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febbraio 28, 2009

El Che

Il Parque del Poblado è un angolo autentico nel quartiere più fighetto di Medellin. A un paio di isolati dal Parque Lleras, suprema finzione del divertimento, potete incontrare gente che kazzeggia e si ubriaca tra localini impropri (tutti rigorosamente con le grate, ricordo dei tempi di Pablo Escobar) e l’ammucchiata di vetturine gialle dei taxi e di venditori di comida rápida. Se attraversate la strada vi trovate El Che, ristorante argentino da 38 anni.

Il locale regala un’atmosfera di casa, luce bassa ma non soffusa, tavoli con tovaglie a quadri rossi, come nelle taverne e un’incredibile pulizia. La mesa nel patio, poi è un angolo di verde che vi permette di mangiare a lume di candela e chiacchierare con le signore della cucina, che tramite una finestra sporge appunto sul cortile.

Scordatevi le cazzate: qui si mangia carne. Come tradizione vuole si inizia con una insalata a buffet (squisite le melanzane) per poi sbafarsi una bomba di Churrasco grossa come un vassoio.

La carne viene su un piatto caldo che te la conserva al punto giusto per tutto il tempo che vuoi, e la si può insaporire con una cipolla saltata e aromatizzata (meravigliosa) o chimichurri con le erbe.

La carta dei vini è scarna, ma questo per me sta diventando un merito (odio sia le manie commerciali sia le puttanate aristocratiche sul vino): io ci ho bevuto un Gato Negro cileno che ha fatto il suo porco dovere.

Chiudete in bellezza con Pastel de Manzana. Nulla di elaborato, ma un dolce semplice e buono. Nella terra dove il dessert decente è un miraggio, gli troverete tutti i sapori del mondo.

Dimenticavo: 20 euro tutto compreso…

Voto: 8/10

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febbraio 20, 2009

Il cazzeggio del nulla dentro il niente

di Giampiero Busato

vi devo una spiagazione. ho letto un blog che mi è stato segnalato. niente di personale, ma l’ho trovato perfetto per simboleggiare lo scrivere (fintamente bene, ma non è colpa di chi lo fa credendoci) il nulla. ecco, scrivere il nulla, pensare di saper scrivere e mettere giù paginate e paginate di nulla. tonnellate di blog in cui si scrive il nulla, si pensa di scriverlo bene e si trova pure qualche amico che applaude. che volete: mi mette tristezza, chi lo fa. e allora non temete: leggete quest’accozzaglia di cretinate con una spolverata di sintassi, figure retoriche trite e ritrite, aggettivi che più scontati non potrebbero essere e banalità cosmiche a iosa. e fatemi i complimenti: sono bravo, eh?

Capitano quelle sere in cui la malinconia sia più struggente di altre, quelle volte in cui ti chiedi se mai abbia avuto un senso – ma ce l’ha, un senso, e più volte me ne sono reso conto negli anni che inesorabilmente trascorrono – fermarsi. Guardarsi dall’alto, da sopra, come quando la luna si staglia all’orizzonte con i suoi confini netti, delimitati, quasi taglienti e sembra osservarti con la placida calma che solo un essere inanimato, ma mai tanto vitale nell’effondere e (forse) trattenere palpiti ed emozioni esacerbanti, sa comunicarti col linguaggio dell’anima. Ecco, sono quelle volte in cui ci si sente diversi da tutto e da tutti, quasi scelti dal destino (ma sì, c’è per tutti un destino, ci si creda o meno, chi lo chiama Dio e chi conto in banca, chi sfiga e chi ineluttabilità dell’esistenza) per accedere ai misteri, ai segreti più reconditi della nostra essenza. Tutti abbiamo un nostro ruolo, e non possiamo sfuggirvi. Non importa se, dispersi nella massa, ciascuno di noi provi quella sensazione per certi versi di sollievo ma anche straniante, il non sentirsi nulla, l’essere indifferenti al pianeta e al vicino di casa, come quando scendi le scale della casa che abiti da trent’anni prima di varcare la soglia del tutto (là fuori) e ti accorgi, d’un tratto, di quanto tu sia estraneo anche al più vicino, e di quanto le storie, i dolori, le vite del prossimo siano fisicamente vicine e spritualmente lontanissime. Ecco, sono quei momenti nei quali la calma più proverbiale, la sensibilità più spiccata e probabilmente anche la penna più magicamente dotata non saprebbero fermare l’attimo, che è l’attimo della consapevolezza, della comprensione, lunga un battito di ciglia, dei meccanismo che ci governa da sempre. Sono quei momenti per cui vale la pena vivere, unici per noi anche se comuni a tutti, anche a chi non se ne accorgerà mai, ed è per questi e solo per questi che possiamo dirci profondamente, intimamente, dolorosamente umani.

Giampiero Busato

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febbraio 18, 2009

Il curioso caso di Benjamin Button

locandina1

Un film di David Fincher. Con Brad Pitt, Cate Blanchett, Tilda Swinton, Julia Ormond, Jason Flemyng.Taraji P. Henson, Lance E. Nichols, Elias Koteas, Faune A. Chambers, Donna DuPlantier, Jacob Tolano, Ed Metzger, David Jensen, Joeanna Sayler, Mahershalalhashbaz Ali, Fiona Hale, Jared Harris, Joel Bissonnette, Marion Zinser, Deneen Tyler, Elle Fanning, Patrick T. O’Brien, Richmond Arquette, Robert Towers, Ilia Volokh, Wilbur Fitzgerald, David Paterson, Josh Stewart, Louis Herthum, Ted Manson, Tom Everett, Paula Gray, Rampai Mohadi, Troi Bechet, Phyllis Somerville, Clay Cullen, Edith Ivey, Joshua DesRoches, Christopher Maxwell, Don Creech, Taren Cunningham, Myrton Running Wolf, Stephen Taylor, Devyn A. Tyler, Adrian Armas, Ashley Nolan, Katta Hules, Rus Blackwell, Chandler Canterbury, Charles Henry Wyson, Spencer Daniels Titolo originale The Curious Case of Benjamin Button. Drammatico, durata 159 min. – USA 2008. – Warner Bros Italia data uscita 13/02/2009.

