di Pippo Cervella
Dopo un’estate sonnolenta, torbida, succulenta e perversa al punto giusto, in cui l’albese medio s’è concentrato principalmente nel cercare refrigerio sulla Torino Savona e sui lungomari di laiguegliadianoalassioborghetto, riuscendoci tra l’altro a suo dire, perché l’albese medio è furbo e per andare al mare parte il venerdì sera/notte quando per strada non c’è nessuno e torna il lunedì mattina presto, quando per strada non c’è nessuno; nella certezza assoluta del dogma che il mare fa bene, soprattutto ai bambini neonati, anche se in realtà la coda te la becchi lo stesso dal momento che i furbi come te sono tanti e il caldo oltre che di giorno c’è anche di notte ed il vento a spasso sul lungomare nella calca che sfugge dall’afa del bagnasciuga te lo sogni; nell’inossidabile consapevolezza di aver ottemperato all’obbligo di relax, che circolava come coca nelle nari tra i dehors degli aperi-attivi giunonici e luglionici, mentre in realtà ci si è stancati come bestie a sopportare le fregole di mogli/fidanzate/amanti in giro, dopo un anno di voli per lavoro e attese ai ceck-in di mezzo mondo, oppure a far da mangiare a mariti obeseggianti o a pulire seconde case tre volte al giorno per ospitare l’immancabile direttore in ferie poco diostante (non è un refuso ma un principio di bestemmia) che viene a prendere il caffè alle 10 di sera, ebbene, respiriamo e tiriamo il fiato, ebbene dicevo, dopo tutto ciò, finalmente, riecco l’albese ad Alba nel suo luogo naturale.
Come un koala in una foresta di eucalipti o un berluscones in una concessionaria Jaguar, l’albese torna a pascersi della propria routine, grazie anche alla generosa mano che i politici locali danno: ma non già il consiglio comunale appena eletto, in perenne bilico sulla “razor edge” del ricorso patrocinato dal vicepresidente della provincia Granda, bensì i due personaggi che, avendo molto se non tutto da perdere, si sono attivati immediatamente per tornare in auge, in vista delle imminenti elezioni regionali di primavera: stiamo parlando di Mariano Rabino e di Alberto Cirio, i due albesi in regione che rimetteranno in mano agli elettori il proprio mandato nella speranza di riceverlo nuovamente.
Il Rabino è partito in quarta, neanche fosse un Cervella candidato sindaco, e con 6×3 (costosissimI, si dice nei cessi del bar degli scratch) sparsi random per la città ci ricorda che lui nel cuore ha le Langhe ed il Roero; nel frattempo non lascia nulla al caso e da questa estate è in perenne tour per la Provincia, montagna e borgate comprese, alla ricerca del consenso che ad Alba potrebbe aver in parte perso per semplice scoramento dell’elettorato e/o per sospetti ritardi nell’appoggio alla campagna piddina per Marello sindaco. Il Cirio per ora e apparentemente se ne sta quieto, spara un paginone sul corriere con foto casiniana di lui e bimbo sorridenti senza diavoli comunisti nei paraggi, ma è pronto ad utilizzare il volano della Fiera, del cui ente è presidente o giù di lì, anche se qualche commerciante mugugna un po’, soprattutto dopo aver saputo che uno stand in fiera ad Alba costa al mq di più rispetto a Vinitaly o al Parc des Exposition di Paris Villepinte (oooooh!).
Immagino il Cirio beffardamente sorridente nell’osservare lo sbatti di Rabino fuori dalle mura pompeiane, lui che alle provinciali ultime scorse s’è presentato di nascosto a Dogliani, riuscendo ad essere eletto e dimostrando a tutti che quando in campo c’è lui i voti in qualche modo arrivano.
In generale, comunque e sicuramente, ne vedremo delle belle a cominciare da sabato prossimo quando, per la prima volta ed ufficialmente, Alba e Bra si scontreranno in campo aperto: eh sì perché ad Alba hanno avuto la bella idea (ovviamente l’amministrazione precedente) di anticipare la Notte Bianca di una settimana rispetto alle ultime 2 edizioni, facendola coincidere casualmente con la stessa data della Notte Bianca (più longeva) di Bra. Nessuna discussione sul fatto che se guerra sarà la colpa sarà di Alba, forse gelosa di una supposta (aaaaah) supremazia enogastronomica messa in discussione dal successone di Cheese, ufficiosamente pare perché la concomitanza favorisce un minore afflusso di turisti (sic! Nei cessi del mio bar ho sentito questo!) più facilmente gestibile per Alba e (forse) anche per Bra.
Resta il fatto che il sabato prossimo venturo la ss 231 sarà probabilmente imballata come poche, le squadre mobili di entrambe le cittadine si scanneranno per strapparsi di mano gli ubriachi al volante in pellegrinaggio dall’una all’altra parte e l’ormai mediocre normalità di una notte bianca, la cui forza propulsiva dell’originaria novità s’è esaurita in mezza edizione, terrà occupati un po’ tutti. Essere minchio/alternativi in tutto ciò sarà difficile, ma personalmente ringrazio per il momento il comitato Uisp che ha calendarizzato per sabato sera un improcrastinabile partita di Coppa di Lega!
