giugno 16, 2009
di Ezio Massucco
From Alba to Phoenix (parentesi di decongestione nell’arduo cammino di preparazione al voto)
“Osservazione cinica: il fatto che nel discorso di stamani John McCain abbia a più riprese lamentato una certa «povertà morale» dell’America, una «perdita di pudore» che lui attribuisce «all’assalto incessante di forme di intrattenimento improntate alla violenza, che hanno perduto la bussola morale a favore del profitto» (le metafore di McCain tendono a complicarsi un po’ quand’è su di giri), e ha prodotto una serie di suoni che messi insieme somigliavano davvero un sacco a una proposta di regolamentazione federale di tutte le forme di intrattenimento degli Stati Uniti, che avrebbe come minimo pericolose implicazioni sul piano costituzionale, ebbene, tutto ciò per quelli della Cnn non è di particolare interesse. E nemmeno sono alla ricerca di quell’agghiacciante passaggio del discorso in cui McCain ha dichiarato che il nostro prossimo presidente dovrebbe essere considerato «comandante in capo della guerra alla droga», con facoltà di inviare denaro e (a sentirlo si sarebbe detto) anche l’esercito, se necessario, in quei «Paesi che a quanto pare necessitano di assistenza per controllare le esportazioni di veleni che minacciano i nostri figli». Considerando che il controllo dei mezzi di comunicazione da parte dello Stato è uno dei grandi mali su cui puntiamo il dito quando vogliamo distinguere le democrazie liberali dai regimi repressivi, e che proprio l’aver inviato l’esercito ad «assistere» degli Stati sovrani nei loro affari interni ha cacciato gli Stati Uniti in alcuni dei più grossi casini della seconda metà del secolo scorso, l’impressione è che siano questi passaggi del discorso di McCain le vere «parole di guerra» che un elettorato democratico maturo potrebbe voler sentire al telegiornale. A noi invece non importa, evidentemente, e quindi nemmeno alle televisioni. E’ anzi possibile ipotizzare che una delle ragioni principali per cui così tanti giovani di orientamento indipendente e democratico sono entusiasti di McCain è che i media che seguono la campagna elettorale dedicano un sacco di tempo alla sua pimpante schiettezza e pochissima alle affermazioni destrorse talvolta estremamente spaventose che tale schiettezza lo porta a fare… ma non importa, perché la cosa davvero avvincente qui al tavolo di destra dell’F1 (“Fuffa 1”, il pullman che trasporta i giornalisti accreditati al seguito di John McCain nella campagna per le primarie repubblicane del 2000, così ribattezzato dall’autore, ndr) è ciò che succede alla faccia di McCain sullo schermo del Sony Sx mentre quelli della Cnn sorvolano rapidamente sui dettagli noiosi del discorso. McCain ha i capelli bianchi (prematuro souvenir di Hoa Lo) e le sopracciglia scure, e il cuoio capelluto rosa sotto una cosa che non è esattamente un riporto, e due guance un po’ paffute, e con un normale fast-forward analogico la sua faccia dovrebbe semplicemente sembrare ridicola, semplicemente come qualsiasi altra persona sembra spastica e ridicola in fast-forward. Ma i nastri e le apparecchiature di montaggio della Cnn sono digitali, perciò quel che succede in fast-forward è che le inquadrature in primo piano di John McCain con otto delle strisce della grande bandiera sullo sfondo non accelerano diventando ridicole, ma piuttosto esplodono in una miriade di cubetti e quadratini digitali, e tutti questi pezzi si mescolano forsennatamente sullo schermo e si gonfiano e indietreggiano, e si ricollocano al ritmo frenetico del fast-forward, e l’immagine che ne risulta pare uscita dalla peggiore esperienza con le droghe di tutti i tempi, i cubetti e i riquadri di un cubo di Rubik fisiognomico che volano qua e là e cambiano forma e a volte paiono sul punto di trasformarsi nella faccia di un essere umano ma senza mai risolversi in una faccia, sullo schermo ad alta velocità.”
