novembre 28, 2008
Quando penso all’idea di “sicurezza” che c’era nel mio Liceo mi vengono ancora i brividi, ragazzi.
E pensare che, a dirla tutta, la mia non era proprio una “scuola qualunque”.
Liceo Classico “Bartolomeo Zucchi” di Monza: 500 anni di storia alle spalle, un palazzo tra i più vecchi e prestigiosi dell’intera Lombardia, addirittura un Papa (Achille Ratti, Pio XI) tra i suoi studenti.
Loggiato neoclassico con colonne e marmi pregiati, resti di tombe romane nei pavimenti del piano terra, totale assenza di mobilio successivo al 1900.
Uno di quei posti che incutono rispetto e timore a prima vista.
Peccato però che in quello scrigno d’arte e di storia noi studenti facessimo lezione nel mezzanino, in aule buie, anguste e mal tenute.
D’inverno spesso pioveva in classe, le finestre erano dei primi del secolo (nell’ipotesi migliore) e c’erano spifferi ovunque.
Una palestra degna di questo nome non esisteva, così ci dovevamo accontentare di uno spazio geometricamente assurdo, ricavato da quella che era stata un tempo la cappella dell’edificio (per due secoli il palazzo fu un seminario).
Risultato: in mezzo al soffitto dello stanzone c’era una volta di chissà quale epoca posizionata a 50 centimetri scarsi dalla rete del campo di pallavolo.
Siccome le sfighe non vengono mai da sole, la nostra professoressa di educazione fisica era anche una fanatica del volley e ci obbligava sempre a giocare, incurante del grottesco spettacolo offerto dalla nostra “balistica irrazionale”, necessaria a far passare il pallone al di là della rete.
D’inverno correvamo “al freddo e al gelo” sotto i quattro lati del loggiato, su lastroni di pietra secolare che definire “sconnessi” è poco.
In compenso a calcetto non ci facevano giocare mai, perchè, come dicevano loro, “è troppo pericoloso e se cadete vi fate molto male”.
In terza superiore, al primo quadrimestre, presi un punitivo ed umiliante cinque in pagella in educazione fisica: da “pasionario” idealista quale ero, per un mese intero mi ero categoricamente rifiutato di svolgere qualunque tipo di attività fisica all’aperto: “o ci fate fare tutti gli sport”- pensavo – “oppure nessuno, fottetevi”.
Quanto penso alla mia vecchia scuola mi sembra di sentire ancora il fortissimo odore di alcool metilico usato per disinfettare i corridoi e le aule: costava poco, funzionava bene e pazienza se rischiava di incenerire i nostri polmoni e l’intero stabile.
In cinque anni di superiori non ricordo una sola esercitazione anti-incendio, anche perchè le famose “uscite di sicurezza” erano assolutamente insufficienti: il palazzo era rigorosamente tutelato dal Ministero e non si poteva toccare nulla, senza prima aver prodotto un chilo e mezzo di autorizzazioni e carte bollate che, ovviamente, nessuno si prese mai la cura di produrre.
I vigili del fuoco arrivarono a scuola soltanto due volte: quando una telefonata anonima (poi rivelatasi una bufala) minacciò la presenza di una bomba nel distributore delle merendine (!!), e quando un ignoto genio chiuse con un lucchetto d’acciaio l’ingresso monumentale del Liceo, per celebrare un “Pesce d’Aprile” e invitare i docenti “a liberare le menti e non chiudersi al nuovo” (sic!).
Nella prima occasione molti miei compagni uscirono da scuola subito, visibilmente preoccupati.
Io invece, che alla storia di quella bomba non avevo minimamente creduto, rimasi in classe con un manipolo di altri coraggiosi.
Per quello stoico gesto di “eroismo” e abnegazione ricevetti in cambio un sonoro 4 nell’interrogazione a sorpresa di matematica e provai un’incazzatura cosmica, unita alla voglia irrefrenabile di metterla IO una bomba, in quella dannatissima scuola.