Dal racconto di Francis Scott Fitzgerald, che ha dichiaratamente ispirato Gabriele Romagnoli per il suo “Il caso, altrettanto curioso, di Baldo Baldi” pubblicato su Vanity Fair qualche settimana fa. Il racconto di Romagnoli è apparso in prima edizione in “Videocronache“, raccolta di racconti del 1993 che penso possediamo in quattro in Italia: rispetto all’edizione attuale parecchi passaggi sono stati riscritti (la protagonista di allora, Almerina, è diventata Caterina), sebbene Romagnoli abbia lasciato intatto uno stile grezzo, scolastico, a tratti infantile. Gabriele Romagnoli diventerà da morto ciò che non è da vivo, cioè riconosciuto come un classico a livello universale e non soltanto dalle fedeli abbonate a Vanity Fair. Per questo mi dispiace che non risponda alle mie mail quando voglio parlare dei suoi scritti: si eviterebbe molto fumo. De Sanctis avrebbe speso il suo tempo in altro modo se Petrarca avesse potuto ribattere alle migliaia di cazzate spacciate per interpretazioni. [ Chiesero a Cristiano Godano: perché la figa è blu nel testo della tua canzone? Perché il colore evoca paesaggi marini interiorizzati a livello metafisico durante il tuo ultimo viaggio lungo il Mediterraneo o perché il sole quando tramonta pare lasciare una scia infuocata sul cielo all'orizzonte e di lì la metafora della vita che cessa e un nuovo giorno che rinasce simboleggiato dalla vagina? "Perchè faceva rima", rispose il cantante ] . Ecco, Romagnoli: quando e perché hai riscritto solo in parte quel testo del 1993? Quando la prima stesura? Perché Almerina è diventata Caterina? Perché hai lasciato intatto lo stile che ormai hai superato da tempo?

E’ noioso e irritante rispondermi, mi rendo conto. E io non sono DeSanctis e lui non è Dante, e questa si aggiunge alle decine di cose che non si possono fare soltanto perché si pone la domanda sbagliata: perchè no?, invece del solito e vecchio perché dovrebbe dire a te quello che pensa lui quando scrive?

Il film è molto bello e troppo lungo: mezz’ora in meno sarebbe stato uguale. La parte russa logora, il finale ammorbidisce, l’eventuale Oscar a Brad Pitt sarebbe meritato. Concordo con chi sostiene che assime a Cate Blanchett formi una coppia cinematografica rara (o unica?). Brad nasce vecchio e muore neonato. Sullo sfondo (azzeccatissima la scena in cui lo shuttle parte per lo spazio nel cielo che sovrasta il mare su cui Pitt a un certo punto è in barca a vela) sessant’anni di storia americana. Non a caso il film è dell’autore di Forrest Gump. Noioso, patetico e sostanzialmente inutile il cappello della morente nel letto di New Orleans da cui parte il flash-back.

Ps. lo scorso week-end le sale di Torino e Alba erano stracolme. Ad Alba lo stile è nazi: tutti osservano con rigore il numero e la fila assegnati dalla bigliettaia. Se sgarri ti umiliano pubblicamente,  tutti osservano con disprezzo quelli che sono costretti ad alzarsi dall’arrivo del legittimo (?) affittuario temporaneo del posto. Crisi d’ansia collettiva assale i dieci minuti prima dell’inizio: un movimento caotico di chi si alza e chi si siede, chi umilia e chi è umiliato, decine di teste piegate alla corretta lettura di numero di fila e posto, patti verbali siglati col sangue (”Dunque io sto qui e lei sta lì, ma se quel gruppo di dieci che sta entrando viene qui e fa spostare la mia signora al posto alla mia destra, io le annuncio che veniamo entrambi lì“). Torino tollera, ti siedi dove vuoi: efficacia ed efficienza, raro combinarle.

Voto: 8/10

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Valzer con Bashir

imm

Un film di Ari Folman. Con Ari Folman, Mickey Leon, Ori Sivan, Yehezkel Lazarov, Ronny Dayag Shmuel Frenkel, Dror Harazi, Ron Ben-Yishai, Gaetano Varcasia, Massimo Rossi, Franco Mannella, Angelo Maggi, Gianni Bersanetti, Pasquale Anselmo, Stefano De Sando, Paolo Marchese
Titolo originale Waltz With Bashir. Drammatico, durata 87 min. – Israele, Germania, Francia 2008. – Lucky Red data uscita 09/01/2009.

Il film è finito, prendi la giacca, scendi i gradini, sei fuori, ti accendi una sigaretta, guardi gli altri e scopri che non hai niente da dire. E nemmeno gli altri. Quindi stai lì a guardarti in faccia con quelli come te che hanno assistito a questo piccolo capolavoro sul massacro di Sabra e Shatila inscenato dalla prospettiva di un protagonista diretto: il regista Ari Folman. Questo uomo ha partecipato da soldato israeliano alla guerra in Libano, primi anni ‘80 (chi ricorda Mike Bongiorno e i parà della Folgore a Beirut e il piccolo libanese in collegamento con Telemike o forse Superflash?), e soltanto anni dopo si rende conto di aver rimosso, inconsciamente, tutto ciò che ha fatto, visto e sentito. Non ricorda nulla e inizia a contattare vecchi commilitoni oggi psicologi, imprenditori, architetti. Poco alla volta il mosaico si ricompone, fino ai 30 secondi finali, nulla più, di immagini televisive dell’epoca. Una donna piange, i cadaveri sono ammassati, la guerra non è ancora finita.

E’ un’animazione, ma non sembra.

Voto: 8,25/10

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Milk

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Un film di Gus Van Sant. Con Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco. Alison Pill, Victor Garber, Denis O’Hare, Joseph Cross, Stephen Spinella, Lucas Grabeel, Brandon Boyce, Zvi Howard Rosenman, Kelvin Yu, Jeff Koons, Ted Jan Roberts, Robert Boyd Holbrook, Frank Robinson, Allan Baird, Tom Ammiano, Carol Ruth Silver, Hope Goblirsch, Steven Wiig, Ashlee Temple, Wendy King, Kelvin Han Yee, Robert Chimento. Biografico, durata 128 min. – USA 2008. – Bim data uscita 23/01/2009.

Scrivo queste righe parecchi giorni dopo aver visto il film, in una pausa di lavoro obbligata dal nascente nervosismo delle giornate in cui tutto va storto (il pc s’inchioda, il software aziendale si comporta in maniera alogica e l’assistenza non risponde, il controllo degli errori dà esito positivo), il giorno dopo aver assistito alla performance del signor Povia al festival di Sanremo, conclusa con un cartello appoggiato alla sedia sul palco: NESSUNO HA SEMPRE RAGIONE.

