Salgo sui mezzi pubblici e vinco dieci anni. E’ il regalo di compleanno che faccio a me stesso il giorno dei 34: l’ultima volta leggevo American Psycho sul 33 che dalla Crocetta mi portava in centro, verso Palazzo Nuovo, alla ricerca di libri da cui scopiazzare una tesi improvvisata. Avevo 24 anni e faceva freddo, il cappotto era quello grigio che oggi sta appeso a un filo nel granaio di mio nonno, come un maldestro manichino impiccato.
Oggi si parte da corso Dante e si arriva in fondo a corso Telesio. Dieci anni fa internet andava a 28 Kb, se eri fortunato 56, e comunque per conoscere la linea di un tram prendevi una cartina, la aprivi in mezzo alla strada, raccoglievi qualcosa che senz’altro ti era nel frattempo caduto, piegavi e ripiegavi su se stesso il foglio un metro per un metro e al termine annotavi il percorso che avresti seguito. Oggi c’è un pdf del sito della GTT – all’epoca: ATM -, che opportunamente consultato sentenzia: il 42 fino all’ospedale Martini e poi il 28 verso nord.
Alla fermata di corso Dante la palina invita a inviare un sms scrivendo il numero della fermata per conoscere l’orario del successivo passaggio del pullman. Il numero è 49990, la tariffa secondo proprio operatore, proviamo. La risposta è immediata. Fermata 1140 – D’Azeglio (C.so Dante dopo corso Massimo d’Azeglio). Passaggi: 42 (7.55), 42 (08.01), 42 (08.06), 42 (08.16), 42 (08.24), 42 (08.32). Sono le 7.51. Tempo di alzare lo sguardo, osservare i miei futuri colleghi di viaggio (un pensionato che fuma, una ragazza con un top grigio, una signora con borsa della spesa, una signora senza borsa della spesa) e da lontano appare una sagoma che, conteggiati i minuti al semaforo oltre il corso, effettivamente arriva alle 7.55.
Sopra, c’è puzza. La puzza di tram cugina di primo grado di quella del treno. Chi arriva dalla provincia chiama tram il pullman giallo, perché per chi arriva dalla provincia il pullman è inesorabilmente blu e conduce dalla campagna alla città. Cavalcavia di corso Dante, ospedale Mauriziano. Barcollo ma non mollo, ovvero c’è parecchia gente, chi legge, chi dialoga, chi ascolta musica. Levo le cuffie per ascoltare chi dialoga: livepod. In corso Peschiera inizia a svuotarsi. Non mi siedo, per non dovermi alzare tornasse affollato.
Davanti all’ospedale Martini il 42 arriva dopo una passeggiata in corso Brunelleschi. Mi piacerebbe prendere un caffè con chi materialmente disegna i percorsi dei mezzi pubblici, con l’uomo o la donna che a conclusione di una riunione combattuta fino all’alba ha avuto la meglio sulle proposte altrui e ha spuntato la sgranchita di gambe del 42 in corso Brunelleschi: deve passare proprio lì. Trecento metri scarsi, due piroette, capolinea. Attesa.
Scendo. Osservo chi al telefono chiede, ossessivamente, di Cinzia. E’ un tossico, o comunque in recupero. I denti non mentono, lo sguardo altrove conferma. “Non ci capisco un cazzo con ’sto telefono, minchia è nuovo”, dichiara a voce alta l’istante successivo allo stupore: “Ah, Valentina sei?”. Il tossico saluta alcuni compagni di cammino (l’estetica mente?) che si avvicinano, tutti, all’ospedale. Sono le 8 e mezza di un caldo mattino di settembre, i minuti passano e abbozzo la lettura del quotidiano. Poi mi ricordo del salvatore: 49990, inserisco il numero della fermata, risposta e sguardo all’orizzonte: il 28 appare di lì a due minuti.
Il 28 è un pullman di cui avvertono l’esigenza soltanto gli anziani o gli storpi. Il suo percorso è simile al perimetro di un quadrifoglio. Arriva a poche centinaia di metri dalla tua destinazione, il paradiso è lì a portata di una fermata, s’intromette il destino travestito da conducente e ti porta lontano, ti costringe al purgatorio di qualche inspiegabile chilometro su e giù per piazza Massaua, corso Marche, via Appio Claudio, via Pietro Cossa. Quando il pullman entra in corso Telesio la salvezza è vicina. Osservo il mio compagno di viaggio: un anziano con il trolley per la spesa incorporato. Mi fa un cenno e scende con me. Lasciamo l’autista solitario nell’inutile corsa attorno a se stesso.
Nel film di Davide Marengo Notturno bus Valerio Mastandrea è un conducente dell’ATAC di Roma che per i debiti contratti e l’infatuazione per Giovanna Mezzogiorno molla il suo pullman in mezzo alla strada e se ne va. Se il conducente del 28 girasse a destra per l’autostrada anziché a sinistra per via Pietro Cossa nessuno se ne accorgerebbe, violerebbe le montagne sullo sfondo e fuggirebbe per l’eternità. Nessuno censirebbe i mezzi, nessuno lo cercherebbe. “Lo conoscevi Ciccio, l’autista del 28?”. “No”. “Nemmeno io, mai visto”, direbbero a mensa.
I conducenti sono figure paraumane di cui si parla ogni tanto in caso di rapina. “I balordi hanno minacciato il conducente con un taglierino”. Perché, c’è una qualche forma umana al volante? Non è tutto automatizzato, informatizzato, infine dovuto? Forse si, oramai. Me ne sono accorto quando l’ho salutato. “Buongiorno”, ho detto scendendo. Lui ha girato gli occhi verso il gigantesco specchietto retrovisore interno, ha guardato nella mia direzione, poi ha schiacciato un bottone e la porta si è chiusa. E il bus è ripartito. Come se niente fosse, evidentemente perché niente é.