La seconda volta, inutile dirlo, me la svignai dopo 30 secondi netti, quando già la fiamma ossidrica degli uomini in rosso stava per compiere il suo dovere.
Allo “Zucchi” di Monza non c’era un’infermeria: farsi male a scuola era considerato un evento davvero impensabile, al pari della caduta di un asteroide sul secolare duomo cittadino o di una vittoria dell’Inter (quella derelitta di metà anni 90) contro la Juventus.
Anche i disabili se la passavano male in quel liceo: c’era un leggendario e misterioso ascensore mai usato da nessuno che in anni e anni non ho visto funzionare nemmeno una volta.
I ragazzi in carrozzina (uno o due, in verità) venivano quindi portati a spalla dai compagni più volenterosi e sensibili su per i nobili scaloni seicenteschi.
E pensare che, contrariamente a quanto ci si potesse aspettare, i soldi per sistemare la mia gloriosa e decadente scuola ci sarebbero anche stati, volendo.
Solo che, mistero dei misteri, non venivano spesi.
Era infatti un vanto della vecchia preside, una donna minuta e rugosa che non avrebbe sfigurato in divisa nazista, il fatto che il nostro Liceo fosse uno dei pochi, in tutta la provincia di Milano, a chiudere l’anno con i contributi statali praticamente intonsi.
Questo perché, in una sorta di demenziale spirito autocelebrativo, allo “Zucchi” di Monza nessuno pensava che fosse veramente necessario spendere soldi per opere importanti di manutenzione.
Non ricordo più quanti scioperi furono organizzati per rendere noto il problema sicurezza, anche se spesso capitava di essere giudicati come dei “lazzaroni ignoranti” dai genitori, evidentemente interessati non all’incolumità dei loro figli, ma alla loro conoscenza dei verbi irregolari greci.
Forse erano tempi diversi, o forse semplicemente l’idea di sicurezza che avevano la Preside e molti docenti era decisamente antiquata.
Del resto non poteva essere altrimenti, vista l’età veneranda dei suddetti personaggi, alcuni dei quali con un “brillante avvenire dietro le spalle”.
Ecco allora che oggi, davanti alla tragedia del povero Vito, ucciso in classe a 17 anni da un tubo di ghisa caduto dal soffitto, non posso che ripensare con un brivido a quelle scale strette e buie, a quelle mansarde cadenti e abbandonate e a quelle volte seicentesche, che allora ammiravo con stupore e che oggi invece guarderei con inquietudine.
Tutto sommato, mi è andata bene.
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novembre 24, 2008

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Un film di Paul Haggis. Con Tommy Lee Jones, Charlize Theron, James Franco, Susan Sarandon, Jonathan Tucker.
Titolo originale In the Valley of Elah. Drammatico, durata 124 min. – USA 2007. – Mikado data uscita 30/11/2007.
Recuperato anche questo dal foglietto con le annotazioni degli imperdibili.
A un certo punto un dejà-vu: è notte, le luci di una città sullo sfondo (tipo quelle che usano a Beautiful, quando inquadrano la pseudo Los Angeles dall’alto), c’è una strada impolverata, siamo nella parte di Stati Uniti che confina col Messico (è chiaro), la vegetazione è bassa, sterpaglie che solo là, ci sono un mucchio di agenti e auto della polizia coi lampeggianti, e quando arriva il capo e mostra il tesserino al cutu che sta a fare il piantone alla ‘do not cross’ line quello lo lascia passare: cacchio ma questo è Crash!
Ebbene si, Paul Haggis, il regista per quella meraviglia che è Crash, deve essersi pazzamente innamorato di quella location. La scena è assolutamente identica a quella del film premio Oscar. Là era una delle scene degli scontri, qui è la madre di tutte le scene.