Povia dice: “Luca era gay, e adesso sta con lei”, ma a dire il vero il testo di quella canzone non è scandaloso come la strumentalizzazione ha fatto intendere: è soltanto una delle infinite possibilità. Insomma un po’ di strada l’abbiamo fatta, ma siamo ancora al punto in cui ‘gay’ è un aggettivo da calzare al primo posto nella definizione di una persona: non esiste Luca lo stronzo, Luca il bello, Luca il cretino, ma esiste Luca il gay, poi bello, poi cretino, poi stronzo. Vabbé, acqua calda.

Il film, invece, è meraviglioso. Conosco qualcuno che non va di default a vedere film in cui ’si parla di frocioni’. Alessandra Mussolini li chiama ricchioni. Sean Penn ficca la lingua in bocca parecchie volte in questo lungometraggio, e sempre in bocche maschili, e mescolando un po’ di idee in libera associazione viene la voglia di prendere un aereo e andare a limonare Ratzinger.

La vera storia, commovente, di Harvey Milk, partito da New York per San Francisco, diventato il primo consigliere comunale dichiaratamente omosessuale della storia degli Stati Uniti (siamo negli anni ‘70, i neri erano negri), ucciso da un coglione cui sono girate le palle per qualche faccenda. Nota: la sua storia inizia a 40 anni, ne impiega otto per passare alla Storia. Mai è troppo tardi.

Voto: 8,5/10

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Pulp fiction

pulp

Un film di Quentin Tarantino. Con Rosanna Arquette, Harvey Keitel, Samuel L. Jackson, Uma Thurman, Bruce Willis. Tim Roth, John Travolta, Eric Stoltz, Maria de Medeiros, Amanda Plummer, Ving Rhames, Frank Whaley, Alexis Arquette, Paul Calderon, Christopher Walken, Steve Buscemi, Quentin Tarantino, Peter Greene, Duane Whitaker, Bronagh Gallagher, Angela Jones, Phil LaMarr, Burr Steers, Susan Griffiths, Brenda Hillhouse Poliziesco, durata 154 min. – USA 1994.

Realista. Onirico. Spettacolare. Spettrale. Stupefacente. Brillante. Cattivo. Geniale. Divertente. Surreale. Satirico. Storico. Memorabile. Meraviglioso. Devastante. Coinvolgente. Incredibile.
Impossibile.
Voto: 9,25/10

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Il grande Lebowski

Un film di Joel Coen. Con Steve Buscemi, Jeff Bridges, John Turturro, John Goodman, Julianne Moore.David Huddleston, Sam Elliott, Philip Seymour Hoffman, Tara Reid, Peter Stormare, Ben Gazzara, Philip Moon, Mark Pellegrino, Flea, Torsten Voges, Jimmie Dale Gilmore, Jack Kehler, David Thewlis, Marshall Manesh, Jon Polito, Irene Olga Lopez, Carlos León, Mike Gomez, Richard Gant, Leon Russom, Christian Clemenson, Peter Siragusa, Warren Keith, Jennifer Lamb, Jerry Haleva, Ajgie Kirkland, Aimee Mann, Luis Colina, Jesse Flanagan, Harry Bugin, James G. Hoosier, Terrence Burton, Dom Irrera, Gérard L’Heureux, Lu Elrod Titolo originale The Big Lebowski. Commedia, durata 117 min. – USA 1997.

Una voce fuori campo introduce il racconto e la stessa voce fuori campo – a cui nel frattempo è stato dato un volto – lo chiude. Io penso in maniera esagerata, insistita, infine inutile. Il perché non l’ho capito. Senz’altro avrei dovuto vedere questo film undici anni fa e non nelle ultime vacanze di Natale dedicate al recupero arretrato. Non posso aggiungere niente di più interessante di quanto già non sia stato detto sul grande Lebowski (compresa la traduzione pessima di dude in drugo, che mi fa venire in mente la curva Scirea o lo stupro della quarantacinquenne madama nella villa di Arancia Meccanica, e appunto non c’entra un fico secco con l’uomo che s’aggira in accappatoio), se non che mi è piaciuto ma non mi ha esaltato. Sicuramente perché – dicono e non ho motivo di dubitare – questo film è stato il primo che [qualcosa], e vederlo ora significa riattivare meccanismi che giudicano basandosi su quanto si è visto negli anni successivi. Io dico:

7,75/10

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Diario di un’esperienza sfigata

Stai per andare in Africa, hai le valige pronte, hai chiamato il taxi per l’aeroporto, è in strada che ti aspetta, squilla il telefono e ti dicono: Ehi, Uolter, guarda che (incredibilmente) il popolo non si è dimenticato di te ma ti vuole al comando del Partito Democratico. “Ustica!“, ti vien da rispondere. Chiedi scusa al tassista, gli lasci la mancia, riponi la valigia e corri subito in sezione. Già, ma quale? Piazza del Gesù o Botteghe Oscure? Nel dubbio, ti compri un loft.

E inizi. Hai 80 italiani su 100 di quella parte lì che stanno dalla tua. Primo compito: capire qual è quella parte lì. Sali al Lingotto, nel dubbio scegli il simbolo di qualcosa che non c’è più in una città da sempre: comunista, cattolica e liberale; terrona, barotta e regale; satanica, salesiana e radicale. Vabbé, da qualche parte si dovrà pure iniziare. Andiamo. Passa un po’ di tempo e cade il governo. Hai forse colpe o meriti? Bah, forse non direttamente. Fatto è che ti ritrovi a condurre la tua prima campagna elettorale da leader di un grande partito candidato a governare. Quindi premier in pectore, nel caso in cui. Mandi a fanculo tutti però poi non proprio tutti: qualche radicale libero te lo metti in lista, ché si sa mai, e con quell’altro annunci: siamo separati, ma faremo gruppo comune in parlamento. Perdi, ma ci sta: quell’Altro è forte in campagna elettorale, come intorta lui non intorta nessuno. Tu sei diverso. Ritorni a Montecitorio e non sai dove sederti, dici al tuo amico: Ehi, siediti qui in mezzo a noi, ho detto che facevamo gruppo comune. E ti senti rispondere: ma che vuoi? Tu, l’hai detto, non noi.  Ti indicano allora  il posto, inizi a parlare e qualcuno ti sussurra all’orecchio: Guarda che siamo all’opposizione. Perché tu ci credevi davvero, al dialogo. Ma vallo a spiegare, che il dialogo, le voci, il monologo, eccetera.