Ave atque Vale.
Pippo Cervella
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di Francesco Bogliacino
Realizzai questa intervista il 30 Aprile del 2009, passai la notte del primo maggio a sbobinare. Ne nacque un lungo converstaorio di 10 cartelle, da cui ho estratto un articolo che mandai a un quotidiano italiano il 1 Maggio. Su mia ripetuta insistenza (in fondo avevo rischiato una pallottola in testa) ho ricevuto una risposta alla fine di Luglio. “Bello l’articolo ma ormai è passato troppo tempo”. Si, se ve lo state chiedendo ho pensato proprio quella parola. Lo pubblico qui da Marco nel suo blog che è ormai peggio del mio (ed è tutto dire), con grande ammirazione e rispetto per la stampa italiana.
(F.B.)
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Quindici anni fa, la Corriente de Renovación Socialista, scissione del tuttora esistente Ejercito de Liberación Nacional (ELN), decise di consegnare le armi e diventare un partito politico, considerando chiusa la fase della lotta armata. Quando si parla di guerriglia in Colombia si fa riferimento quasi esclusivamente alle FARC, ma gli attori del conflitto armato furono molteplici. La questione campesina spinse alla formazione di gruppi armati sin dagli anni cinquanta, anche se allora la matrice marxista era assente e i riferimenti politici affondavano piuttosto nel Partito Liberale (uno dei due partiti storici colombiani insieme al Conservatore). L’ELN fu il gruppo più sui generis, sia come radici teoriche sia come esperienza organizzativa. Fernando Hernandez, l’ex comandante Yacinto dell’ELN e dirigente della CRS, emigrò in Spagna per scappare alla persecuzione paramilitare. Torna in Colombia dopo XV anni per partecipare alla commemorazione, ritrovandosi con i vecchi compagni in un clima di pessimismo per il futuro e sconcerto per l’attuale fase politica del paese
Nelle contestualizzazioni tipiche, l’ELN viene presentato come un intreccio di guevarismo e Teologia della Liberazione, con alcune influenze maoiste. Come si intrecciavano queste radici teoriche a formare il bagaglio ideologico?
Se guardiamo alla guerriglia degli anni Sessanta dobbiamo considerare almeno 5 filoni, tutti con il medesimo schema, partito-esercito-fronte.
É in questo contesto che nasce l’ELN, nel 1964, espressione di gruppi operaisti, studenteschi, cristiani, urbani, in un paese ancora molto rurale. Appare come una proposta di guerriglia – di un movimento politico militare come lo chiamavamo noi – differenziato innanzitutto per la linea internazionale: c’era chi stava con l’Unione Sovietica e chi con i Maoisti, noi cercavamo qualcosa di più prossimo a noi guardando alla Rivoluzione Cubana. L’eroismo del Che era il modello, anche per la guerriglia, ma nel caso colombiano avvenne qualcosa di più interessante, quando apparve Camilo (Torres, ndr), che fu un precursore di fatto della Teologia della Liberazione. Nella pratica, si da una sintesi tra settori della guerriglia campesina, facenti capo all’esperienza degli anni Cinquanta, e settori cristiani radicali radicalizzati da Camilo. La organizzazione dell’ELN era differente dagli altri gruppi, non Partito-Esercito-Fronte, ma riunisce in un unicuum partito ed esercito
Com’erano le relazioni tra i gruppi guerriglieri?
Le linee politiche erano molto radicali oltre che prodotto di scissioni. Per questo ci furono morti e scontri violenti.
Quando incominciò l’affare-droga, come forma di finanziamento?
Tutto il movimento degli anni Sessanta si crea in assenza di droga. Il traffico iniziò nel decennio seguente, prima con la marijuana, poi con la coca. La base sociale della guerriglia inizia a dipendere economicamente da quella produzione, in una fase in cui il movimento armato agiva da Stato in zone isolate del paese, garantendo l’ordine e organizzando il mercato, in una relativa scarsità di canali di comunicazione. Il dubbio diventa se proibirla o gestirla, magari favorendo nel processo di commercializzazione il campesino.
Quando si sviluppano i gruppi del narcotraffico, l’opzione è l’alleanza o lo scontro armato e si osservarono entrambi. In molti casi la corruzione dilaga tra le fila del movimento, a livello di base e di dirigenza, soprattutto con l’esplosione dell’affare-coca.
Altro punto cruciale è il sequestro. I movimenti antisistema odierni sembrano puntare ad una strategia di tipo comunicativo, dai Neozapatisti al MEND, e il sequestromette in una posizione scomoda rispetto all’opinione pubblica. Cosa portò allora a questa forma di finanziamento: incapacità strategica, necessità economica, ideologia?