David Foster Wallace, “Forza, Simba”, in “Considera l’aragosta. E altri saggi”, Einaudi, Torino 2006, traduzione di Matteo Colombo. Per gentile concessione Einaudi e GB.
Ezio Massucco
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ottobre 24, 2008
Per opportuna riflessione: questo è quanto Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica (sic!) e senatore a vita (ri-sic!), è riuscito a dichiarare oggi al Quotidiano Nazionale. Ora, mi dico, se regime dovrà essere, si potrebbe almeno chiedere una serie di contropartite strategiche, come la riduzione a un decoroso silenzio dell’ex gladiatore, oggi dichiaratore di professione (o in alternativa un suo confino, che so, all’Isola dei Famosi, insieme ad Antonio Polito e a un paio di veline).
Comunque:
‘Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornera’ ad insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate Rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle universita’. Quanto alla possibilita’ di usare la forza pubblica espressa dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, Cossiga ha detto: ”Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero ministro dell’Interno”, ha continuato. ”In primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perche’ pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito…”. ”Lasciar fare gli universitari – ha continuato – Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle universita’, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le citta”’. ”Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovra’ sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”, ha affermato Cossiga. ”Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pieta’ e mandarli tutti in ospedale – ha continuato – Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in liberta’, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano”. ”Soprattutto i docenti – ha sottolineato – Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine si’.
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ottobre 13, 2008
E due, da M-L’Unità di oggi:
Decreti.
Napolitano richiama Berlusconi: «Non si governa con i decreti, perché in democrazia è il Parlamento che deve fare le leggi». La conversazione si è svolta nel corso di un cordiale incontro al Quirinale durante il quale Gianni distraeva il Presidente della Repubblica annuendo vistosamente, mentre Berlusconi misurava la stanza a grandi passi, verificava che la scrivania fosse di ciliegio e ordinava nuove tende intonate alla cravatta. Il presidente del Consiglio si è congedato con un decreto che stabilisce che la prossima volta sarà Napolitano a salire a Palazzo Grazioli perché lui e Letta sono stufi di fare tutte quelle scale.
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Copio e condivido da “Affari e Finanza” di oggi. Mi sembra interessante e preoccupante quanto aver appreso nei giorni scorsi che tra i convitati della task force governativa c’era Mediobanca (?!). Oppure che Intesa è insieme advisor e offerente nell’affare Cai. Oppure che abbiamo le Tv occupate (e rilevava tempo addietro Francesco, anche Rcs e Sole embedded), i militari in strada, le veline a Palazzo Chigi, le leggi vergogna, i decreti sicurezza, i decreti anti-prostituzione, Gasparri che della crisi finanziaria riesce a dare la colpa a Prodi… .
“Piccoli Cuccia crescono”
MASSIMO GIANNINI
Per capire cosa sta succedendo nelle gramsciane «casematte» del potere, in queste ore di straordinaria follia sui mercati, due brevi letture quotidiane dei fatti di questa settimana aiutano più di un pensoso saggio di qualche economista neokeynesiano in ansioso bisogno di rivincita. A nessuno può sfuggire la drammatica rilevanza della crisi finanziaria. Ma a nessuno deve sfuggire che, nelle pieghe domestiche dello tsunami planetario piovuto sul «capitalismo terminale», come lo chiama Loretta Napoleoni, si nasconde un «capitalismo embrionale» che la politica ha interesse a far nasce e a far crescere, secondo le sue provenienze e le sue convenienze.