Poi dici: Roma la si vince anche candidando la mi’ nonna. Per cui, nel dubbio, scegli chi Roma l’ha già guidata, e l’altro, incredulo, quello con la faccia da scemo, ringrazia e deve disdire lui stavolta il taxi per l’aeroporto, ché manco lo immaginava che avrebbe fatto il sindaco. Eh si, sono i sintomi della sfiga, questi.

Ma ti consoli con il partito. Credi nei giovani e nella tecnologia, hai candidato Marianna Madia capolista nel Lazio, hai voluto che il sito istituzionale del tuo partito fosse costruito a mo’ di social network, con i video, i messaggi, i forum. A casa, la sera, fai zapping e mannaggia alla fine cadi sempre sulle tv di quell’Altro e allora hai una grande idea: facciamo la tv del partito democratico! Chiami qualcuno che capisca di tv e quello ti dice che è impegnato, ché da mesi sta lavorando alla tv di D’Alema. Non ci capisci una minchia, YouDem, RedTv, boh dici, comunque vai avanti e la televisione la fai. Un partito, due televisioni. Ah, stai ancora cercando di capire quale sia quella parte lì, è giusto, d’altronde le anime, le correnti, eccetera.

A questo punto stai già sul cazzo a mezzo partito. Quelli che dicono ok uolter solo perché 80 italiani su 100 di quella parte lì stanno con Uolter. Vinci a Trento e dici: riparte la riscossa nazionale. Seee, da Trento. Intanto non solo stai sul cazzo a mezzo partito, ma pure l’altro tuo, quello che ti eri incamerato, sbraita e urla e tu inizi a ripeterti, nel sonno: se Di Pietro governa, viva l’opposizione. Tua moglie ti tira una gomitata intercostale e ti sveglia: guarda che sei tu l’opposizione, tu e Di Pietro siete l’opposizione.

Il mattino dopo quell’incubo vai da Di Pietro e gli dici: so che sei all’opposizione con me, quindi è giusto che tu possa avere un tuo uomo alla presidenza della commissione di vigilanza della Rai. Quell’altro ringrazia e ti dice: Orlando. Tu lo scrivi sul tovaglioletto del bar in cui fai colazione, vai dai tuoi e lo ripeti: Orlando. Fassino ti dice: guarda che non abbiamo la maggioranza, devi dirlo a Berlusconi, è lui che ha i voti. Ah, già, giusto. L’Altro ti dice: consentimi, Uolter, ma dei tuoi mi piace Villari. Si è scopato la Russo, è giusto e doveroso che cotanta capacità venga riconosciuta. Scusa, Uolter, ma io voto lui. Tu t’incazzi, e dici, anzi urli stavolta: Nooo, Villari si di-me-t-t-e-rà! E so’ soddisfazioni, vedere che quello non si dimette e hai un bel volerlo sbattere fuori dal partito, che tanto sono già tutti incazzati con te, là dentro.

Al grido di Meglio Soru che male accompagnatu ti tuffi nel mar di Sardegna. Dai, dai Uolter, che stavolta ce la fai. Niente. Perso. L’uomo Soru al comando piglia 5 punti in più della somma dei partiti. Torni a casa, chiedi a tua moglie che cazzo devi fare, e in fondo sei felice quando ti rendi conto che lei ha appena messo giù il telefono, sul letto vedi le valige e senti suonare il campanello e vedi un tassista in mezzo alla strada che guarda verso la tua finestra.

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febbraio 12, 2009

L’eterno ritorno dell’identico parte seconda, ovvero: “Nulla finisce, tutto cambia” (in peggio)