Il figlio di un veterano-Vietnam rientra dall’Iraq, sta alla base qualche giorno e sparisce. Il padre piglia il furgone e va a cercarlo, nella zona in cui i commilitoni sono soliti passare le serate, accanto al fortino. Nella questione è aiutato e a sua volta aiuta il detective Charlize Theron, la quale in questo film dà prova di una profonda verità: che una donna sia bellissima non lo si percepisce quando ritira il premio aziendale in abito da sera, ma da come calza i jeans e un maglione senza trucco. E lei porta i capelli castano naturali e i costumi di scena da investigatore di polizia.
Luoghi comuni a parte, il film è fatto molto bene e invita per l’ennesima volta a riflettere su quanto merda senza se e senza ma sia la guerra (chi scrive dà questo pensiero per scontato, perciò si sofferma sulle sterpaglie di quella parte di America). Hanno votato Obama, staremo a vedere.
Voto: 8/10
Noleggiato da Blockbuster, 25 novembre 2008
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novembre 23, 2008

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Un film di Emidio Greco. Con Tommaso Ragno, Myriam Catania, Giulio Pampiglione, Mia Benedetta, Ennio Coltorti. Thriller, durata 100 min. – Italia 2007. – Istituto Luce data uscita 02/11/2007.
Prendo questo film da Blockbuster e dopo la visione mi faccio anche l’intervista al regista. Cambia il mio giudizio dopo aver ascoltato le parole dell’autore?
Facciamo un passo indietro. Comunicare è inviare un messaggio a qualcuno che lo riceve: uno slogan pubblicitario, un racconto, una richiesta di aiuto, un movimento del corpo, una lettera commerciale, un modulo dell’INPS. (Nota per Randagia, che mi ha detto: “Quando parli tu, non si sa mai se è così o se è per te così”. Premesso che i casi in cui é e basta sono pochi e limitati alla fisica o alla matematica o alle scienze empiriche (io penso convintamente), non credo occorra studiare scienze della comunicazione per avere – ognuno di noi – un’idea di comunicazione, e quanto ho detto è cosa io penso sia la comunicazione, é la risposta che l’esperienza di vivente mi fornisce). La differenza è nei parametri: un ordine a un fornitore, un articolo di giornale, un comando militare, un verbale della polizia, un atto giuridico devono avere determinate caratteristiche, per minimizzare le eventuali distorsioni tra messaggio in entrata e messaggio in uscita. In ambito artistico, invece, si è tanto più bravi quanto più si riesce a comunicare – emozionare? – senza dire esplicitamente. Non a caso, si parla di arte anche a proposito della cucina di alto bordo che mescolando due ingredienti apparentemente nemici ottiene risultati di insospettabile fratellanza.
Per cui il mio giudizio non è cambiato: si è chiarito, ascoltando le parole dell’autore Emidio Greco. Che aveva molto da dire, ma mica gli è tanto riuscito. Insomma nell’intervista ha spiegato il film, e alla fine gli dici bravo Emidio!, però mentre guardi le immagini ti chiedi, appunto, che cavolo voglia dire, perché di per sé la storia è un po’ moscia. Siccome quando l’utente medio non capisce il film di solito si dà del deficiente, ho cercato su internet alcune critiche, e ho avuto conferma che, se sono deficiente, non è certo per non aver compreso il significato profondo di questo film. “Un film che parla per immagini”, erano gli slogan a supporto meno altisonanti. E giù di paroloni. C’è una cosa che ho imparato in questi anni dalla lettura delle critiche cinematografiche, enogastronomiche e letterarie: la qualità, vera, di un’opera, è inversamente proporzionale all’altisonanza e alla magnitudo delle parole utilizzate dalla critica media.
Soggetto: un professore universitario scopicchia a destra e a manca, e decide di mollare l’n-sima donnina interpretata da Miriam Catania. Qualcuno inizia a inseguirlo.
Voto: 6,5/10 (contano, nella non-insufficienza: le immagini, la musica, Torino e la bellissima attriche che appare senza parlare in una delle scene finali).
