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settembre 26, 2008

Il papà di Giovanna

Un film di Pupi Avati. Con Silvio Orlando, Francesca Neri, Ezio Greggio, Alba Rohrwacher, Serena Grandi, Manuela Morabito, Paolo Graziosi, Gianfranco Jannuzzo, Valeria Bilello. Genere Drammatico, colore 104 minuti. – Produzione Italia 2008. – Distribuzione Medusa – [Uscita nelle sale venerdì 12 settembre 2008]

Il papà di Giovanna è Silvio Orlando, Giovanna è Alba Rohrwacher, più difficile a scriversi che da pronunciare, attrice bravissima sbocciata relativamente tardi (è classe ‘79) perché prima ha studiato cinematografia e fatto teatro. Il papà di Giovanna insegna arte al liceo Galvani di Bologna, siamo negli anni che precedono la seconda guerra mondiale e la scuola è la più prestigiosa della città. Giovanna studia allo stesso liceo, è bruttina (o meglio: si vorrebbe che fosse così: personalmente la trovo di una bellezza particolare ma con potenzialità travolgenti) e soprattutto ha problemi di adattamento con i compagni (che la ignorano) e le compagne (che sono figlie o nipoti della crema della città). Ezio Greggio fa il poliziotto e vive nell’appartamento accanto alla famiglia di Giovanna. Stop: aggiungere elementi significherebbe raccontare di fatto una trama pregevole e una storia che appassiona.
Al festival di Venezia i soliti giornalisti hanno montato il solito caso sul presunto filofascismo che a tratti emergerebbe dal contenuto del film: dimenticate quegli articoli e soprattutto quei titoli, se li avete letti, ché qui il fascismo non c’entra. Conta, invece, ciò che lasciano Giovanna e la sua mente diversa, particolare, e il papà, testimone consapevole dell’amore a prescindere. Egregio il tratto dei personaggi a contorno, finemente caratterizzati e magistralmente interpretati da una bellissima Francesca Neri e da un sorprendente Ezio Greggio. Soprendente nel senso letterale: che sorprende. Non da Oscar, come è stato scritto, ma piacevole in un ruolo non suo: una semplice, apprezzata sorpresa.

Voto: 8/10
Visto all’Olimpia di via Arsenale domenica 21 settembre, primo spettacolo

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settembre 25, 2008

Il vento fa il suo giro

di Giampiero Busato

Un film di Giorgio Dritti. Con Thierry Toscan, Alessandra Agosti, Dario Anghilante, Giovanni Foresti. Genere: non ne ho idea, abbiate pietà per l’ignoranza. Colori è a colori, quanto duri non lo so ma più di un’ora e mezza.. Produzione Italia 2005.

“A cosa ti serve la vita? Per vivere male? La vera trasgressione è cambiare, è fare realmente quello che hai voglia di fare”

Premessa

Giampiero Busato va al cinematografo sognando di costruirsi una sala in casa ma non conosce la differenza tra un produttore e uno sceneggiatore. Né capisce perché esista il direttore della fotografia nei film se il film è un filmato e non una proiezione di diapositive. Sa che al Warner Village e nei multisala fanno vedere solo i film della grande distribuzione ma non ha sufficiente coscienza o conoscenza per sostenere che tutto ciò che è in grande faccia schifo. Per esempio la birra del Baladin è buona, è artigianale eppure si trova anche all’ipermercato.

Questo film si è servito di due solo attori paraprofessionisti, tutti gli altri sono abitanti del luogo imprestati alle riprese. Non ha ricevuto sovvenzioni, non è distribuito nelle solite sale. Chi ci ha creduto lo ha messo in locandina, come un vecchio nostalgico cineasta che si chiama Antonio Sancassani, proprietario del cinema Mexico di Milano. L’ha tenuto in macchina per più di un anno, Sancassani, uno che da decenni respinge gli assalti dei frufrù che vogliono soffiargli il locale di via Savona per metterci il seicentesimo cazzo di showroom. Dopo tre anni il pubblico inizia a sapere che c’è un gran bel film in circolazione, e lo va a vedere dove può.

Il vento fa il suo giro è un proverbio occitano (E l’aura fai son vir), come dire: tutto torna. Gli occitani sono un popolo che sopravvive in alcune vallate, certune quasi del tutto abbandonate, nella provincia di Cuneo. Luoghi che Busato ha distrattamente visitato da piccolo (Coumboscuro, Ussolo, Peveragno) e dei quali ha apprezzato un gruppo folkloristico locale, i Lou Dalfin, che suonano uno strumento della loro tradizione, la ghironda.

A Chersogno, borgata di Ussolo, arriva un professore francese, Philippe Héraud, che ha deciso di scendere dal tram: nella sua città stanno costruendo una centrale nucleare e la consorte ha paura; la stupida burocrazia della scuola contaminata dal progresso, poi, lo ha convinto a licenziarsi, a dedicarsi alla pastorizia e, su tutto, a cercar casa sui monti. Ci prova in Svizzera e in Val d’Aosta, ma non trova niente. Sulla strada del ritorno passa per Chersogno, se ne invaghisce e si presenta al sindaco con moglie e tre figli, raccontando la sua storia.

