di Pippo Cervella
Cari teleutenti, cari tele utilizzatori finali dell’internautica bellezza insita nel sito macrogiacosa.it, cari albesi bloccati in casa tutta la domenica dalle bancarelle dei cinesi in corso Piave che promuovono a modo loro la fiera del tartufo, oppure ruminanti frittelle nei crocicchi e negli angiporti dell’Alba Pompeia medievalizzata, intellettualmente persi dietro le parole del nobel Saramago o freneticamente alla ricerca di un parcheggio non a pagamento che se c’è è occupato da un furgone che vende d’”ogni sort”, cari langaroli invasi da porcini come non si vedeva da anni, insomma, cari tutti e care tutte, CI SIAMO.
Domani è il 14 ottobre e, mentre più modestamente dall’altra parte dell’oceano gli americani festeggiano o maledicono il 517° anniversario della scoperta o conquista dell’America, qua ad Alba abbiamo altro a cui pensare. Qualcuno se n’era dimenticato, ma ci ha pensato il vicepresidente della provincia a ricordarcelo dalle colonne di Gazzetta e Corriere questa settimana: l’ex sindaco, giudicando fallimentare il governo cittadino perché nei primi 3 mesi non è stato in grado di approvare il nuovo piano regolatore, cosa che il governo precedente non aveva fatto in 120 mesi, ha rimandato tra le righe tutto alle calende greche, che poi tanto calende non sono, visto che siamo lì: il redde rationem è pronto, il giudizio del TAR sul ricorso dei castellengos incombe come mannaia sul PKK albese, reo di aver vinto le elezioni comunali ultime scorse.
Nessun pronostico, nessun augurio: il Lodo Marello sarà approvato o bocciato, il consiglio comunale sarà legittimato a proseguire nella sua opera o diffidato dal farlo. Attendiamo, anche se il tanto agognato declino del berlusconesimo a livello globale passa anche per queste piccole cose.
La differenza a livello locale è che i comunisti si danno da fare, e tutto ciò è incoraggiante, mentre a livello nazionale attendono seraficamente il cursus temporum, fiduciosi nel loro massimo sforzo a cui personalmente credo: 5 mesi di congressi, riunioni, scaramucce e schermaglie valgono bene l’assoluta inanità politica parlamentare che l’opposizione di centrosinistra ha mostrato al mondo intero: la soddisfazione che si legge in faccia a Veltroni per l’imminente bagno democratico delle primarie è la stessa che aveva Giannini, “Il principe der Tufello”, l’anno scorso quando traghettò il Gallipoli in serie B. La delusione e l’abbrutimento che storpia i lineamenti di Berlusconi adesso sono gli stessi di mister Leonardo allenatore del Milan. Provate però a giocare Milan-Gallipoli.
Pippo Cervella
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di Michele Galbiati
La Brianza: quando “ristrutturazione” diventa “distruzione”
Hanno asfaltato il paradiso e ci hanno messo un parcheggio.
Una spianata d’asfalto dove prima c’erano alberi e un coraggioso orto urbano, un angolo di campagna circondato da strade e macchine in sosta.
Settimana scorsa vedevo ancora l’insalata e le lucertole al sole, oggi ho trovato un Suv parcheggiato di traverso e sacchi di cemento per terra.
Basta un weekend lontano da qui per rendersi conto di come il tempo passi e tutto trasformi.
Il tempo o, più prosaicamente, gli uomini.
Siamo in Brianza, a pochi chilometri e un secolo da Milano, città di cui tutti parlano male senza conoscerla.
Una città che negli ultimi anni ha assistito a una piccola fuga di residenti che, stanchi del vicino cinese rumoroso e dei prezzi assurdi, hanno deciso di trasferirsi in campagna, in quella che un tempo fu “la verde terra” tra Monza e Lecco, abitata da gente semplice che il “Dio denaro” ha trasformato in avidi e spregiudicati costruttori.
La Brianza purtroppo non ha avuto in sorte dalla Natura le preziosissime vigne che difendono le colline delle Langhe dal cemento, né tantomeno i borghi medievali che preservano l’opulento Chianti dalle speculazioni.