Noleggiato da Blockbuster
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novembre 20, 2008
qui
Roth 1&2
Sulla panchina di Colle Oppio dove abbandono i libri pessimi ho lasciato Philip Roth “Exit Ghost”, la versione originale di “Il fantasna esce di scena” (Einaudi). Con tutto il rispetto, pensai quando lo lessi, ma bisognerebbe vietare ai settantenni di mettere per iscritto le proprie incontinenze sessuali, lo sbavamento sulle trentenni, l’autocommiserazione e il voyeurismo. Lo stesso che ha indotto Woody Allen a girare “Vicky Crstina Barcelona” pur di vedere una bionda e una mora baciarsi e soddisfarsi per l’interposta persona di Javier Bardem costretto a recitare le più trite battute della sua vita. Se devi scrivere questo, grande Roth, esci di scena.
Ma Roth vincerà il prossimo Nobel per la letteratura. Non perché adesso il presidente americano è Obama e gli svedesi possono di nuovo tollerare la narrativa americana. Anche per questo, va bene, ma soprattutto per il romanzo che Einaudi tradurrà dopo quello della panchina. Questo sta sullo scaffale, sul comodino, dentro di me. “Indignation” è una perla, una storia universale, che per caso è ambientata nella profonda America negli Anni 50. E’ un romanzo non sul coraggio di essere se stessi, ma sulla impossibilità di non esserlo. Su un ragazzo che non sa venire a compromessi. Che studia. Che rispetta gli altri. Ma che vede il mondo e non può accettare i deliri del padre, il conformismo degli insegnanti, la stupidità dei coetanei, l’autoassolutoria doppiezza delle ragazze, la balzana idea di Dio. Pessimo carattere, non farà strada, ma perché farla diventando un altro? Perché? Basterebbe dire un sì, fare finta, girare la testa di lato, per diventare capoqui o vicequalcosa, avere una bella casa, volendo famiglia, considerazione sociale, sicurezza. E nessun rispetto di sé. Basterebbe per non avviare una catena di eventi che porta alla morte prematura. Basterebbe non indignarsi. Non serve a niente, in fondo. Ma come si può farne a meno? E, soprattutto, perché si dovrebbe? Perché? Qual è la vera morte prematura, my friend?
Gabriele Romagnoli
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novembre 16, 2008
Sono un fan di Roberto Giglio, parteciperò al Capodanno celtico e come seduttore sono “medioman”, ovvero “[…] la classica persona media […] Ogni tanto rimorchi, ogni tanto vai in bianco […] Segui il tuo istinto e vivi la situazione come merita di essere vissuta […] Le tue armi? Non ne hai. Sei te stesso. E ti sembra poco?”.
Benvenuti su Facebook, l’irraggiungibile vetta del cazzeggio contemporaneo. Mesi fa i giornali annunciarono che Walter Veltroni aveva pubblicato un comunicato, quel giorno, soltanto su Facebook. Mi iscrissi alla scoperta dell’ultima frontiera delle possibilità comunicative, tempo di leggere il verbo democratico e mi scoprii ‘taggato’ in tre foto. E che, volente o nolente, ero entrato in una città nuova in cui i vicini, spesso, bussano alla porta.
Passata qualche settimana mi ritrovavo 35 amici e mi ritenevo fortunato, facevo loro gli auguri per il compleanno e ricevevo comunicazioni di servizio quali “Alessandro è in cantina” o “Enrica esce dall’ufficio”. Ero onorato dell’amicizia che lo scrittore più amato mi aveva concesso e gongolavo all’idea che potesse leggere quando “Marco sfumazza l’ultima e va a dormire”. Poi mi accorsi che alcuni amici diventavano amici di tante, troppe persone, pure di Manuela Arcuri, Bruno Vespa e della trota Renzo Bossi, ed ebbi conferma che il valore attribuito all’amicizia, va da sé, è relativo. Perché accogliere, o cercare, l’amicizia di qualcuno che non si conosce?