Gli occitani l’accolgono con sospettosa cortesia e gli trovano una sistemazione. L’idillio, però, dura quanto una formaggetta che Philippe regala in osteria: i piccoli, poveri, ghettizzati occitani si mostrano in tutta la loro intolleranza, la stessa che hanno ricevuto in tanti anni di vita da sparuta minoranza. Le capre cagano nel prato sbagliato, i bambini scassano le palle all’ora di cena, gli Héraud non sono troppo amici del sapone et voilà, dopo un po’ non li sopporta più nessuno. Neanche chi li ha sempre difesi. Li ama solo lo scemo del villaggio, tanto amareggiato dalla decisione finale dei forestieri da morirne. Prima di andarsene Philippe ha il tempo di denudare tutta la grettezza e l’ipocrisia di chi si sente vittima ma, messo nelle condizioni di far l’aguzzino, sembra aver sempre conosciuto il mestiere di carnefice.

Sito ufficiale: http://www.ilventofailsuogiro.com

Colonna sonora: http://www.ilventofailsuogiro.it

Voto: bello. Tanto che mi butto in automobile e torno a Chersogno.

Giampiero Busato

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settembre 24, 2008

Libera Nos a PD

Solo alcuni brevi commenti su di un articolo di Morando di oggi, apparso sul Foglio (garanzia di minchiate).

Non mi dilungo sulla crisi finanziaria, io a differenza di tutti i signori che blaterano sui giornali nostrani, la sto studiando, SE ne uscirà qualcosa, saprete. Nè raccolgo la solita tiritera contro la matematica in economia: e studiatela sta benedetta matematica, piantatela lì di rodere di invidia.

Mi limito solo a circostanziate osservazioni su cosa sta dicendo questo signore. Spero che questo sia la conferma definitiva che questi signori del PD sono la vergogna nazionale e che prima ci si sbarazzerà di questo branco di pecore a-pensanti, prima forse si potrà immaginare di parlare di politica a sinistra (la destra non la cito per tre motivi: a) sono di sinistra, b) del mercatismo di tremonti non c’è nulla da dire che non sfoci nell’insulto personale, c) la sinistra di oggi, quella del PD, prende a larghe mani dalla destra, ergo…).

Prima kazzata: la crisi è figlia di Volcker e Reagan. Completamente sbagliato: da una parte abbiamo una trasformazione tecnologica e una istituzionale fondamentali, ovvero l’affermarsi del nuovo paradigma tecnologico dell’Information and Communication Technology e la creazione di un mercato finanziario globale. Senza di esse, non ci sarebbero state le basi; tuttavia, globalizzazione e cambio tecnico non sono affatto un male, il problema è l’eventuale deriva del sistema, dove si è creato il tarlo. Bene, carissimo, il tarlo è determinato dalla troppa moneta: senza il mare della liquidità dei tassi-bassi-per-sempre dell’osannatissimo Greenspan, tutto questo non sarebbe successo. L’ho già detto in un post sul mio Blog,.

Seconda kazzata: si dimostra che le certezze dell’economia non la rendono una scienza naturale. Si dimostra un fico secco. Il fatto che la politica decida di fare certe cose non implica che siano corrette, nel Paese di CAI e Alitalia un po’ più di prudenza non guasterebbe!

Terza kazzata: il liberismo della Tatcher e di Reagan. Calma ragazzi: palla al centro. Reagan mise i dazi contro le importazioni tessili e fece esplodere la spesa pubblica. Le tasse si tagliano quando si riduce la spesa, altrimenti si spostano flussi di prelievo nel tempo, non si riduce nessuna pressione. Possibile che sia così difficle capirlo. Quando è che questi mi fanno il favore di leggersi Foucault? Il neoliberismo è una tecnica di governo, che utilizza l’economia come sistema di validazione, la regolamentazione non diminuisce, cambia. Quanto alla Tatcher, se ne andò lasciando aliquote marginali del 90 e cadde su di una tassa, what are we talking about?

Quarta kazzata: regolamentazione e fine dei rischi. Nessuno ha mai detto che il rischio si può azzerare, imbecille. Il punto è che mentre il rischio del mercato nel suo complesso te lo tieni sul groppone perchè lì deve stare, il rischio individuale si può eliminare tramite la costruzione di portafogli che diversifichino opportunamente. Questa crisi, infatti, grandissimo idiota, non dimostra che la diversificazione non serve perchè come dici tu, la parcellizzazione non è servita, ANZI DIMOSTRA IL CONTRARIO. Il problema nasce, infatti, dall’eccessiva concentrazione di asset tossici in pochi punti del sistema. Questi stavano facendo una valanga di soldi e si sono caricati di troppi rischi e quando c’è stato il patatrac si sono ritrovati con tutta la merda dentro il bilancio.