Che bel sole, oggi.
Che spettacolo incredibile le Alpi imbiancate che mi salutano in fondo alle strade.
E’ uno splendido giorno d’inverno, con la brezza frizzante che spazza i marciapiedi e il cielo blu cobalto senza una nuvola.
Una di quelle giornate cristalline “che fanno nascere pensieri grandi e maestosi”, come scrisse Dino Buzzati.
Sono qui per un appuntamento, fissato per le 11.15 di un giovedì mattina, dopo nove anni.
Tutto è più o meno uguale ad allora: il tremendo palazzo anni’60, la carrozzeria di fronte, l’odore di gomma bruciata che si leva nell’aria dalla malconcia fabbrica nel piazzale.
Di fronte all’ingresso ci sono una ragazza minuta che tortura una sigaretta girandosela tra le dita e un giovane “rasta” che ha gli occhi di chi è sveglio da neanche dieci minuti.
Poco dopo arrivano gli altri, vicini e in silenzio, come si conviene a degli sconosciuti in marcia.
Sono tutti più giovani di me, con una faccia a metà strada tra il perplesso e il determinato.
Un paio di sigarette dopo, siamo seduti al primo piano, in una stanzetta piccola con una manciata di sedie e due distributori di bevande.
Ci scambiamo sguardi interrogativi, qualche timido sorriso di circostanza, poi ci fanno accomodare in una grande sala, inquinata nel suo bianco abbagliante da decine di monitor , tastiere e telefoni.
“Eccoci” – penso – “adesso inizia lo spettacolo”.
Il ragazzo che l’azienda ha spedito a farci la “job interview” (perché siamo in Italia ed è giusto usare la nostra lingua, no?) ha quattro anni meno di me, un maglione blu con colletto a girocollo, un paio di pantaloni in fresco-lana e delle scarpe nere a punta quadrata che fanno a pugni con tutto il resto.
Ci presenta l’azienda e parla per cinque minuti abbondanti, con una terribile inflessione torinese che massacra senza pietà la fonetica italiana, invertendo gli accenti sulle vocali e infarcendo le frasi di “solo più” e “al fondo”, tipici della lingua parlata cittadina.
Ascolto svogliato le solite cazzate aziendalistiche e mi concentro sui miei occasionali compagni di colloquio.
Salvatore ha 24 anni portati male: aveva appena trovato un impiego alle presse della Fiat, poi il suo contratto a “somministrazione lavoro” è scaduto e l’hanno mandato via come un ladro a metà turno, una notte di sabato.
Si presenta al gruppo parlando a voce altissima, con un pesante accento del Sud che suscita in tutti noi un’immediata simpatia.
In tutti, tranne che nel biondino intervistatore, che lo guarda sorridendo malignamente e scrive su un foglio chissà quali annotazioni segrete.
Salvatore qui dentro non ha speranze, ma se ne frega e continua a parlare della sua vita, strappandoci dei sorrisi sinceri.
Dopo di lui è il turno di Elisa, che ha vent’anni e una laurea in Psicologia da prendere al più presto, “perché i miei genitori vogliono che diventi psicologo…dicono si guadagni molto bene”.
Trattengo a stento un sorriso amaro: a vent’anni quelle cose forse le avrei pensate anch’io.
Non immagina, la piccola Elisa, che il futuro le riserverà un lungo praticantato non pagato, una scuola di specializzazione da 4.000 euro l’anno e un armadio pieno di tasse da pagare, nello sciagurato caso voglia aprirsi uno studio.
Tutto questo Elisa non lo sa e mi fa tenerezza, mentre sottolinea orgogliosa i suoi “punti di forza”, la sua “attenzione al cliente”, la sua “innata cortesia”.
Dopo il carico di sogni e speranze della futura psicologa, è il turno di Franco, 24enne spigliato giunto a Torino da Varese per amore di una ragazza.
Franco è simpatico, niente da dire.
Studiava architettura a Milano, poi ha mollato perché “…non ci stavo più dentro e volevo andarmene da Varese, figa, è un posto terribile”.
L’intervistatore sorride poco convinto e continua a fare domande, annotandosi qualcosa di “top secret” sul quaderno.
Mentre ascolto distrattamente le domande di rito dell’intervistatore e le risposte del ragazzo, osservo i muri dello stanzone, decorati da locandine pubblicitarie dei clienti dell’azienda.
All’improvviso sorrido inconsapevole quando riconosco, appeso in fondo alla sala, il poster di un cliente per cui avevo lavorato anch’io, nove anni e nove secoli fa.
Era la calda estate del 2000 e con i soldi racimolati qui dentro mi ero pagato le meritate vacanze in Sardegna dopo un anno di studio.
In questo call center asettico e caotico allo stesso tempo, ho conosciuto alcuni dei miei più grandi amici, persone con cui ho condiviso una casa, una laurea, un pezzo di vita.
Molti di loro adesso non sono più a Torino, alcuni sono già “scappati” all’estero in cerca di dignità e rispetto, altri vivacchiano alla meno peggio da qualche parte.
Rimaniamo io e questo call center, nove anni dopo.
Solo che, nel frattempo, anche lui è cambiato.
In peggio, ovviamente.
Nove anni fa ricordo che venivo pagato a ora: non molto per la verità, ma lavorando 6 giorni a settimana su turni di 4-5 ore, a fine mese riuscivo a mettere da parte un onesto gruzzoletto.
Oggi, come ci spiega il borghesotto torinese della selezione personale, la retribuzione avviene “a contatto utile, a pezzo venduto: se vendi sei pagato, se non vendi…ehm…insomma…vi conviene vendere, ragazzi”.
In parole povere, nei call center di oggi, addio alla retribuzione oraria: ti pagano a cottimo, senza neanche il minimo salariale garantito.
Firmi un contratto-farsa di un mese e poi tanti saluti: nessuna tutela, nessuna garanzia.
E nessun rispetto.
Benvenuti nell’Italia del 2009, ragazzi.

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febbraio 10, 2009

L’eterno ritorno dell’identico…

Cosa rimane dunque della gazzarra degli ultimi giorni. Un leggero senso di nausea, cui in realtà il dibattito sui temi eticamente sensibili ci ha ormai abituato e, per quanto mi riguarda, la constatazione di una certa italica riluttanza al pensiero analitico.

Due cose due le voglio dire, perchè se mi ritrovassi a discutere delle prossime Eluane, dei prossimi Welby, delle prossime leggi 40, credo di non reggere ancora a queste strategie capziose basate sul terrorismo psicologico.

1) Il piano inclinato è una stupidaggine. Chiamo in questo modo l’argomento in base al quale se i laici vincono una battaglia sui temi etici ci ritroveremo in un paio di anni in una societá dove la gente compra i bambini al supermercato, stupra adolescenti per strada o squarta disabili.

L’argomento è evidentemente proposto per puro e semplice artificio retorico, ma visto che viene ripetuto alla nausea e rimane il trigger fondamentale con cui i giornali e le tv cercano il tono allarmistico che tanto fa vendere, tanto vale esaminarlo.

Le uniche possibili ragioni per cui ;argomento potrebbe reggersi sono: a) c’è il rischio che la giurisprudenza evolva di per sé estendendo criteri eticamnete sensibili al di là del dettato della legge; b) la gente è idiota e manipolata ad arte ed ha bisogno di qualcuno che decida per lei, meglio se risiedente oltretevere per via di una infallibilità che lui stesso ha deciso di avere.

Bene a) é un non-sense giuridico, innanzitutto perché il nostro sistema impedisce le interpretazioni per analogia in materie con risvolti penali, in secondo luogo perchè essendo il nostro un sistema di civil law prevale il dettato della legge e le sentenze non hanno un portato legislativo, come accade nei sistemi anglosassoni (prova ne sia che in questi gioni si è vissuto un caso opposto a quello di Eluana).
b) é una proposizione non falsificabile che non vale la pena di discutere. Se questo è il fondamento del pensiero clericale (e in certi sicuramente lo è) allora tanto vale dire le cose come stanno, volete uno stato etico punto e basta.

Se non che esiste un dato storico inconfutabile: le sconcezze dei regimi totalitari sono sempre e comunque avvenuti in stati etici (intendo quei regimi che impongo la verità di stato sulla base di una qualche ideologia in senso arendtiano). I regimi di governo liberale hanno a volte permesso l’ascesa “democratica” di forze che hanno sconvolto la forma dello stato, degenerandola (vedi il caso Weimar), ma questo é da imputare semplicemente alla manipolabilità dei sistemi elettorali (Teorema di impossibilità di Arrow e di Gibbard-Satterwhaite) e al limite al ruolo che può giocare  l’uso degli strumenti di comunicazione di massa. Naturalmente è sempre possibile che in un sistema democratico venga fuori un coglione che vuole sterilizzare tutti i disabili o i malati (successe nella prima metá del 900 in molti paesi occidentali), MA LA LIBERTA’ DEGLI INDIVIDUI RIMANE IL PRIMO E FONDAMENTALE CONTROLLO CONTRO QUESTI MECCANISMI. In uno stato etico le cose sono peggiori perchè il limite della volontà individuale NON C’E’ PIU’.