Per capire ho deciso di rinascere. Sono andato su google, ho digitato la parola uomo e la prima immagine è diventata il mio corpo. Dovevo scegliere la mia nuova identità e Matteo Giannotto mi è parso il giusto tributo a un amico del servizio militare a cui avevo alterato parzialmente le generalità. Prova, conferma: Matteo Giannotto, per i motori di ricerca, è un (poco) illustre signor nessuno.
Mi presento alla collettività di Facebook e inizio a vivere la mia nuova città. Sono Matteo Giannotto e non conosco nessuno: siccome da qualche parte occorre pure insidiarsi, inizio dal blogger per eccellenza, Mario Adinolfi, che di amici ne ha più di 1.700 e in Italia è un medio conosciuto. Guardo i suoi vicini e busso alla porta di Vittoriana Abate, Luca Barbareschi, Daniele Capezzone, Claudio Sabelli Fioretti, Diego Landi, Angelo Mellone. Ruotano tutti attorno ai pianeti giornalismo e politica, chiedo loro l’amicizia e aspetto. A 25 minuti dalla mia iscrizione (“Saluto il mondo”, il mio messaggio in bacheca), Roberto Arditti accetta la mia richiesta. Scavo il suo profilo e scopro che attualmente è direttore editoriale a Il Tempo. Prendo atto della sua laurea alla Bocconi e del suo amore per il libro “Gli spiriti non dimenticano”, mentre leggo mi arriva una comunicazione: Mario Adinolfi e Matteo Giannotto hanno stretto amicizia. Sono passati 31 minuti dal mio ingresso in città e conto due amici, con cui scambierò quattro chiacchiere in chat, di cui vedrò le foto, cui comunicherò i miei stati d’animo e da cui riceverò gli auguri il giorno del mio compleanno. Proseguo le conoscenze, pesco amici dalle liste degli amici, mi presento con il corpo statuario e il nome da seduttore medio. Andrea Scanzi, Mario Masi e Luca De Biase entrano a far parte della mia compagnia: il primo scrive su La Stampa e pubblica con Mondadori, il secondo è un giornalista (“datore di lavoro: periodici”) e il terzo un guru della rete, autore di parecchi libri (l’ultimo: “Economia della felicità”, Feltrinelli). Hanno, in media, 400 amici a testa. Vivendo otto vite non si raggiunge quella cifra. Sto scegliendo i middle famous, chiedo e ottengo: troppo facile.
Abbandono il quartiere bene della città e mi sposto in periferia. Invento, abbino, associo nomi a cognomi che dovrebbero appartenere alla gggente comune di funariana memoria e li inserisco nella ricerca. Appaiono Flavia Piccinni, Antonio Maria Ricci, Federica Lalli, Stefania Lucci, Elisa Anni. Clicco e chiedo loro l’amicizia, clicco chiedo e aspetto. Punto tutto sulle invenzioni dei genitori: di Laura Lauri ne esistono 17, io odio le discriminazioni e ci provo con tutte (quattro di loro accettano).
Intanto affluiscono risposte. Matteo Giannotto accumula una trentina di amici, uomini e donne che hanno accettato l’amicizia di una persona che non conoscono: di fatto, un ossimoro. Spuntano gli interrogativi: alcuni contattati manifestano il loro scetticismo via posta. Simona Esposito ha dubbi delicati (“Mmm…ci conosciamo?”), Federica Catti non è convinta (“Scusa, ma ci conosciamo?”), Monica Stocchero è perentoria: “Chi sei?”. Ai complessivi dodici messaggi decido di non rispondere: dei mittenti, alcuni non accettano l’amicizia, altri, nonostante il mio silenzio, si.