Quinta kazzata: W la regole. Non ci stai capendo nulla, ma per errore stavi quasi per dire qualcosa di intelligente. Ovvio che la regolamentazione sui mercati over the counter non c’è ed ovvio che bisogna mettercela. Qui, però il problema è che la regolamentazione sui mercati finanziari, quando c’è NON FUNZIONA! Le ragioni che adduco, prima di ulteriori ed eventuali aggiunte (sto studiando di notte, di giorno non ho tempo), sono tre:

a) il regolatore è catturato, lo hanno ribadito tutti, basta vedere da dove questa gente viene e dove lavorava prima e dove andrà a lavorare dopo;

b) la regolamentazione è sempre fatta a rimorchio della crisi precedente. Qui esistono due problemi aggiuntivi, il primo è che l’innovazione finanziaria viaggia troppo rapida (ed in parte questo è grazie a Mr Greenspan again), il secondo è che il problema di asimmetria informativa sembra aumentare anzichè ridursi (non so chiarire meglio se si tratti di effetto eprverso della regolamentazione o di questa regolamentazione, ci devo pensare, prendetela per buona così come è)

c) esistono problemi legati ai sistemi contabili e ai fattori di rischio. Iniziamo dai primi: non possiamo valutare al dato storico, palesemente inefficiente, ma valutare a mark to amrket introduce elementi di rischio eccessivo, perchè in presenza di bolle non abbiamo nè un tetto nè un floor (leggersi il cepr policy paper di Spaventa su questo punto o il suo articolo sul FT). Sui secondi: il rischio è calcolato in maniera implicita sulla base dei dati storici, ergo, si usano misure che sono assolutamente endogene e oltretutto procicliche, quando va bene, va bene, il rischio misurato è più basso e questo mi permette di caricarmi rischio ulteriore. Quando finalmente butteremo nel cesso il Value At Risk e cominceremo ad evitare di assumere che la distribuzione dei rendimenti abbia varianza finita, giusto perchè così facciamo prima a calcolare il Teorema del Limite Centrale, magari qualche cosina in più riusciremo a capirci…

Beh rimarrebe da parlare dell’Internazionale Craxiana, ma in effetti sono intellettualemnte sconfitto… L’Internazionale Craxiana!! Ma dove l’hanno preso questo qua?

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settembre 21, 2008

Il grande governo (dell’informazione)

Berselli sarà anche Berselli, ma non è detto che abbia per questo ragione. Anzi, in questo caso più che un’arguta analisi della politica nella “decadente” Italia di oggi, la sua lettura me ne sembra figlia. Discende dallo stesso modello che critica, è lei stessa una spettacolarizzazione della realtà alla fine fuorviante. Per cui, così come le burocrazie di Weber tendono a conservare loro stesse, l’osservatore che analizza i fatti con la lente del costume giustifica la sua stessa esistenza riducendo un problema decisamente concreto alla fumosità della materia che tratta.
A me i nodi sembrano ben altri, ben altri i presupposti delle analisi “rilevanti” del caso Italia. E l’ipotesi di un Governo che costruisce consenso in forza di un “format” mi sembra azzeccato quanto, del problema, l’invertire un particolare con il tutto.
Il nodo – io credo – è che il format di berselliana denuncia esisterà pure, ma sarebbe poco più di un debole e ammorbante afflato nel vento se non fosse potentemente amplificato dai megafoni di un’informazione che vede la parte oggi al governo controllare direttamente e indirettamente qualcosa come cinque delle otto reti televisive nazionali e oltre l’80% del pubblico televisivo di una nazione che, come è noto, legge poco e legge male, visto il nullo livello di indipendenza della generalità delle testate giornalistiche del Paese.

Audience e share delle tv nazionali danno subito la portata della questione.
Nella fascia oraria 18,30-20,30 – quella dei tg serali -, Rai e Mediaset mettono insieme circa l’83% degli ascolti totali in chiaro (Rai 43,46%, Mediaset 39,75%), che, con Sky a pochi milioni di abbonati, sono ancora la quasi totalità dell’ascolto televisivo, quindi la quasi totalità del Paese.
Chi sbeffeggia Emilio Fede ignora che l’edizione serale del suo Tg4 ha una media di 1,5 milioni di spettatori. Grosso modo quanti ne ha Studio Aperto, tanto che bastano i due tg “minori” di Mediaset per eguagliare il pubblico di lettori del principale attore dell’informazione schierata contro il potere berlusconiano: Repubblica, 2,9 milioni grazie alle circa 650mila copie vendute.
Basterebbe già, visto che se andiamo a guardare Tg1 e Tg5 (rispettivamente 7,5 miloni e 7 milioni circa di ascoltatori, sempre nell’edizione della sera) questo improponibile confronto è definitivamente archiviato, e senza appello, come ben sapeva Berlusconi quando occupò Rai Uno con Del Noce e impose Mimum al Tg1 o quando, in caduta di consensi sul finire della legislatura 2001-2006, sostituì il troppo tiepido Mentana con Rossella (cui sarebbe seguito lo stesso Mimun, tornato a casa dopo il compitino in casa Rai: remember Kapo?).