Questa terra era un’unica distesa di colline verdi punteggiate di pascoli e di piccoli paesi, abitati da contadini e operai delle vicine industrie tessili, un tempo vanto di questi posti.
Una bella zona, senza particolari eccellenze enogastronomiche o chissà quali meraviglie storiche, ma con alcuni angoli davvero suggestivi.
Un posto perfetto quindi per una delle più grandi speculazioni edilizie dal dopoguerra ad oggi, attuata in nome della parola magica “ristrutturazione”.
E’ grazie a lei infatti che da noi un grazioso casolare dei primi del secolo diventa una palazzina di cemento “con finiture di pregio, doppi box e giardino condominiale” o una semplice casa di paese si trasforma in una posticcia “villa esclusiva con cantina e piscina”, grande il doppio di prima e
completamente avulsa dal territorio circostante.
E’ davvero triste constatare come i brianzoli abbiano ormai cancellato- dal loro già limitato vocabolario- le parole “antico” e “verde”.
Quello che è antico qui non si ripara più, si butta giù direttamente a colpi di ruspa e lo si sostituisce con il nuovo gusto estetico “razional-brianzolo”: una gettata di cemento, quattro o cinque piani minimo, ampia zona parcheggio all’ingresso.
Con tanti cari saluti all’identità storica e urbana di un piccolo paese e al buon gusto architettonico.
Personalmente non ho mai capito se esista un piano regolatore da queste parti.
Si fa un gran parlare degli abusi edilizi e degli “ecomostri” in regioni come la Campania o la Sicilia e poi ci si dimentica di quello che capita a una manciata da chilometri dall’opulenta ed internazionale Milano.
Eppure qualche domanda sorge spontanea: Come si fa ad abbattere una cascina ottocentesca in buono stato e sostituirla con un orrendo e anonimo caseggiato di sette piani?
Come si fa a trasformare le aree verdi non edificabili in un tristissimo campionario di palazzine tutte uguali?
Come mai da queste parti da una settimana all’altra sorgono come funghi nuove residenze dai nomi improbabili ed enormi parcheggi assolati che nemmeno a San Siro li trovi così?
Girare per le stradine di campagna in alta Brianza è come ricevere una pugnalata al cuore ad ogni curva, specialmente per chi come me qui è nato e ha vissuto.
Ci sono posti che ricordo benissimo anche solo 3-4 anni fa, ormai divenuti irriconoscibili.
Piccoli borghi dalle antiche case di ringhiera, con il vecchio macellaio all’angolo e la chiesa in piazza; paesi con una loro storia, evocata dai motti del Ventennio fascista sui muri; paesi-gioiello che sono stati letteralmente sventrati da mostruosi centri commerciali e ridotti a cittadine-dormitorio per ricchi manager con Suv al seguito.
Dicono che ci si renda conto di quello che si aveva solamente quando se ne è andato per sempre, ed è tristemente vero.
In Brianza però nessuno sembra accorgersene.
I Verdi non hanno mai attirato consensi, forse non sono nemmeno esistiti in questi paesi, fedeli da secoli alla Chiesa Cattolica e ai suoi esponenti politici, che, inutile dirlo, hanno avuto e continuano ad avere pesanti interessi economici nelle opere edilizie della zona.
Evidentemente non frega niente a nessuno della tutela naturale e paesaggistica di questi luoghi e si preferisce annacquare ogni dubbio sotto una pioggia di euro e di mattoni.
Ieri sera, di ritorno verso casa dal paese-gioiello di Montevecchia, mentre le colline si accendevano al tramonto, la radio mi ha regalato “Big Yellow Taxi” dei Counting Crows.
Mi sono tornati in mente alcuni luoghi della mia adolescenza che non rivedrò mai più per come erano e mi sono sentito in qualche modo derubato.
E anch’io, come il cantante Adam Duritz, avrei voluto urlare a chi ha “asfaltato il paradiso e ci ha messo un parcheggio” di “lasciarmi almeno gli uccelli nel cielo e le api, per favore!”.
Il video su Youtube
Michele Galbiati
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