Proseguo. Ricevo i primi inviti a gruppi e le prime applicazioni, che accetto – anche qui – indiscriminatamente. Alle 13.33 Facebook registra la mia partecipazione all’evento “Roberto Giglio ospite di Area Protetta, su LifeGate”, alle 13.44 divento fan dell’atleta Flavio Amado, alle 14.10 accolgo l’invito a iscrivermi al “Partito Democratico – Pavia”. Alle 15.06 divento amico dell’ignaro vicedirettore di GQ, Piero Negri Scaglione (“Dire di no è un po’ come tirarsela troppo e ho accettato”, mi dirà poi). Una ripassata all’inglese (De Marchi Dario sulla mia bacheca: “Welcome on board!!!!”, punti esclamativi suoi), all’arte (partecipazione all’evento “Apologia di una forma, Milano”) e alle scienze (ingresso nel gruppo “ALI – dalle origini al cosmo, dalle origini all’abisso”) e inizio il conto alla rovescia che mi separa da quota cento.
Arriva alle 15.56, si chiama Debora Brenna ed è la mia centesima amica nella nuova città. 0-100 in meno di sette ore. E’ di Treviglio, è nata nel 1989, si dichiara apolitica, studia all’Università di Milano e risulta iscritta, tra gli altri, al gruppo “Doniamo un neurone a Flavia Vento”: il suo profilo è moderatamente dettagliato.
Ora, é sufficiente sbirciare tra le informazioni fornite dal centinaio di membri della mia nuova comunità per comprendere come Facebook sia abitato sostanzialmente da kamikaze della privacy. C’è una legge (e successive modifiche e integrazioni, soprattutto), c’è un garante, ci sono controlli affinché i dati sensibili dei cittadini non finiscano nelle mani di aziende o enti senza il consenso degli interessati, ci sono trasmissioni televisive, invocazioni giudiziarie, controlli sull’invadenza delle proposte commerciali e l’inesistente Matteo ottiene, sul centinaio, almeno una ventina di numeri di telefono cellulare, una decina di indirizzi di casa, fotografie, video girati in vacanza, e una serie di personali informazioni su orientamento politico (e religioso) e soprattutto un appetibile elenco di gusti e preferenze. Qualcuno è certo che un software non saprebbe compiere analiticamente ciò che Giannotto ha svolto artigianalmente?
Intanto mi iscrivo al gruppo Giurisprudenza, divento fan della Juventus e di Olivia Ruiz e poco alla volta accresco il numero di informazioni che a mia volta porgo alla comunità. Aggiorno il mio stato (“Ho caldo” e poi, a cena: “Mangio una frittata di piselli”, senza commenti) e Facebook inizia a minacciarmi, esponendo il seguente concetto: sto di fatto spammando, devo fare attenzione perché il mio profilo potrà essere messo in stand-by, e, testuali parole, “fermati o andrai dritto contro un palo”. Non mi fermo, e sfido il rischio.
A sera gli amici sono 177. E’ la volta delle chat. Mi contatta la gggente comune. Donne, ma non solo (“[…] dalla foto sembrava che saremmo diventati subito amici, magari pure qualcosa di più, se avessi voluto (potuto?) pagare qualcosa…”, mi scrive – meno criptico di quanto sembri – un uomo). “Ciao, ma sei quello della foto?”. Si, sette anni fa, rispondo. “Ciao, cosa fai te nella vita?”, esordisce un’altra. Nella società dell’estetica, un corpo statuario ritratto in posizione plastica aiuta. “Da che galassia provieni?”, mi chiede Annalisa Taschi, che ha “appena cucinato un branzino”, come da stato contemporaneamente aggiornato. Ma io ho ricevuto l’applicazione Che tipo di seduttore sei?, ho avuto la mia risposta e nonostante sia stato baciato dal dio della bellezza perdo tutto scrivendo: “Te lo sei scofanato ‘sto branzino?” a colei che attendeva la mia discesa dal pianeta Marte. Ovviamente tace, così mi rivolgo altrove. Guadagno punti sostendendo di essere uno scrittore. “E che cosa scrivi?”, mi chiede una ragazza. Romanzi esistenziali, rispondo. “Quando pubblichi, poi, scrivilo qui, eh?, che tanto ormai siamo amici e io lo leggo”.