Questo al netto dei quotidiani. Dove i numeri sono ormai meno incisivi, ma dove conta ancora qualcosa l’incidere nell’”agenda setting”, nel meccanismo del fare opinione, del decidere quali temi siano rilevanti nel dibattito pubblico (altrimenti non esisterebbe “Il Foglio”). Anche qui ai più sfugge comunque che, nonostante pianga miseria, Berlusconi tira 200mila copie con Il Giornale (del fratello Paolo) e che oltre allo stesso Foglio di Ferrara (o, meglio, della moglie Veronica) può contare sui favori di Libero (130mila copie), delle testate del Quotidiano Nazionale (Nazione, Giorno e Resto del Carlino assommano complessivamente 330mila copie), sul Giornale di Sicilia (64mila), sulla Gazzetta del Mezzogiorno (55mila).  Anche qui un fronte vasto e compatto, quindi, contro il quale, dietro la citata Repubblica, i principali attori sono L’Unità e il Manifesto: che di contro fanno 78mila e 25mila copie al giorno. Pochine, tutto considerato, per pensare di opporsi in modo efficacie a tale fuoco di fila.
Poi ci sono i periodici: Panorama fa 470mila copie (70mila in più dell’Espresso), “Sorrisi” è a 1,5 milioni di copie, solo per citare due testate sulle decine di casa Mondadori. Poi c’è l’editoria (la stessa Mondadori, Einaudi, Piemme, Sperling&Kupfer), il cinema e la distribuzione cinematografica, la radio (Rai in primis) e c’è quella stessa pubblicità che, grazie al tetto di raccolta alla Sipra-Rai, imposto sin dai tempi di Craxi, ha frustrato ogni possibilità di crescita di questa, favorendo il solo competitor presente sul mercato.

Descritta velocemente e imprecisamente, la situazione è questa. Come dire, non serve nessun format, il controllo dei media basta e avanza.
Il petroliere Monti (fondatore della Poligrafici Editoriali, editore delle testate “Quotidiano Nazionale”) descriveva i suoi giornali come “le sue pistole”, come un male necessario (erano sempre in profondo passivo) per muoversi nel complicato mondo della politica. Così Fiat controllava e controlla “La Stampa” ed è stata nel “Corriere della Sera”. La stessa Via Solferino è stata infiltrata dalla P2 e oggi in mano a Mediobanca (dove oggi è riuscito a entrare lo stesso Berlusconi, che ha piazzato la figlia nello stesso Cda in cui siedono Geronzi, Ligresti, Tronchetti, Tarak Ben Ammar, Bernheim, Benetton, l’Unicredit, l’amico e socio Doris, Bolloré, Palenzona, Pesenti…). Il “Sole” è di Confindustria, Il “Secolo XIX” è nato con gli Ansaldo, “Il Messaggero” (insieme al Mattino di Napoli) è in mano ai Caltagirone, che lo acquisirono dai Ferruzzi, Telecom possiede l’agenzia ApCom. Si potrebbe continuare.

Il format di cui parla Berselli mi sembra elemento né centrale, né nuovo. Sono una novità il populismo e la propaganda? La breve stagione del People’s Party americano data al 1890 (tra l’anno l’anno dello Sherman Act, la legge antitrust degli Usa, che ha preceduto giusto di un secolo quella italiana) il fascismo italiano al 1919, il nazionalsocialismo tedesco al 1932, tralasciando altre decine di esempi in altrettanti regimi dittatoriali che in tutto il mondo ebbero da questa facile deriva del confronto politico una decisiva impronta, e nella propaganda lo strumento per suggellarne la presa in termini di consenso. Mussolini istituì il Minculpop e l’Istituto Luce e questo produceva – un po’ come “Porta a Porta” oggi – documentari che ritraevano il mascellone a mietere il grano, bonificare le Paludi Pontine o a giocare a pallone con la figlia a Villa Torlonia. Il Reich aveva Goebbels e la propaganda, la “menzogna ripetuta” e il controllo totale della stampa e dell’informazione. Il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli aveva quale mira prioritaria il controllo dell’informazione. Centrale, allora, è il sistema dei media. Una democrazia che voglia dirsi compiuta dovrebbe puntare a una pluralità degli attori dell’informazione la più vasta possibile. L’Italia si è concessa il lusso di un oligopolio ristretto che da tempo tende al monopolio. Così non fosse, di Mimum, Fede, Giordano, Belpietro, Feltri, Vespa, Costanzo, Gasparri, Cicchitto e Bonaiuti conosceremmo a malapena l’esistenza.

In sostanza, nessuno dubita che Berlusconi sia bravo o che goda di grandi abitlità dialettiche e comunicative. E’ invece lecito e logico dubitare del fatto che, in un sistema dell’informazione concorrenziale, pluralistico e quindi non asservito al potere, Berlusconi avrebbe potuto parlare come e quanto ha fatto sere fa a “Porta a Porta”, un monologo mai interrotto e solamente condito da alcuni “spot” sui rifiuti di Napoli o sulle sue gioiose vacanze estive a Villa Torl.., a Villa Certosa.

Ps. Berselli cita il discorso sui “fannulloni” di Brunetta come paradigma del sistema di comunicazione che starebbe assicurando al governo i consensi di cui gode in questo momento. Trovo invece che, semplicemente, Brunetta goda oggi di un consenso derivante dalla condivisione che qualche milione di italiani gli tributa su quella specifica problematica, come riprova il fatto che anche il Pd ne aveva fatto tema del proprio programma elettorale, candidando tra le proprie fila Pietro Ichino. Brunetta, in sostanza, pone una questione attorno alla quale hanno scritto centinaia di pubblicisti e che è entrata persino nei libri di storia (Ginzborg, per citarne un autore non tacciabile di simpatie destrorse) e sulla quale concordano milioni di italiani: ovvero il problema di una pubblica amministrazione che costa molto e ha una produttività storicamente bassa, di un Moloch che è stato per decenni l’anomala (e socialmente ingiusta) via italiana al welfare, oltre che un serbatoio per infinite clientele politiche. Spendiamo per i dipendenti pubblici il 10,7% del Pil e il 24,6% della spesa primaria contro il 6,9% e il 16,9% della Germania (60 miliardi di spesa annua in più, secondo la Cgia di Mestre) e abbiamo servizi generalmente peggiori. Poi chiaro che non occorra generalizzare o colpevolizzare, ma parliamo di un problema cui milioni di italiani guardano scandalizzati da tempo.