Inizialmente fu necessità economica, che si giustificava come un recupero di denaro, una sorta di restituzione di ciò che il rapito stava rubando alla popolazione. In un Paese tanto grande come la Colombia, in cui nascono tutta una serie di movimenti guerriglieri autonomi, e poi gruppi di bandoleros, e in seguito di paramilitari, il tema del sequestro inizia a generalizzarsi, perché è un mezzo semplice di ottenere risorse.Si tratta di un processo degenerativo della guerriglia, è evidente.
Un’altra giustificazione era la risposta simmetrica alla sparizione forzate da parte dell’esercito: Un harakiri per la guerriglia.
Facciamo un passo indietro. Tu come entrasti nel movimento?
Io entrai per il lato dei cristiani, negli anni Settanta. Erano gli anni sessanta, iniziava l’esperienza guerrigliera nel 64-65, c’era stata la Rivoluzione Cubana, e io decisi di entrare in seminario. Erano gli anni di Camilo Torres, che muore nel ‘66 e della radicalizzazione del discorso cristiano da parte della Teologia della Liberazione.
Abbandono una città piccola come Manizales, mi sposto a Medellin, nel 1971 ed entro all’università di Antioquia in un momento in cui il movimento universitario era vibrante. Così mi vincolo spontaneamente alla guerriglia che per me era più naturale, quella cristiana.
Hai vissuto nella selva?
Si certo, mesi interi. Ma il mio impegno era più vincolato al lavoro urbano, alla questione ideologica e internazionale, all’educazione dei quadri. Sono stato il comandante di quell’area dell’ELN che dialogava con il Movimento Internazionale; per via dei contatti con sandinisti, trotzikisti, movimenti europei vedevo le cose in maniera diversa dall’area campesina che stava sulle montagne, che si muoveva con i ritmi del raccolto. Fu così che iniziò il dibattito-scontro interno tra le due aree, quella urbana e quella campesina.
Le decisione di consegnare le armi come nacque?
Fu una nostra riflessione, come parte del gruppo dirigente, su come erano cambiate le condizioni nazionali e internazionali; un ripensamento dell’alternativa socialista di fronte alla crisi del Socialismo Reale, come stava avvenendo con la Perestoijka e a Cuba. La vittoria degli USA nella guerra fredda determina un cambio di forze a livello internazionale e la prima conclusione era la messa in discussione della proposta socialista. In un documento ufficiale arrivammo a dire che la proposta esistente non poteva essere quella socialista (reale, ndr) e che quindi andasse riformulata.
Perché decidesti di emigrare in Spagna?
Scappai. Firmammo un accordo nel 1994, consegnammo le armi e passammo alla vita politica. Ma eravamo gente che veniva dalla guerriglia, quindi non meritevoli di fiducia da parte dell’oligarchia. Per questo da sempre nella storia colombiana coloro che uscirono dall’illegalità furono uccisi. Con me provarono due volte, fortunatamente la mia scorta rispose bene, ma ammazzarono molti dei nostri. Abbiamo consegnato le armi in 750 e ce ne hanno ammazzati quasi 250. Questo paese è così: la violenza da parte dello Stato è impressionante. Io scappai per salvare la pelle, grazie ad Amnesty International.
Che cosa rappresentò per te il ritorno a commemorare la consegna delle armi dopo 15 anni, in un paese dove il consenso per il progetto uribista è evidentemente molto grande?
Credo che ora ci siano le condizioni per ripensare una alternativa, con il movimento femminista, quello ambientalista eccetera, ma in quella fase, la strategia rivoluzionaria, di tipo cubano o sovietico, fu un fallimento strategico.
Fu una sconfitta, che però obbliga ad una riflessione sulla traiettoria Dopo questi primi 15 anni si intravedono alcune direzioni: l’importanza del riconoscimento dell’impegno sociale, il problema di genere, il problema ambientale, la ricostruzione comunitaria, la rifondazione della politica -come dicono i Neozapatisti- da sinistra e dal basso. Sono come piccole intuizioni che ci dicono da dove ripartire, Sicuramente, la risposta non sta nelle armi.
Si dice che siamo di fronte alla mancanza di una alternativa concreta, come il Socialismo Reale, ma abbiamo tutta una serie di piccole iniziative. L’impressione un po’ cinica è che non si arriva mai ad una sintesi: non sarà che è tutta una illusione e semplicemente non si può costruire una alternativa perché questa non esiste?
Credo che l’insegnamento del nostro passato è la necessità di de-ideologizzare l’alternativa: abbandonare l’idea di una ideologia totalizzante, soprattutto di tipo destrorso come la fine della storia. Siamo nella storia, bisogna costruire alternative. Queste piccole esperienze locali stanno articolando un’alternativa, che riconosca la prospettiva di genere, che riconcili con l’ambiente. Non dobbiamo costruire una nuova prospettiva totalizzante, perché da lì veniamo. Inoltre c’è il nuovo internazionalismo dei movimenti, reso possibile dalla globalizzazione. Bisogna articolare una proposta evitando il rischio di costruire un’ideologia, ma non possiamo abbandonare la politica.
Francesco Bogliacino
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