Certamente. Ma quando e dove pubblico? Potrei chiedere a Alberto Castelvecchi (classe ’62, uomo, fidanzato), quello della casa editrice. E’ un mio amico, amico di Matteo Giannotto, e alle 7.23 (si, del mattino) pubblica il seguente annuncio: “Alberto cerca autori con nuove proposte editoriali. Astenersi perditempo”. Dopo due minuti Paolo Andreozzi risponde e gli consiglia di fare un giro sul suo – testuale – blogghetto. (E alle 20.31 della sera successiva ricorderà l’indirizzo del blogghetto, avendolo in prima battuta omesso). L’Italia dei 40milioni di romanzi nel cassetto è perplessa: i commenti all’annuncio-shock (le case editrici pregano gli aspiranti scrittori di non mandare manoscritti) sono soltanto dodici. Possibile? Anche i sogni sono in recessione, penso, oppure è probabile che chi è amico di Alberto già pubblichi o abbia accesso diretto alla possibilità di farlo, d’altronde tutti frequentiamo colleghi. Ma allora, a chi è realmente rivolto l’annuncio di Castelvecchi? A chiunque legga, giacché è chiaro a questo punto che i suoi 1.770 amici provengono da tutti i quartieri della città e sono di tutte le estrazioni sociali e coprono nel complesso tutti i gusti politici o religiosi, di fatto campione rappresentativo dell’umanità che ha accesso a un pc.
Il giorno successivo all’ingresso nella metropoli Facebook, all’incirca al centonovantesimo amico incamerato, ho la prova che, almeno qui, la giustizia funziona. Il sindaco tiene fede al warning di cui prima e vengo arrestato. “Per il momento l’azione adding friends per te è bloccata”, è il messaggio che mi arriva quando chiedo l’ennesima amicizia. Sono più che altro agli arresti domiciliari: posso accettare amici, non posso chiederne nuovi, in attesa di qualcosa che ignoro. “I tempo del blocco possono variare a seconda della funzione e della gravità dell’abuso”.
Non mi resta che aspettare, continuando a dire la mia (“Scrivo e spero nella Juventus”, in bacheca la domenica pomeriggio) e a leggere quella altrui (“Lara Codeghini è ora single”), osservando le vite degli altri e soprattutto mettendo in discussione la mia. Ho costruito una second life che, a differenza di quella pubblicizzata qualche tempo fa e poi miseramente fallita, funziona. Le comunità si allargano sfidando gli ossimori, a conferma che davvero l’uomo è un animale sociale. Facebook continua a crescere, a dimostrazione che la comunicazione non è più un mezzo ma sta diventando un fine, trainata dall’aspetto ludico che cementifica questa che alla prova è una grande vetrina che consente a tutti di esibirsi.
Alla fine arriva Erika Savastani. Mi accorgo di non aver rimorchiato, sebbene rientrasse nelle mie possibilità. “Eri la migliore, nel film di Tinto Brass. Peccato tu abbia smesso. Comunque piacere, Matteo”. Chiudo il pc e confido nella foto. Uscendo dalla stanza passo davanti a uno specchio e sorrido.
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novembre 10, 2008

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Andrea Bosca,
Giovanni Calcagno,
Michele De Virgilio,
Carlo Giuseppe Gabardini,
Andrea Gattinoni,
Natascia Macchniz,
Rosa Pianeta,
Daniela Piperno,
Franco Pistoni,
Pietro Ragusa,
Franco Ravera,
Maria Rosaria Russo
Un film di Giulio Manfredonia. Con Claudio Bisio, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Giorgio Colangeli, Bebo Storti. Commedia, durata 111 min. – Italia 2008. – Warner Bros Italia data uscita 31/10/2008.