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settembre 18, 2008

La fabbrica dei tedeschi

Un film di Mimmo Calopresti. Con Valeria Golino, Monica Guerritore, Silvio Orlando, Luca Lionello, Rosalia Porcaro, Giuseppe Zeno. Genere Drammatico, colore 90 minuti. – Produzione Italia 2008.

“Qui si sogna, si fantastica, ma poi il turno inizia”

Una delle polemiche dei giorni della tragedia fu la (presunta) scarsa solidarietà dei torinesi, che continuarono in troppi lo shopping natalizio durante il corteo di protesta contro i vertici dell’azienda nei giorni – dicembre 2007 – successivi al dramma (e con ancora tre o quattro ustionati morituri negli ospedali). A Venezia, qualche settimana fa, questo film fece molto parlare soprattutto per l’attacco della madre di una delle vittime al registra Calopresti, colpevole di avere inserito sulla pellicola le urla del figlio morente.

E ora, e adesso, Torino come reagirà? Mi aspetto code all’ingresso, quando siedo ritengo di avere sbagliato sala, s’abbassano le luci, la sala è giusta, mi guardo attorno e: sono otto le persone accanto a me. E’ martedi, è il secondo spettacolo nell’unico cinema (il meraviglioso F.lli Marx di corso Belgio) della città che proietta il documentario sull’orrore della Thyssen&Krupp, ma è possibile che gli interessati siano otto su un potenziale bacino di due milioni cintura compresa?

Voglio pensare a un repentino e fulmineo passaparola tra torinesi sull’inconsistenza emotiva e la pessima tecnica del docufilm. Invece inizia la proiezione e qualcuno inizia a piangere (smettendo probabilmente nel parcheggio due ore più tardi). Se un arbitro di calcio lavora bene quando nessuno parla di lui ma tutti della partita, Calopresti ha lavorato benissimo: lo spettatore è preso e inviato direttamente al giorno che precede il fuoco alla linea 5 e trascinato nel dolore delle famiglie che vivono nel ricordo delle vittime. Denuncia sociale? Beh, si, chiaramente, anche se il lavoro, in questo, è stato facilitato dall’evidente comportamento criminale del gruppo tedesco.

La riflessione, dopo il pianto, va oltre. Che ne è dell’operaio? Interessa a qualcuno, la vita degli operai? L’imprenditore – in media – ritiene l’operaio un male necessario, l’operaio – in media – ritiene l’imprenditore uno sfruttatore con pochi se e pochi ma. E’ una lotta atavica. Torino, in effetti, è assente. Cosa potrebbe, cos’avrebbe potuto fare? Probabilmente niente, ma vuoi mettere una sala piena rispetto a una sala vuota, a piangere assieme, a ricordare, ad ascoltar parole da ripetere, da tramandare?

Voto: 8/10

Cinema F.lli Marx, corso Belgio

Visto martedi 16 settembre 2008

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settembre 16, 2008

E fu subito Bum Bum

QUI il mio pezzo apparso sul numero di settembre della rivista Il tennis italiano.

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settembre 12, 2008

Un giorno sui mezzi pubblici a Torino

Salgo sui mezzi pubblici e vinco dieci anni. E’ il regalo di compleanno che faccio a me stesso il giorno dei 34: l’ultima volta leggevo American Psycho sul 33 che dalla Crocetta mi portava in centro, verso Palazzo Nuovo, alla ricerca di libri da cui scopiazzare una tesi improvvisata. Avevo 24 anni e faceva freddo, il cappotto era quello grigio che oggi sta appeso a un filo nel granaio di mio nonno, come un maldestro manichino impiccato.

Oggi si parte da corso Dante e si arriva in fondo a corso Telesio. Dieci anni fa internet andava a 28 Kb, se eri fortunato 56, e comunque per conoscere la linea di un tram prendevi una cartina, la aprivi in mezzo alla strada, raccoglievi qualcosa che senz’altro ti era nel frattempo caduto, piegavi e ripiegavi su se stesso il foglio un metro per un metro e al termine annotavi il percorso che avresti seguito. Oggi c’è un pdf del sito della GTT – all’epoca: ATM -, che opportunamente consultato sentenzia: il 42 fino all’ospedale Martini e poi il 28 verso nord.

Alla fermata di corso Dante la palina invita a inviare un sms scrivendo il numero della fermata per conoscere l’orario del successivo passaggio del pullman. Il numero è 49990, la tariffa secondo proprio operatore, proviamo. La risposta è immediata. Fermata 1140 – D’Azeglio (C.so Dante dopo corso Massimo d’Azeglio). Passaggi: 42 (7.55), 42 (08.01), 42 (08.06), 42 (08.16), 42 (08.24), 42 (08.32). Sono le 7.51. Tempo di alzare lo sguardo, osservare i miei futuri colleghi di viaggio (un pensionato che fuma, una ragazza con un top grigio, una signora con borsa della spesa, una signora senza borsa della spesa) e da lontano appare una sagoma che, conteggiati i minuti al semaforo oltre il corso, effettivamente arriva alle 7.55.