Sono le ore 9.00. Sono partito un’ora e dieci minuti prima. La funzione righello di Google Earth indica che, in linea d’aria, mi sono spostato di 5,6 km. Mi improvviso geometra e stimo il percorso effettivamente compiuto: 8 km. Qualcosa non torna, scampagnata del 42 in corso Brunelleschi a parte. Occorre la prova del nove.
c.so Telesio angolo via Nicomede Bianchi
Il 28 lo prendo allora verso sud. Ciò che il mattino era ipotetica considerazione diventa a sera infelice realtà. A cinquecento metri in linea d’aria dall’ospedale Martini, il mezzo svolta improvvisamente a destra. E poi ancora a destra. Alenia aeronautica. Corso Marche. Via Servais. Capolinea. Una signora dà forma al conducente, interrogandolo. “Sono 4 mesi che il percorso è questo”, risponde il generato. “Ho preso l’autobus a memoria, non ho guardato la palina”, dice la donna stavolta rivolta a me. Attorno, il silenzio. Via Servais è un angolo di quiete inaspettata a due passi dal grigio brulichio di autovetture di via Pietro Cossa. Cinguettano gli uccellini, passeggiano i ragazzi, rientrano le donne in queste case a due piani che regalano uno scorcio americano alla Torino dei palazzacci dell’immigrazione. Sono le 19.20 e la signora ancora parla al conducente, che un’occasione come questa chissà quando più.
Si riparte. Corso Marche, piazza Massaua. Un déjà vu di cui al caffè con la signora che ha deciso il traffico dei mezzi, va da sé. Poi la sorpresa: si gira a destra. Corso Brunelleschi, ospedale Martini. Scendo. Un uomo con una cassa di birre sul portapacchi della bicicletta appoggiata a una panchina parla al telefono a due passi da una donna distinta. La lingua è sconosciuta, si percepisce che il telefono non prende. Siamo a pochi metri dal punto in cui stamattina Valentina non era Cinzia.
Sul 42 delle 19.50 salgono una donna anziana e un ragazzino. Poi le squilla il telefono. Non abbiamo percezione di quanto il telefonino abbia cambiato le nostre vite finché non osserviamo quelle degli altri. “Al Martini non c’era il dentista. Si, si, lo porto al Mauriziano. Speriamo che là c’è. Si, si sul 42 sto”. Osservo il ragazzo, sul cui volto non scorre alcun dolore. Stoico. Accanto gli è seduta una coetanea. Lui è scuro, piccolo e tarchiato. Lei è chiara, spessa e piena di lentiggini. Legge un libro. Che sia americana lo capirebbe chiunque anche prima di leggere la copertina: The triumph of the sun, di Wilbur Smith. Poco più in là due donne parlano ispanico. Non conosco lo spagnolo ma ho la presunzione di conoscerne l’accento, dacché un’amica castigliana mi diede del colombiano quando abbozzai un “¿Qué tal?”. Le due donne sono sudamericane.
il 42
Dieci minuti dopo salgono tre giapponesi. Rumeni e albanesi sono parte dell’arredo. Un attimo di silenzio e ascolto il dialogo in torinese di due anziani seduti a qualche metro di distanza. Sale un ragazzino, maglia nera attillata, scarpe Le coq sportif oro slacciate, jeans neri a vita sotto il livello del mare. Mette una mano ai pantaloni, fulmina con lo sguardo una donna che legge L’Espresso con la copertina Così ho avvelenato Napoli, chissà perché penso a Gianni Alemanno, a Paola Perego che per due mesi alle due della domenica pomeriggio ha parlato di insicurezza delle città (in campagna elettorale), il ragazzino fruga nella tasca, penso al corso di aikido mollato alla prima lezione, il ragazzino si gira di scatto verso di me, penso al mio amico nell’Arma e soprattutto alla sua pistola, il ragazzino estrae qualcosa dalla tasca, sto per consegnargli il portafoglio pregandolo di non ammazzarmi perché devo finire il mutuo e quello si volta, prende dal portafoglio il biglietto e lo vidima.
Sono le 20.35 del giorno del mio ritorno sui mezzi pubblici a Torino. Qualcosa è, effettivamente, andato storto. Domani è un altro giorno, scenderò in via Bardonecchia, taglierò due lembi del quadrifoglio e li unirò in un percorso a piedi di cinquecento metri, aspettando il 28 protetto da un messaggio. Torino è grigia, ma il mezzo è giallo, e se proprio non il trionfo del sole, almeno mi aspetto l’ottimizzazione dei tempi, qualche discorso sconosciuto rubato qui e là e uno stormo di uccellini che ancora canta e ci ricorda che siamo pur sempre vivi, sebbene stretti su un pullman e nessuno bada al conducente.
il pdf, da internet
L’indomani ho percorso lo stesso tragitto. Il quadrifoglio si taglia in 7 minuti a piedi. Il conducente del 28 non era lo stesso del giorno prima. Sarà corso a festeggiare. Quarantacinque minuti al mattino, trentasette la sera. Il tossico ha trovato la sua Cinzia. Due ragazzine hanno ringraziato l’autista per averle attese qualche istante. All’ospedale Mauriziano è sceso un dentista. Il mondo, dai, non va così male.






Ritorno a Torino dei signori Tornio. Atto unico - Giuseppe Culicchia » marcogiacosa.it
[...] fa scrissi questa roba e, nell’attesa che diventi un racconto, un amico la legge e mi fa: “Anche Culicchia si [...]
#1 Pingback vom 20. maggio 2009 um 8:23 pm