di Giampiero Busato
Un film di Giorgio Dritti. Con Thierry Toscan, Alessandra Agosti, Dario Anghilante, Giovanni Foresti. Genere: non ne ho idea, abbiate pietà per l’ignoranza. Colori è a colori, quanto duri non lo so ma più di un’ora e mezza.. Produzione Italia 2005.
“A cosa ti serve la vita? Per vivere male? La vera trasgressione è cambiare, è fare realmente quello che hai voglia di fare”
Premessa
Giampiero Busato va al cinematografo sognando di costruirsi una sala in casa ma non conosce la differenza tra un produttore e uno sceneggiatore. Né capisce perché esista il direttore della fotografia nei film se il film è un filmato e non una proiezione di diapositive. Sa che al Warner Village e nei multisala fanno vedere solo i film della grande distribuzione ma non ha sufficiente coscienza o conoscenza per sostenere che tutto ciò che è in grande faccia schifo. Per esempio la birra del Baladin è buona, è artigianale eppure si trova anche all’ipermercato.
Questo film si è servito di due solo attori paraprofessionisti, tutti gli altri sono abitanti del luogo imprestati alle riprese. Non ha ricevuto sovvenzioni, non è distribuito nelle solite sale. Chi ci ha creduto lo ha messo in locandina, come un vecchio nostalgico cineasta che si chiama Antonio Sancassani, proprietario del cinema Mexico di Milano. L’ha tenuto in macchina per più di un anno, Sancassani, uno che da decenni respinge gli assalti dei frufrù che vogliono soffiargli il locale di via Savona per metterci il seicentesimo cazzo di showroom. Dopo tre anni il pubblico inizia a sapere che c’è un gran bel film in circolazione, e lo va a vedere dove può.
Il vento fa il suo giro è un proverbio occitano (E l’aura fai son vir), come dire: tutto torna. Gli occitani sono un popolo che sopravvive in alcune vallate, certune quasi del tutto abbandonate, nella provincia di Cuneo. Luoghi che Busato ha distrattamente visitato da piccolo (Coumboscuro, Ussolo, Peveragno) e dei quali ha apprezzato un gruppo folkloristico locale, i Lou Dalfin, che suonano uno strumento della loro tradizione, la ghironda.
A Chersogno, borgata di Ussolo, arriva un professore francese, Philippe Héraud, che ha deciso di scendere dal tram: nella sua città stanno costruendo una centrale nucleare e la consorte ha paura; la stupida burocrazia della scuola contaminata dal progresso, poi, lo ha convinto a licenziarsi, a dedicarsi alla pastorizia e, su tutto, a cercar casa sui monti. Ci prova in Svizzera e in Val d’Aosta, ma non trova niente. Sulla strada del ritorno passa per Chersogno, se ne invaghisce e si presenta al sindaco con moglie e tre figli, raccontando la sua storia.
Gli occitani l’accolgono con sospettosa cortesia e gli trovano una sistemazione. L’idillio, però, dura quanto una formaggetta che Philippe regala in osteria: i piccoli, poveri, ghettizzati occitani si mostrano in tutta la loro intolleranza, la stessa che hanno ricevuto in tanti anni di vita da sparuta minoranza. Le capre cagano nel prato sbagliato, i bambini scassano le palle all’ora di cena, gli Héraud non sono troppo amici del sapone et voilà, dopo un po’ non li sopporta più nessuno. Neanche chi li ha sempre difesi. Li ama solo lo scemo del villaggio, tanto amareggiato dalla decisione finale dei forestieri da morirne. Prima di andarsene Philippe ha il tempo di denudare tutta la grettezza e l’ipocrisia di chi si sente vittima ma, messo nelle condizioni di far l’aguzzino, sembra aver sempre conosciuto il mestiere di carnefice.
Sito ufficiale: http://www.ilventofailsuogiro.com
Colonna sonora: http://www.ilventofailsuogiro.it
Voto: bello. Tanto che mi butto in automobile e torno a Chersogno.