Sopra, c’è puzza. La puzza di tram cugina di primo grado di quella del treno. Chi arriva dalla provincia chiama tram il pullman giallo, perché per chi arriva dalla provincia il pullman è inesorabilmente blu e conduce dalla campagna alla città. Cavalcavia di corso Dante, ospedale Mauriziano. Barcollo ma non mollo, ovvero c’è parecchia gente, chi legge, chi dialoga, chi ascolta musica. Levo le cuffie per ascoltare chi dialoga: livepod. In corso Peschiera inizia a svuotarsi. Non mi siedo, per non dovermi alzare tornasse affollato.

Davanti all’ospedale Martini il 42 arriva dopo una passeggiata in corso Brunelleschi. Mi piacerebbe prendere un caffè con chi materialmente disegna i percorsi dei mezzi pubblici, con l’uomo o la donna che a conclusione di una riunione combattuta fino all’alba ha avuto la meglio sulle proposte altrui e ha spuntato la sgranchita di gambe del 42 in corso Brunelleschi: deve passare proprio lì. Trecento metri scarsi, due piroette, capolinea. Attesa.

Scendo. Osservo chi al telefono chiede, ossessivamente, di Cinzia. E’ un tossico, o comunque in recupero. I denti non mentono, lo sguardo altrove conferma. “Non ci capisco un cazzo con ’sto telefono, minchia è nuovo”, dichiara a voce alta l’istante successivo allo stupore: “Ah, Valentina sei?”. Il tossico saluta alcuni compagni di cammino (l’estetica mente?) che si avvicinano, tutti, all’ospedale. Sono le 8 e mezza di un caldo mattino di settembre, i minuti passano e abbozzo la lettura del quotidiano. Poi mi ricordo del salvatore: 49990, inserisco il numero della fermata, risposta e sguardo all’orizzonte: il 28 appare di lì a due minuti.

Il 28 è un pullman di cui avvertono l’esigenza soltanto gli anziani o gli storpi. Il suo percorso è simile al perimetro di un quadrifoglio. Arriva a poche centinaia di metri dalla tua destinazione, il paradiso è lì a portata di una fermata, s’intromette il destino travestito da conducente e ti porta lontano, ti costringe al purgatorio di qualche inspiegabile chilometro su e giù per piazza Massaua, corso Marche, via Appio Claudio, via Pietro Cossa. Quando il pullman entra in corso Telesio la salvezza è vicina. Osservo il mio compagno di viaggio: un anziano con il trolley per la spesa incorporato. Mi fa un cenno e scende con me. Lasciamo l’autista solitario nell’inutile corsa attorno a se stesso.

Nel film di Davide Marengo Notturno bus Valerio Mastandrea è un conducente dell’ATAC di Roma che per i debiti contratti e l’infatuazione per Giovanna Mezzogiorno molla il suo pullman in mezzo alla strada e se ne va. Se il conducente del 28 girasse a destra per l’autostrada anziché a sinistra per via Pietro Cossa nessuno se ne accorgerebbe, violerebbe le montagne sullo sfondo e fuggirebbe per l’eternità. Nessuno censirebbe i mezzi, nessuno lo cercherebbe. “Lo conoscevi Ciccio, l’autista del 28?”. “No”. “Nemmeno io, mai visto”, direbbero a mensa.

I conducenti sono figure paraumane di cui si parla ogni tanto in caso di rapina. “I balordi hanno minacciato il conducente con un taglierino”. Perché, c’è una qualche forma umana al volante? Non è tutto automatizzato, informatizzato, infine dovuto? Forse si, oramai. Me ne sono accorto quando l’ho salutato. “Buongiorno”, ho detto scendendo. Lui ha girato gli occhi verso il gigantesco specchietto retrovisore interno, ha guardato nella mia direzione, poi ha schiacciato un bottone e la porta si è chiusa. E il bus è ripartito. Come se niente fosse, evidentemente perché niente é.

Sono le ore 9.00. Sono partito un’ora e dieci minuti prima. La funzione righello di Google Earth indica che, in linea d’aria, mi sono spostato di 5,6 km. Mi improvviso geometra e stimo il percorso effettivamente compiuto: 8 km. Qualcosa non torna, scampagnata del 42 in corso Brunelleschi a parte. Occorre la prova del nove.

c.so Telesio angolo via Nicomede Bianchi

Il 28 lo prendo allora verso sud. Ciò che il mattino era ipotetica considerazione diventa a sera infelice realtà. A cinquecento metri in linea d’aria dall’ospedale Martini, il mezzo svolta improvvisamente a destra. E poi ancora a destra. Alenia aeronautica. Corso Marche. Via Servais. Capolinea. Una signora dà forma al conducente, interrogandolo. “Sono 4 mesi che il percorso è questo”, risponde il generato. “Ho preso l’autobus a memoria, non ho guardato la palina”, dice la donna stavolta rivolta a me. Attorno, il silenzio. Via Servais è un angolo di quiete inaspettata a due passi dal grigio brulichio di autovetture di via Pietro Cossa. Cinguettano gli uccellini, passeggiano i ragazzi, rientrano le donne in queste case a due piani che regalano uno scorcio americano alla Torino dei palazzacci dell’immigrazione. Sono le 19.20 e la signora ancora parla al conducente, che un’occasione come questa chissà quando più.