Chi suggerisce malizionse allusioni al nazismo dovrebbe rivedersi bene in quali paesi succedettero le sconcezze che denuncia, tipo che so:

- il commercio di bambini nel cattolicissimo Cile di Pinochet (che il buon GPII aveva allegramente accolto tra le sue braccia, premura negata per decenni alle madri di plaza de Mayo) o nell’Argentina di Videla (quello dove il buon nunzio Pio Laghi giocava a tennis con i torturatori dell’esercito). Bambini sottratti alle persone che venivano fatte sparire o lanciate senza paracadute dall’aereo.

- l’impunità garantita ai pedofili nella teocrazia dello Stato Vaticano.

Esempi ce ne sono a iosa, la Chiesa ha i suoi bei scheletri nell’armadio.

Il punto chiave, tuttavia, è ancora un altro: con la logica del piano inclinato non si interviene in nessuna materia: uno potrebbe infatti ribaltare totalmente il discorso e dire “se uno non ha la capacità di decidere liberamente del proprio corpo, allora non ha la capacità di decidere su materie che abbiano conseguenze rilevanti sul corpo medesimo” la cui conseguenza è che per esempio cose come l’allocazione del proprio lavoro lo decide lo Stato (Unione Sovietica) oppure il padrone delle terre  su cui quel lavoro si svolge (servitú della gleba). Argomenti del tutto assurdi, ma assolutamente in linea con ciò che mi tocca ogni vlta ascoltare.

2) Il nazismo l’eugenetica e l’eutanasia. Questo argomento è profondamente insultante e si commenta da solo.

Innanzitutto l’eugenetica non è una proposta di nessuno, inoltre l’idea del bimbo che si compra con le caratteristiche che ci piacciono non è scientificamente possibile (non si possono controllare le combinazioni genetiche a quel dettaglio). Ripeto, che io sappia l’unico caso di mercato dei bambini è quello argentino e non c’era proprio nulla di liberale in quello stato. Assumendo per assurdo che ciò sia possibile, allora la risposta dovrebbe essere una buona sanità pubblica e una sana e robusta regolamentazione in ambito sanitario. Non la cancellazione della ricerca scientifica, sullla base di vacue disquisizioni teologiche.

In secondo luogo il parallelo nazista con l’eutanasia trascura un particolare fondamentale: il progetto Aktion-T4 si basava su di una decisione dello Stato su chi era opportuno eliminare. Faccio notare che infatti una delle deliberazioni di Norimberga,derivata come implicazione della condanna di quei programmi di eutanasia, era che somministrare trattamenti medici di qualsivoglia tipo senza la volontà del paziente era un aberrazione e un crimine. Più chiaro di così…

Qui NON stiamo discutendo di questo: stiamo discutendo di una libera ed esplicita volontà dichiarata. Permette ai cattolici di comportarsi come a loro pare, permette a me di fare altrettanto. Ciascuno dei due si assumerà le conseguenze delle proprie scelte.

Lo ripeto per l’ultima volta (inutilmente perchè non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire). La sentenza Eluana ha preteso accertare la volontà della donna, NON quella del padre. Voi clericali state facendo un processo alle intenzioni, dicendo che il padre voleva togliersela dalle palle. Liberissimi, ma l’onus probandi è a vostro carico, se non avete elementi materiali a supporto rimane il dato oggettivo che è la sentenza. La quale sentenza non dice “leviamoci dai coglioni sta malata”, dice “esiste un quadro che permette di ricostruire la volontà della donna di non venire alimentata a forza”. Il fatto che sia venuta dopo sentenze contrarie è una normale conseguenza dell’avere tre gradi di giudizio; questa é la definitiva ed é quella che conta.

Se temiamo la profonda ingiustizia del sistema penale, l’unica risposta logicamente ineccepibile è la difesa della libertà della persona e un congiunto di diritti affermati nella norma fondamentale che é la costituzione. Solo questa elimina ab initio possibilità come le leggi razziali o altre aberrazioni giuridiche. Solo l’estensione dei diritti fa si che il cittadino non sia schiacciato da forze esterne.

So già che ho speso inutilmente un’ora della mia vita nello scrivere al vento queste parole.

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febbraio 2, 2009

Il patrimonio Unesco con poca umanità ovvero Alba spiegata ai non albesi

Il bar dell’angolo di piazza Cristo Re ha brioche alla crema sufficientemente buone. Sabato mattina il terzo morso mi va di traverso, rischio di soffocare e per liberarmi devo girare pagina. Poi, con calma, ritorno su La Stampa, intera pagina centrale con richiamo in prima, in servizi e interviste il cui succo é: dopo quattro anni di studi, di dossier, di presentazioni, è finalmente pronta la documentazione per l’Unesco, affinché venga attribuita alle Langhe la qualifica di ‘patrimonio UNESCO dell’umanità’. Interviste a: Giorgio Bocca, contrario (il quale peraltro lamenta di non avere nemmeno la cittadinanza onoraria non si capisce bene di quale città, “i figli noti della provincia vengono dimenticati“, a cui risponde il sindaco di Cuneo l’indomani dicendo: “Guarda che ce l’hai, sei cittadino emerito dal 1993“); Gianni Farinetti, contrario; Nico Orengo, che non si capisce cosa pensi ma è messo, dal grafico, sotto la dicitura favorevole e pertanto ritengo sia favorevole.

Istintivamente prendo il telefonino e aggiorno lo stato su facebook. Ho 715 amici, perlopiù scelti a caso tra fan del mio scrittore preferito e persone che potresti conoscere, tra politici e magazzinieri, tra studenti 19enni e tecnomassaie 60enni, campione sufficientemente rappresentativo, almeno penso, dell’universo che ha accesso a un pc. Di essi, molti sono albesi. Scrivo: “La stampa, pagina 1. ‘le langhe candidate a diventare patrimonio unesco dell’umanità’. già vinto il premio alla carriera ‘patrimonio senza umanità‘”. Sono passate 48 ore e quella frase ha ricevuto il seguente numero di commenti: zero. Per capirci: quando scrivo che la pasta mi è uscita scotta, ricevo immediati almeno 5 messaggi di condoglianza.