Prima lettura. Dalla copertina di Italia Oggi, venerdì 10 ottobre: «Al Tesoro un nuovo Cuccia». Sotto al titolone, si conferma, carta alla mano, quello che Repubblica aveva anticipato (e temuto) due giorni prima e senza disporre di alcuna carta: nel decreto legge varato dal governo per fronteggiare la crisi finanziaria lo Stato allunga davvero le mani sul sistema creditizio, e Tremonti «sarà il regista delle banche pubbliche». Al Tesoro, cioè, oltre al diritto di esigere l’immediato cambiamento del management, sarà attribuito anche il diritto di veto sulla governance e sul piano industriale degli istituti nei quali lo Stato deciderà di entrare, in ragione del deficit patrimoniale verificato dalla Banca d’Italia. E questo nelle banche ordinarie, nelle popolari e in quelle di credito cooperativo. «Così conclude il giornale chi siede sulla poltrona di ministro dell’Economia «potrà davvero disegnare o ridisegnare la mappa del credito. Un po’ come fece dal pubblico Enrico Cuccia…».
Seconda lettura. Dalla terza pagina del Foglio, giovedì 9 ottobre: «Giulio Cesare a Palazzo». Sotto al titolo del primo editoriale, si racconta di come Geronzi, «banchiere di sistema», si sia seduto nella cabina di salvataggio disegnata dall’apocalittico Tremonti», e di come l’Italia di fronte alla crisi si ritrovi «ad affrontare i perigli con un blocco nuovo, esteso e compatto di capitani guidati dal numero uno di Mediobanca». Compreso Corrado Passera, attraverso l’impegno di Intesa sulla partita Alitalia. E compresa anche Rcs, attraverso le «relazioni consolidate» tessute dal ministro. Risultato: «È il segno di un’ulteriore maturazione e inesorabilità del berlusconismo all’interno dell’establishment». Non c’è altro da aggiungere. Se non una riflessione amara sui destini della nostra democrazia economica, e quindi anche politica.
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settembre 21, 2008
Berselli sarà anche Berselli, ma non è detto che abbia per questo ragione. Anzi, in questo caso più che un’arguta analisi della politica nella “decadente” Italia di oggi, la sua lettura me ne sembra figlia. Discende dallo stesso modello che critica, è lei stessa una spettacolarizzazione della realtà alla fine fuorviante. Per cui, così come le burocrazie di Weber tendono a conservare loro stesse, l’osservatore che analizza i fatti con la lente del costume giustifica la sua stessa esistenza riducendo un problema decisamente concreto alla fumosità della materia che tratta.
A me i nodi sembrano ben altri, ben altri i presupposti delle analisi “rilevanti” del caso Italia. E l’ipotesi di un Governo che costruisce consenso in forza di un “format” mi sembra azzeccato quanto, del problema, l’invertire un particolare con il tutto.
Il nodo – io credo – è che il format di berselliana denuncia esisterà pure, ma sarebbe poco più di un debole e ammorbante afflato nel vento se non fosse potentemente amplificato dai megafoni di un’informazione che vede la parte oggi al governo controllare direttamente e indirettamente qualcosa come cinque delle otto reti televisive nazionali e oltre l’80% del pubblico televisivo di una nazione che, come è noto, legge poco e legge male, visto il nullo livello di indipendenza della generalità delle testate giornalistiche del Paese.
Audience e share delle tv nazionali danno subito la portata della questione.
Nella fascia oraria 18,30-20,30 – quella dei tg serali -, Rai e Mediaset mettono insieme circa l’83% degli ascolti totali in chiaro (Rai 43,46%, Mediaset 39,75%), che, con Sky a pochi milioni di abbonati, sono ancora la quasi totalità dell’ascolto televisivo, quindi la quasi totalità del Paese.
Chi sbeffeggia Emilio Fede ignora che l’edizione serale del suo Tg4 ha una media di 1,5 milioni di spettatori. Grosso modo quanti ne ha Studio Aperto, tanto che bastano i due tg “minori” di Mediaset per eguagliare il pubblico di lettori del principale attore dell’informazione schierata contro il potere berlusconiano: Repubblica, 2,9 milioni grazie alle circa 650mila copie vendute.