Obama non è solo: la rivincita dell’impossibile è senza padroni. “Si può fare“, dicevano i dirigenti di una cooperativa ai malati di mente che ne erano soci, all’inizio degli anni ‘80 a Pordenone, nel periodo immediatamente successivo all’entrata in vigore della legge 180/78 che svuotò i manicomi. Si può fare, si può intraprendere un’attività imprenditoriale ‘vera’, ‘normale’, si può uscire dall’assistenzialismo dei lavori-elemosina che gli enti pubblici o caritatevoli aziende private commissionano. Chi concretizza la possibilità, questa possibilità, è un pazzo o un visionario: i due termini, quando succede qualcosa di impensabile, concidono.
Alla storia di Pordenone e a altre decine di piccole storie di quegli anni è ispirato liberamente questo film, anch’esso piacevolissima sorpresa. Claudio Bisio è un sindacalista troppo moderno per il sindacato e troppo arcaico per la fidanzata che sta intraprendendo con successo la carriera nella moda della Milano da bere. Finisce a dirigere una cooperativa di matti e inizia, attraverso il lavoro, un percorso di riscatto personale, fatto di normalizzazione (o di minimizzazione della diversità) che nel complesso ha una portata innovativa straordinaria. Anche spine, nel roseto costruito da Bisio, che non è uno psichiatra e la cosa non è secondaria sia nel male e che nel bene.
Gli attori che interpretano i matti sono bravissimi. A corredo, Giuseppe Battiston (chi scrive lo ama a prescindere) e Anita Caprioli, a cui il tempo che passa regala anno dopo anno un fascino irresistibile senza toglierle la naturale bellezza (e poi è anche brava).
Voto: 8/10
Visto al Due Giardini del quartiere Santa Rita, Torino, ore 18 di domenica 9 novembre
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novembre 3, 2008

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Un film di Maria Sole Tognazzi. Con Pierfrancesco Favino, Xenia Rappoport, Monica Bellucci, Piera Degli Esposti, Marisa Paredes. Commedia, durata 102 min. – Italia 2008. – Medusa data uscita 24/10/2008.
“Com’è questo film?” “Strano“. Questo quanto sapevo da un amico prima di entrare in sala, oltre alle due palle (su cinque) della pagina cinema della Stampa. Di solito quella pagina ci azzecca (a parte le quattro per l’ultimo di Allen, ma forse sono palle alla carriera).
“E’…strano“, è stato il primo commento all’uscita. Si, è strano. Non è un bel film, ma è da vedere. Perché? Perché l’argomento trattato è vecchio come il mondo ma l’idea per trattarlo è originale, oltre che ambiziosa: quando provi la mezza rovesciata al volo, se la palla schizza all’incrocio finisci in apertura di telegiornale, se sbagli finisci a Mai dire gol.
L’uomo che ama è fatto male perché lo spettatore si perde nella storia, non è preso per mano e giunge in solitaria al gran finale, guardandosi attorno spaesato. Quando scorre il the end i dubbi irrisolti (procedurali, narrativi, slegati dalle ipotesi di finale aperto) sono troppi. L’effetto circolare (la circolarità quale, anche, visione orientale della vita) risulta forzato, ma un applauso alle intenzioni. Monica Bellucci fa scempio della recitazione, però meno del solito. Favino, invece, bravissimo (come al solito).
Andateci, e poi tornate a scriverne.
P.S. Un giorno qualcuno mi spiegherà perché Xenia Rappoport stia in scena lo stesso numero di minuti di Monica Bellucci e la prima sia indicata tra gli attori accanto a Pierfrancesco Favino e la seconda possa invece godere del privilegio dell’ “e con”. Petizione: limitiamo il suo divismo ai calendari. Calendario “e con Monica Bellucci”.
Voto: 6,5/10
Cinema Reposi, sala 4, venerdi 31 ottobre 2008, secondo spettacolo
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