di Pippo Cervella
“Stai più avanti, resto io a coprire”. Quando sentii quelle parole, il mio cervello non esitò un attimo a trasmettere alle gambe già stanche l’impulso, senza filtrare con i “perché” ed i “per come” il perentorio invito, come di solito si fa nella vita di tutti i giorni per permettere di produrre effetti più equilibrati possibili agli stimoli proposti. Non c’è freddo e non ci sono storie, quando sei in divisa si è tutti uguali e l’anzianità di servizio è un valore assoluto a cui si concede cieca obbedienza.
L’avversario è lì, ne senti il respiro e ne percepisci gli umori, ma lo stesso vale anche per lui, per cui è una continua ricerca nel dissimulare un’apparenza più forte, più autorevole. La bruma autunnale pre invernale e l’astigmatismo cronico confondono i contorni, senza tuttavia distogliere gli occhi dall’obiettivo che è lì, a portata di mano ma difeso da uomini come te sostanzialmente. Chissà quante piccole storie dietro le loro divise, il cameratismo e la complicità da caserma tradotti in disciplina sul campo di battaglia, e chissà quante miserie dietro quei colori sempre più nitidi man mano che ci si avvicina; chissà quanti bimbi piangenti a casa senza il loro papà, quante mogli e compagne fedeli o fedifraghe o tradite, quanti piccoli scazzi quotidiani senza valore che solo in quel frangente mostrano il loro reale prezzo per essere schiacciati ed annullati dalla solennità dello scontro.
La palla filtra sulla fascia inseguita dal barista arrivato di corsa tra il primo ed il secondo tempo, dopo aver chiuso il locale in fretta e furia e aver probabilmente cacciato in malo modo gli estenuanti ultimi avventori che reclamavano l’ennesimo gingerino o bianchetto della loro serata. Nel suo caracollare impietoso la sfera di cuoio sembra portarsi dietro tutto il peso della partita fin lì disputata, dei calcioni imprecisi, delle svirgolate e delle bestemmie che ne hanno accompagnate i ghirigori. Sembra non farcela più, lei concepita così perfettamente sferica, identica a se stessa da tutti i punti di vista, inequivocabile ma rozzamente interpretata dai 22 soldati presenti sul terreno di gioco, quasi sfiduciata nell’insistere su una zolla per mettere perfidamente in difficoltà un difensore che tenta di rinviarla, come se sapesse che nei piedi che stanno per percuoterla non c’è nobiltà ma solo sfogo represso, dopo una settimana di obbedienza ad una gerarchia maggiore, magari durante il turno di notte.
Seguo l’azione del barista di cui sopra con sguardo interessato ma non troppo, con una sufficiente fiducia, dettata più dal buonismo e dallo sprono appena ricevuto che da una reale convinzione; mi accorgo che c’è un radar dentro di me che mi dice dove andare, a cui non fare domande e da cui non pretendere risposte. Le gambe precedentemente stimolate rallentano il loro moto senza fermarlo, probabilmente perché il cervello recupera parte dell’impulso per trasferirlo alle corde vocali, indi alla lingua, indi alla bocca.
Un “Ci sono” viene modulato distinto, tra la volgarità dell’argilla masticata dai tacchetti e gli sbuffi che disegnano “nimbus congestus” di condensa, e un traversone parte a pelo d’erba mentre le gambe s’arrestano e amplificano i decimi di secondo in eoni: la sensazione è quella già provata in quegli istanti in cui sai di essere al posto giusto nel momento giusto, in cui non puoi fare altro che la cosa esatta, il mallo ed il guscio dell’esistenza sono svaniti senza lasciar altra traccia che un gheriglio perfettamente cerebriforme, assolutamente solo da suggiare, lo sguardo è quello fiero delle dimissioni presentate al capo, della tragedia letta e declamata perfettamente in metrica all’esame di maturità, del borseggiatore preso per il colletto con la refurtiva in mano cento metri dopo aver commesso il misfatto; le ultime scorie d’incertezza vengono spazzate via da una spaccata infruttuosa di un difensore, decisiva nell’impercettibile deviazione che modifica la traiettoria della palla, e dall’angolatura che prende il piede andando ad incocciare di prima intenzione la sfera di cuoio al limite dell’area, orgasmico impatto!
Così è la vita, piccolo uomo smemorato che impazzisci pensando a tutto questo, t’hanno mai detto che gira la fortuna! la voce di Mara Redeghieri, supportata dalla muscolosa chitarra degli Ustmamò, accompagna la corsa esultante verso i compagni.
Così è la vita, la palla è entrata in rete ma non l’ho vista, ci sono un prima ed un dopo netti e una fotografia del durante, ma la rete gonfiata quella no, non era necessario salvare questo file nell’archivio immagini, evidentemente.
Così è la vita, una vittoria impossibile in una partita di infima qualità in un campionato anonimo, utile a dar carburante alle discussioni durante la susseguente sosta al bar del paese e ad andare a dormire con il sorriso sulle labbra, felici per aver realizzato ancora una volta che Così è la vita.
Pippo Cervella

20 minuti di applausi a scena aperta…
#1 Commento vom 28. novembre 2009 um 3:02 pm