Intanto mi lascio vivere, girandola, dalla capitale del futuro patrimonio dell’umanità seguendo le tracce di tre amici. Il tempo, però, di fare un esperimento cui sono molto caro: la conta delle auto.

Iniziai nel 1995, a Torino, al tempo di una delle usuali crisi della Fiat. Percorrevo via Filadelfia e annotavo mentalmente la marca delle auto parcheggiate in sosta. Alla fine della via, lungo la curva Sud dell’ancora stadio Comunale per intenderci, contai una media di 55 auto della galassia Fiat su 100 cui ero passato accanto. Non occorrono master in marketing strategico per capire che l’origine della crisi stava nelle vendite: se nella tua città ottieni appena una magra maggioranza, come puoi pretendere di vendere altrove? Le auto sono rivelatorie: nella zona di corso Como a Milano, quella della movida per intenderci, sette auto stavano parcheggiate sul sagrato di una chiesa, un giorno del luglio scorso. Non occorreva essere redattori di Quattroruote per valutare in un milione di euro abbondante il valore commerciale di quei gioielli sistemati in barba al prete.
Così sabato mattina riprovo, lungo quella breve via di Alba che conduce da piazza Savona a piazza San Paolo: Audi, Bmw, Volvo. Barbone sia considerato il proprietario di quella Multipla blu in sosta davanti al ristorante giapponese, salvi gli altri: Alba sta a Milano come le auto degli albesi stanno alle auto dei milanesi. C’è, però, una differenza: il milanese ostenta e gode nell’ostentare, l’albese ostenta ma comprende che a Alba ostentare potrebbe essere svantaggioso, quindi giustifica i sensi di colpa che non ha: “Dovevo cambiare auto, sai…“; “Scarico dalle tasse, sai…“; “Sognavo il SUV da una vita, sai…“; “Era in offerta, sai…“. Più che so, immagino.

Ricevo la telefonata di un amico.
Ci vediamo per un caffé?“, domanda.
Alle 14 va bene?“, rispondo.
No, facciamo più tardi, alle 14 devo vedere un tizio, spero di affittargli il capannone
Ti va bene se vengo con te?
Così alle 14 sono in periferia, lungo uno stradone che porta alle Langhe. C’è questo piccolo capannone, una vecchia stalla, non più di 130 metri quadrati, che la famiglia del mio amico affitta da anni: gli attuali inquilini hanno comunicato che tra qualche mese se ne andranno. L’aspirante nuovo affittuario è un piccolo imprenditore della zona, l’attività – garantiscono le voci di borgata – gli va molto bene e si presenta – infatti? – all’appuntamento col SUV della BMW, sebbene in abiti da lavoro. Risolti i convenevoli in dialoghi sulla campagna (”I contadini non hanno mai pagato tasse, niente, non l’ICI, nulla“, dice qualcuno), risolta la visita al piccolo spazio magazzino (”Gli autotrasportatori avrebbero un po’ di problemi a girare nel cortile, ma ci possiamo aggiustare“), si arriva alla contrattazione del prezzo.
Troppo!“, dice l’aspirante affittuario alla richiesta del mio amico, che rilancia con un’affermazione che avrebbe dovuto, in cuor suo, convincere l’altro: “Guardi che noi segniamo tutto. Fino a qualche anno fa registravamo una parte, e una parte ce la davano in nero, ma ora no, segniamo tutto“. Il tempo di ripassare il bilancio (più costi deducibili = minor utile = minori imposte = vantaggio per chi riceve una fattura ), mi preparo ad ascoltare gli applausi del coro di angeli che immagino ci stia osservando, e ascolto:
Oh, ma io non ne ho bisogno. Anzi, meno dichiariamo, meglio é. Ho un mucchio di nero da far fuori, e se compro merce ci sono le bolle e non posso, ma gli altri costi, quelli dove non ci sono documenti, quelli mi servono per scaricare il nero“.
Bum! Il capo del coro angelico ha la faccia, in quell’istante, di Tomaso Padoa-Schioppa, che  saputo dire: “Le tasse sono una cosa bellissima” e ancora oggi il suo idraulico lo deride.
L’amico dimentica di essere un venditore e fa cenno all’evasione fiscale, e si riceve, dall’aspirante: “Agli eroi han fatto il mezzobusto. Non sono un martire, io. Inizino gli altri. Diano il buon esempio i politici. E poi io mi adeguo. Ma non sto a segnar tutto, io. Tutti mangiano, ci devo rimettere io?“.

Inizino gli altri“.
Qualche ora dopo sono a casa di un altro amico. Vive in un condominio recente, abitato perlopiù da famiglie giovani, che dispone di un ampio parcheggio. Sistemo l’auto e fatico a rimanere in piedi: raggiungere la porta d’ingresso è impresa da equilibristi, una lastra di ghiaccio quasi perenne è passaggio obbligato, sono i 6/7 metri di Carolina Kostner senza pattini, in mezzo a mucchi di neve regalo di inizio gennaio.
Dico: “Ehi, e comprare due o tre chili di sale e buttarli all’ingresso?
L’amico, moralmente integro al punto che giocherei la mia mano sul fuoco e scommetterei, fosse su facebook, diventare fan di Tomaso Padoa Schioppa e di Renato Brunetta, uno-due-blink e dice: “Inizino gli altri“.

Sono in tanti in quel condominio, è vero, in tanti che scivolano perché nessuno inizia a gettare il sale. “Agli eroi hanno fatto il mezzobusto“. In tanti che votano, ad Alba il 6 giugno prossimo, per il sindaco.