Si riparte. Corso Marche, piazza Massaua. Un déjà vu di cui al caffè con la signora che ha deciso il traffico dei mezzi, va da sé. Poi la sorpresa: si gira a destra. Corso Brunelleschi, ospedale Martini. Scendo. Un uomo con una cassa di birre sul portapacchi della bicicletta appoggiata a una panchina parla al telefono a due passi da una donna distinta. La lingua è sconosciuta, si percepisce che il telefono non prende. Siamo a pochi metri dal punto in cui stamattina Valentina non era Cinzia.

via Bardonecchia

Sul 42 delle 19.50 salgono una donna anziana e un ragazzino. Poi le squilla il telefono. Non abbiamo percezione di quanto il telefonino abbia cambiato le nostre vite finché non osserviamo quelle degli altri. “Al Martini non c’era il dentista. Si, si, lo porto al Mauriziano. Speriamo che là c’è. Si, si sul 42 sto”. Osservo il ragazzo, sul cui volto non scorre alcun dolore. Stoico. Accanto gli è seduta una coetanea. Lui è scuro, piccolo e tarchiato. Lei è chiara, spessa e piena di lentiggini. Legge un libro. Che sia americana lo capirebbe chiunque anche prima di leggere la copertina: The triumph of the sun, di Wilbur Smith. Poco più in là due donne parlano ispanico. Non conosco lo spagnolo ma ho la presunzione di conoscerne l’accento, dacché un’amica castigliana mi diede del colombiano quando abbozzai un “¿Qué tal?”. Le due donne sono sudamericane.

il 42

Dieci minuti dopo salgono tre giapponesi. Rumeni e albanesi sono parte dell’arredo. Un attimo di silenzio e ascolto il dialogo in torinese di due anziani seduti a qualche metro di distanza. Sale un ragazzino, maglia nera attillata, scarpe Le coq sportif oro slacciate, jeans neri a vita sotto il livello del mare. Mette una mano ai pantaloni, fulmina con lo sguardo una donna che legge L’Espresso con la copertina Così ho avvelenato Napoli, chissà perché penso a Gianni Alemanno, a Paola Perego che per due mesi alle due della domenica pomeriggio ha parlato di insicurezza delle città (in campagna elettorale), il ragazzino fruga nella tasca, penso al corso di aikido mollato alla prima lezione, il ragazzino si gira di scatto verso di me, penso al mio amico nell’Arma e soprattutto alla sua pistola, il ragazzino estrae qualcosa dalla tasca, sto per consegnargli il portafoglio pregandolo di non ammazzarmi perché devo finire il mutuo e quello si volta, prende dal portafoglio il biglietto e lo vidima.

Sono le 20.35 del giorno del mio ritorno sui mezzi pubblici a Torino. Qualcosa è, effettivamente, andato storto. Domani è un altro giorno, scenderò in via Bardonecchia, taglierò due lembi del quadrifoglio e li unirò in un percorso a piedi di cinquecento metri, aspettando il 28 protetto da un messaggio. Torino è grigia, ma il mezzo è giallo, e se proprio non il trionfo del sole, almeno mi aspetto l’ottimizzazione dei tempi, qualche discorso sconosciuto rubato qui e là e uno stormo di uccellini che ancora canta e ci ricorda che siamo pur sempre vivi, sebbene stretti su un pullman e nessuno bada al conducente.

il pdf, da internet

L’indomani ho percorso lo stesso tragitto. Il quadrifoglio si taglia in 7 minuti a piedi. Il conducente del 28 non era lo stesso del giorno prima. Sarà corso a festeggiare. Quarantacinque minuti al mattino, trentasette la sera. Il tossico ha trovato la sua Cinzia. Due ragazzine hanno ringraziato l’autista per averle attese qualche istante. All’ospedale Mauriziano è sceso un dentista. Il mondo, dai, non va così male.

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settembre 11, 2008

Ecco la legge Carfagna

Leggo da Repubblica:

Puniti sia i clienti che le lucciole. Così dopo 50 anni cambia la legge Merlin, la norma che abolì la regolamentazione della prostituzione in Italia e rese illegali i bordelli. Il disegno di legge del ministro per le Pari Opportunità introduce il reato di esercizio della prostituzione in strada e in generale in “luogo pubblico”. Ad essere colpiti, con identiche sanzioni, saranno sia le lucciole che i clienti. Previsto l’arresto da 5 a 15 giorni e l’ammenda da 200 fino a 3000 euro. Con l’attuale normativa, infatti, è punibile solo il reato di adescamento che, però, risulta di difficile definizione. Di fatto, il vendersi per le strade delle città, è un comportamento del tutto libero e sostanzialmente lecito.

In sostanza é lecito fare i pompini per conseguire un Ministero, non per ottenerne uno stipendio.