Giampiero Busato

Ciao,
innanzitutto volevo dirti che Chersogno è il nome di una bellissima montagna in Valle Maira. La si vede benissimo dalle borgate sopra San Michele di Prazzo. Anche se abito vicino alla Valle Maira ho visto il film solo ieri e ti assicuro che, pur ritenendomi una persona abbastanza aperta, non riuscito a prendere una posizione unilaterale. A prescindere dall’esito finale (l’uccisione delle capre e la frattura volontaria delle dita) che è ovviamente da condannare vi è però secondo da riflettere sul modo di porsi dello straniero. Quando si entra in una comunità nuova si arriva, per così dire, in casa d’altri e si viene accolti in maniera cortese (mi rendo conto di fare un discorso molto cuneese…). Per poter proseguire poi il processo di integrazione non si può pretendere che ogni proprio uso e costume venga accettato, anzi è chi deve inserirsi che deve necessariamente fare lo sforzo maggiore. Il pastore arriva con il suo dogmatismo inflessibile e non fa nulla per venire incontro alla comunità locale: rifiuta la benedizione del prete (che come dice un attore del film “non ha mai fatto male a nessuno”), rifiuta i consigli sulla conduzione delle capre in maniera arrogante, rifiuta l’aiuto al padre disperato per il desiderio del figlio di lasciare la cascina. Se nel processo di integrazione vi sono stati delgi sforzi iniziale quelli sono stati da parte della comunità di Cersogno e non da parte del pastore. La margara anziana (quella che si rompe le dita volontariamente) ha, all’inizio del film un comportamento molto cuneese: paga l’affito delle terre in anticipo ed in contanti. Il pastore delle capre invece pretende di pascolare liberamente senza regole : questa non è libertà, non è ricerca di integrazione, questa è arroganza. Anche se l’erba sta marcendo sul prato, se non è di tua proprietà tu non puoi toccarla. Ovviamente l’epilogo finale è come ti dicevo da condannare ma il film in se permette di ragionare in maniera lucida sulle dinamiche di integrazione.
Arveire.
#1 Commento vom 20. ottobre 2008 um 11:13 am
Ciao Marco,
grazie per il tuo intervento. In effetti è vero, credo però che il regista abbia voluto sottintendere un giudizio non del tutto accondiscendente verso il francese più di quanto io abbia fatto capire dalla recensione. Spero di tornare presto da quelle parti!
#2 Commento vom 28. ottobre 2008 um 8:11 am
Sul nostro sito http://www.rebumart.it nella pagina cinema ho messso un commento al film.
personalmente l’ho trovato bellissimo per l’opportunità di riflettere sulle tematiche dell’integrazione, del comportamento, ecc. Un piccolo saggio sociologico carico di poesia e bella fotografia che fa veramente venire la voglia di mettersi in macchina e correre a Chersogno.
#3 Commento vom 09. novembre 2008 um 2:46 pm
Ho visto il fim ieri pomeriggio al Mexico, l’ho trovato bellissimo in tutte le sue fasi; dai personaggi con le loro scelte di vita, ai contraddittori palesemente sottolineati e le loro rivalità. Bella la fotografia, e la colonna sonora ripetitiva e cantilenante. Bravi tutti quelli del,cast dagli attori non professioniti a quelli che il cinema lo fanno di mestire. Io non sono nata nelle valli occitane e vivo nella città di Milano…ma sono nata nella provincia di Piacenza e quando, vado in villeggiatura (fin dall’infanzia, ) sulle colline piacentine, ho sempre trovato che l’umore degli “indigeni” non è diverso da quello dei protagonisti del film..L’estraneo che viene dalla città è accettato solo se arriva per spendere ( nelle trattorie, nelle osterie, nelle botteghe) Purtroppo siamo tutti …occitani.!. Invito tutti a vedere questo film che ho trovato poetico e istruttivo…come L’Albero degli zoccoli o la Neve nel bicchiere…film da vedere e rivedere se si desidera migliorare i nostri comportamenti. Sia che di volta in volta si possa essere “ospiti” oppure “ospitanti”
#4 Commento vom 10. novembre 2008 um 7:10 pm
Il film riflette perfettamente il carattere di noi cuneesi … preferiamo lasciar marcire la verdura nell’orto piuttosto di regalarla a uno straniero … io credo che si possa crescere solo aprendosi al mondo senza dimenticare le proprie origini … chi si isola è destinato ad estinguersi
#5 Commento vom 04. giugno 2009 um 9:16 pm
Secondo me il film è particorlemente bello,
sarà che mi piaceva in dialetto, o lingua doc, mi piaceva la realtà descritta di chi vive la montagna. Magari un pò irreale a tratti, ma nell’insieme bellissimo.
Il problema è che le istituzioni si riempiono la bocca di PROGRESSO, ed il francese è scappato e come lui anche noi un giorno relativamente vicino.
Sono belle le sequenze sotto la pioggia. Camminare sotto la pioggia, senza ombrello, come hanno fatto generazioni prima della mia in montagna. Sentirsi un tutt’uno con la montagna è una sensazione bellissima. Difficile da spiegare a una generazione di nintendo, pigri. Per nulla camminatori, che non conoscono il linguaggio dei monti.
Cristiana
#6 Commento vom 08. febbraio 2010 um 9:42 am