe ottenere dentro.
L’instabilità è un valore o una strategia di sopravvivenza?
E’ una strategia di sopravvivenza che finisce per diventare un valore, perché ti accorgi che ha dietro, in maniera quasi inconsapevole, un modo di porsi rispetto alle cose che ha una sua essenza positiva. Secondo me è meglio essere così che stare con le mani addosso alle cose, alle case e alle persone. Essere instabili è accettare le debolezze in se stessi e negli altri, quelli che non ammettono le loro fragilità perché le coprono con una sovrastruttura di valori secondo cui la vita è in un certo modo, e bisogna essere in un certo modo. I Dink invece non sanno che fare ma si tengono per mano due a due e provano.
Forse i Dink sono un passo avanti nella scala evolutiva.
Se la scala evolutiva andasse in quella direzione si fermerebbe: qualunque evoluzione comprende la produzione dell’essere successivo. Credo al contrario che sia una forma di ribellione a un processo evolutivo che procede in maniera cieca: ogni nuova generazione mi sembra peggio della precedente. E’ come dire: fermiamoci un attimo a guardare quelli che siamo, prima di riprodurci in questo universo. Il mondo che avanza è quello globale delle multinazionali che creano gusti universali in tutto il pianeta. Se devo generare l’ennesimo bambino che vuole i Pokemon preferisco pensarci.
Come dire: i Dink sono disposti ad utilizzare il mondo in tutte le sue valenze globali, ma non a farne parte attiva mettendoci un figlio?
Alla fine è quella la forma di protesta, o di resistenza passiva, più forte: dato che io non me ne posso chiamare fuori, perché questo mondo si può contestare da dentro ma non uscirne, posso almeno sospendere l’atto di adesione…
Mi dica una caratteristica saliente delle coppie Dink?
Quasi tutte quelle che conosco vengono da mondi molto lontani fra loro, hanno opinioni diverse, non sono uniformi, mentre la coppia che si riproduce condivide un universo, crede che moglie e buoi debbano essere dei paesi tuoi, ha una stessa opinione politica. Ma nella coppia Dink paradossalmente ci sono meno conflitti, perché l’uno è interessato al mondo dell’altro, trovi persone new age che convivono con materialisti convinti, non per mancanza di personalità, ma per interesse verso una persona completamente diversa. Credo che stare con una persona che proviene da un altro mondo, che ha un’altra visione rispetto a quella da cui provieni tu, sia una forma di arricchimento. Alla sera non si parla sempre della stessa cosa. I Dink sono più aperti, e hanno trovato l’altra metà della mela.
E’ d’accordo sull’ipotesi, formulata da Fiammetta Bonazzi nel suo saggio, che la scelta di vita dei Dink sia dettata dal marketing?
Mi sembra una scelta che avviene più per pressioni interne che esterne, che ha a che fare con i propri percorsi privati. Non credo che il fenomeno Dink sia indotto dal marketing, anche se sicuramente siamo una nicchia di mercato funzionale a determinati prodotti. Continuo a pensare che prima nasce il comportamento, poi lo scooter. Almeno me lo auguro.
Nel suo articolo su Repubblica ha scritto una frase molto tenera: “Abbiamo amato nelle nostre donne anche le figlie che non abbiamo avuto”. Ogni Dink tutela lo stadio infantile dell’altro?
Sì, anche perché stando a lungo insieme si procede a regressioni infantili. Credo che l’inespresso spirito paterno da qualche parte deve andare a riversarsi, e lo riversi su chi hai accanto, è inevitabile. Vale di più per il Dink maschio perché di solito è un po’ più maturo anagraficamente della sua compagna.
Cosa diventa un Dink da grande?
Questa è un’epoca di profondo revisionismo, per cui credo che il Dink da grande faccia figli. All’ultimo secondo, prima del rallentamento inesorabile dello spermatozoo o della restrizione permanente delle tube di fallopio, diremo: andiamo a vivere lontano e proviamoci. Mi immagino che succeda a 45 anni, prima che sia troppo tardi.
Ci risentiamo fra cinque anni, allora.
Magari. Sono curioso anch’io.
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