Nella foto, il Ministro Carfagna

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Denuncia

Prego divulgare questa vergogna e grazie al docente che ha scritto questo articolo…

Alitalia: verso il fallimento della legalità
Roberto Bin *
(9 settembre 2008)

In relazione ai comportamenti, atti e provvedimenti che siano stati posti in essere dal 18 luglio 2007 fino alla data di entrata in vigore del presente decreto al fine di garantire la continuità aziendale di Alitalia-Linee aeree italiane S.p.A., nonché di Alitalia Servizi S.p.A. e delle società da queste controllate, in considerazione del preminente interesse pubblico alla necessità di assicurare il servizio pubblico di trasporto aereo passeggeri e merci in Italia, in particolare nei collegamenti con le aree
periferiche, la responsabilità per i relativi fatti commessi dagli amministratori, dai componenti del collegio sindacale, dal dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, è posta a carico esclusivamente delle predette società. Negli stessi limiti è esclusa la responsabilità amministrativa-contabile dei citati soggetti, dei pubblici dipendenti e dei soggetti comunque titolari di incarichi pubblici. Lo svolgimento di funzioni di amministrazione, direzione e controllo, nonché di sindaco o
di dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari nelle società indicate nel primo periodo non può costituire motivo per ritenere insussistente, in capo ai soggetti interessati, il possesso dei requisiti di professionalità richiesti per lo svolgimento delle predette funzioni in altre società.

Questo non è uno scherzo, né il “caso” sottoposto da un collega fantasioso all’esercitazione degli studenti: è il testo dell’art. 3, comma 1, del decreto-legge 28 agosto 2008, n. 134, “Disposizioni urgenti in materia di ristrutturazione di grandi imprese in crisi”. Il mio non vuole essere un commento, ma piuttosto una richiesta di aiuto: vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse che cosa significa questa disposizione.
Che l’Alitalia sia in condizioni gravissime lo sanno tutti; che il Governo se ne preoccupi è – finalmente – una buona notizia. Ma il salvataggio dell’Alitalia – o meglio della parte “sana” di essa: dove andranno le sue amputazioni ormai necrotiche è un altro problema – può giustificare un provvedimento di “sanatoria” che mandi esenti da responsabilità amministratori, controllori, dirigenti, nonché “pubblici dipendenti”o
“soggetti comunque titolari di incarichi pubblici” da “fatti commessi” e, in particolare, da irregolarità nella “redazione dei documenti contabili”?
A prima vista, per quanto riguarda i funzionari pubblici questa norma sembra cozzare con gli art. 28 e 103 Cost., che fissano il principio della responsabilità personale del pubblico funzionario: ma per la responsabilità degli amministratori di una società per azioni non c’è proprio alcuna “copertura” costituzionale? Che cosa vuol dire che la “responsabilità per i fatti commessi” è “posta a carico esclusivamente” della società? Di
quale responsabilità si sta parlando? Fosse anche solo quella civile, l’azionista o il creditore perdono l’azione contro gli amministratori e possono agire solo contro la società, magari inciampando nel suo fallimento? È più che evidente che il decreto-legge incide nei rapporti tra privati, con effetti retroattivi, modificando i termini in cui si esercita il diritto di difesa e – c’è da supporre, perché non conosco la realtà processuale – interferendo nella funzione giurisdizionale, con buona pace di una bella serie di principi costituzionali, a partire da quello di eguaglianza per atterrare su quello di
separazione dei poteri.
Insomma, il tenore di questa norma mi sembra incompatibile con i fondamenti primi dello Stato di diritto: qui si fa della ragion di stato (identificata nell’aver operato per la “continuità aziendale”) l’unica giustificazione di un provvedimento del tutto abnorme. Si pensi infatti che, non solo coloro che hanno commesso dei “fatti” tutt’altro che commendevoli (dal punto di vista del rispetto delle regole vigenti, s’intende) sono mandati esenti da responsabilità personale, ma addirittura si vieta di considerarli per quello che sono: il fatto che abbiano falsificato i bilanci o commesso altri illeciti (a
proposito, siamo forse di fronte al primo caso di notitia criminis con forza di legge?) “non può costituire motivo per ritenere insussistente, in capo ai soggetti interessati, il possesso dei requisiti di professionalità richiesti per lo svolgimento delle predette funzioni in altre società”. Fantastico! Si profila l’illegittimità delle delibere amministrative che motivassero la scelta comparativa di un dirigente sulla base dei trascorsi amministrativi in Alitalia dell’altro candidato? Oppure la denuncia per diffamazione del consigliere di amministrazione di una società privata che fa mettere a
verbale il suo dissenso motivato (questo è il punto) rispetto alla nomina di uno dei nostri Alitalia boys? Qualcuno mi aiuta, per favore?
Si, capisco, sono ipotesi paradossali, quasi fantascientifiche. Ma questa disposizione non lo è forse? Le leggi ad personam non sono una rarità nel nostro Paese, e non mi riferisco certo alla mitica “legge Bacchelli”. Ma ormai, come si vede, sta diventando un genere di massa. Poi andremo a spiegare agli immigrati clandestini il valore della legalità: non hanno mica da salvare la Compagnia di bandiera, loro; egoisticamente pensano a salvare solo se stessi.
* p.o. di Diritto costituzionale, Università di Ferrara – posta@robertobin.it

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