Altro caffé. Vengo addirittura convocato, da un terzo amico, via sms: “Se vieni da me ne parliamo di persona“.
E’ in odor di candidatura a consigliere, mi rivela trame e giochi infrapartito. L’estetica si salva come può, e i panni sporchi si lavano in casa. Quelli della sua parte, e anche dell’altra. Basta leggere alcuni giornali locali, che spostano più voti del presidente della Repubblica. Le voci di borgata spostano più voti del giornale locale: spesso, le due cose coincidono. La sinistra presenta a candidato sindaco un avvocato giovane secondo l’accezione italiana: ha meno di 50 anni. La destra presenta l’attuale assessore alle finanze, un commercialista ben oltre il mezzo del cammin di nostra vita. C’è, finora, un terzo incomodo, un imprenditore che ha tappezzato la città di manifesti con la sua faccia, sostenuto da una lista civica. Con l’amico parliamo di politica, e gli rendo noto di aver ascoltato, in poche ore, almeno tre voci differenti sulla possibilità che il candidato della sinistra possa farcela. Dunque: chiamare un ex democristiano la sinistra è operazione che faccio per semplicità, ancorché ampiamente scorretta e offensiva per chiunque si dichiari di sinistra a Bologna. Alba è la città in cui il PCI raramente entrava in doppia cifra. La DC prendeva il 50/55%, i socialisti un po’ più del 10, i repubblicani e i liberali il resto. Il pentapartito era al 90. Alba è la città in cui Prodi è comunista, in cui Rutelli è comunista, in cui gli uomini UDC sono sospettati di avere Il capitale sul comodino ma non ci sono prove. E comunque, per il candidato di sinistra: secondo alcuni sarà una disfatta, troppo forti Pdl e Lega, per altri i giochi sono aperti, solo si arrivasse al ballottaggio. Anche un mulo sarebbe eletto nelle liste del Pdl, ad Alba. Perché, oltre al traino dei simboli nazionali, hanno fatto i miracoli col bilancio. Chi lo dice? Giulio Tremonti.

Il ministro, proprio lui, che partecipa in mattinata a due incontri: prima presenta – in municipio – il candidato sindaco quasi ottuagenario, poi presenzia al convegno promosso dalla fondazione Ferrero su banche e finanza. Termina l’intervento – mi dicono – con una poesia degna di Sandro Bondi: “Se tutta l’Italia fosse come Alba / vedremmo l’alba“. Prima – leggo su La Stampa il giorno dopo – aveva parlato dell’ottima amministrazione di centrodestra, e, soprattutto, dei miracoli bilancistici. Il giornale ha riportato alcuni numeri: debiti ridotti del 50% (da 20 milioni a 10), patrimonio netto cresciuto di vagonate di milioni, ICI invariata da dieci anni, IRPEF cristallizzata a percentuali ridicole, solo la TARSU è aumentata leggermente, del 33%. Il giornale ha riportato alcuni numeri, non tutti: siccome il bilancio non è questione di fede, ma sono numeri che hanno un ‘+’ e un ‘-’, e sono riportati soltanto i ‘+’ quando il ‘+’ è virtuoso e i ‘-’  quando il ‘-’ è virtuoso, quali poste sono state sottratte o aggiunte a quadratura del saldo? Non è dato sapere, ma non importa, il sindaco uscente Rossetto – al terzo mandato, incandidabile – è una brava persona e non ho motivi di dubitare che possa non aver fatto del suo meglio e che Alba sia, economicamente, florida: me l’hanno detto pure le auto in sosta. In municipio si parla di bilancio, alla fondazione del colosso mondiale dei dolciumi si parla di banche e finanza. E il resto?

C’è un teatro – storico – che quando ha avuto buoni direttori artistici ha anche avuto spettacoli di qualità. Gli assessori alla cultura finivano sui giornali locali in prima pagina, dicendo: “Ora basta, il teatro è sempre in perdita, ci costa 400mila euro all’anno“. E, nel corpo del pezzo: “Occorre l’intervento dei privati“. Così alcune importanti aziende misero il loro logo in calce alle brochure promozionali, vennero più Paoli Rossi che Glauchi Maggi Mauri ma le cose non migliorarono. L’anno dopo: “Ora basta, il teatro è sempre in perdita, ci costa 600mila euro all’anno“. E via il direttore artistico dalle idee troppo qualitative, al suo posto qualcuno che sappia come si gestisce un’impresa. Perché il teatro, tolti i cento affezionati che fanno la fila per i posti migliori in abbonamento, è soprattutto, ad Alba, un centro di costo in perdita del bilancio dell’azienda Comune.

Esattamente come Beppe Fenoglio. Gli albesi se lo sono trovato tra le mani quando hanno visto che la sua fama si diffondeva pari passo con le copie dei suoi libri vendute da Einaudi. Venne prima la fondazione Ferrero, una quindicina di anni fa, ospitando Mark Pietralunga, un docente universitario americano che studiava le traduzioni di Fenoglio dall’inglese. Qualcuno disse: “Cazzofà quest’americano? Studia Fenoglio? Fenoglio quello che ha scritto quei noiosissimi e incomprensibili libri sempre e solo sulla guerra? Bah, tuti matt, si ‘merican“.  La casa natale gliela abbatté il sindaco di quel periodo, primi anni ‘90, e diede a fare al fratello architetto un palazzo per le informazioni al turista dall’improbabile effetto estetico, sulla piazza principale vecchia soltanto di qualche secolo. La cascina in località San Cassiano in cui ripiegarono i partigiani nella battaglia descritta in “I ventitre giorni della città di Alba” ospita un’azienda che produce prelibatezze in vetro. La coscienza l’hanno lavata con qualche goccia d’acqua: pannelli sparsi qui e là per la città a indicare i “luoghi fenogliani“. Ma non è un caso che il sindaco, sempre quella brava persona dell’attuale incandidabile, alla richiesta di delucidazioni sui motivi che impediscono – oggi – di nominare “Beppe Fenoglio” il liceo classico cittadino che lo scrittore tantò amò e in cui si formò, abbia fornito come prima risposta: “Perché il generale Govone finanziò quella scuola, a lui oggi intitolata“.

E poi ci sono i paesi limitrofi, alcuni dei quali sarebbero di eccellenza di fronte all’UNESCO. Cui si chiede, sempre secondo La Stampa, di chiudere un occhio sui capannoni industriali che fanno scempio del paesaggio. I capannoni sono necessari. I capannoni fanno parte, tutto sommato, delle vie che raccordano l’eccellenza. I pugni negli occhi si curano con il Lasonil, d’accordo, ma chiunque abbia soggiornato nel Nord dell’Europa saprebbe costruire capannoni idustriali mediando la necessità economica con quella estetica. Costruire una zona industriale esteticamente appagante ha un immediato ritorno economico? No, si risposero al momento delle autorizzazioni. Si, comprendono oggi quelli che leggono dell’UNESCO e già immaginano le rivalutazioni immobiliari che quel patrocinio comporta.

Esco dalla città la domenica mattina. C’è nebbia, si vede a non più di cento metri. Sia in avanti che all’indietro.

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