Basterebbe già, visto che se andiamo a guardare Tg1 e Tg5 (rispettivamente 7,5 miloni e 7 milioni circa di ascoltatori, sempre nell’edizione della sera) questo improponibile confronto è definitivamente archiviato, e senza appello, come ben sapeva Berlusconi quando occupò Rai Uno con Del Noce e impose Mimum al Tg1 o quando, in caduta di consensi sul finire della legislatura 2001-2006, sostituì il troppo tiepido Mentana con Rossella (cui sarebbe seguito lo stesso Mimun, tornato a casa dopo il compitino in casa Rai: remember Kapo?).
Questo al netto dei quotidiani. Dove i numeri sono ormai meno incisivi, ma dove conta ancora qualcosa l’incidere nell’”agenda setting”, nel meccanismo del fare opinione, del decidere quali temi siano rilevanti nel dibattito pubblico (altrimenti non esisterebbe “Il Foglio”). Anche qui ai più sfugge comunque che, nonostante pianga miseria, Berlusconi tira 200mila copie con Il Giornale (del fratello Paolo) e che oltre allo stesso Foglio di Ferrara (o, meglio, della moglie Veronica) può contare sui favori di Libero (130mila copie), delle testate del Quotidiano Nazionale (Nazione, Giorno e Resto del Carlino assommano complessivamente 330mila copie), sul Giornale di Sicilia (64mila), sulla Gazzetta del Mezzogiorno (55mila). Anche qui un fronte vasto e compatto, quindi, contro il quale, dietro la citata Repubblica, i principali attori sono L’Unità e il Manifesto: che di contro fanno 78mila e 25mila copie al giorno. Pochine, tutto considerato, per pensare di opporsi in modo efficacie a tale fuoco di fila.
Poi ci sono i periodici: Panorama fa 470mila copie (70mila in più dell’Espresso), “Sorrisi” è a 1,5 milioni di copie, solo per citare due testate sulle decine di casa Mondadori. Poi c’è l’editoria (la stessa Mondadori, Einaudi, Piemme, Sperling&Kupfer), il cinema e la distribuzione cinematografica, la radio (Rai in primis) e c’è quella stessa pubblicità che, grazie al tetto di raccolta alla Sipra-Rai, imposto sin dai tempi di Craxi, ha frustrato ogni possibilità di crescita di questa, favorendo il solo competitor presente sul mercato.
Descritta velocemente e imprecisamente, la situazione è questa. Come dire, non serve nessun format, il controllo dei media basta e avanza.
Il petroliere Monti (fondatore della Poligrafici Editoriali, editore delle testate “Quotidiano Nazionale”) descriveva i suoi giornali come “le sue pistole”, come un male necessario (erano sempre in profondo passivo) per muoversi nel complicato mondo della politica. Così Fiat controllava e controlla “La Stampa” ed è stata nel “Corriere della Sera”. La stessa Via Solferino è stata infiltrata dalla P2 e oggi in mano a Mediobanca (dove oggi è riuscito a entrare lo stesso Berlusconi, che ha piazzato la figlia nello stesso Cda in cui siedono Geronzi, Ligresti, Tronchetti, Tarak Ben Ammar, Bernheim, Benetton, l’Unicredit, l’amico e socio Doris, Bolloré, Palenzona, Pesenti…). Il “Sole” è di Confindustria, Il “Secolo XIX” è nato con gli Ansaldo, “Il Messaggero” (insieme al Mattino di Napoli) è in mano ai Caltagirone, che lo acquisirono dai Ferruzzi, Telecom possiede l’agenzia ApCom. Si potrebbe continuare.
Il format di cui parla Berselli mi sembra elemento né centrale, né nuovo. Sono una novità il populismo e la propaganda? La breve stagione del People’s Party americano data al 1890 (tra l’anno l’anno dello Sherman Act, la legge antitrust degli Usa, che ha preceduto giusto di un secolo quella italiana) il fascismo italiano al 1919, il nazionalsocialismo tedesco al 1932, tralasciando altre decine di esempi in altrettanti regimi dittatoriali che in tutto il mondo ebbero da questa facile deriva del confronto politico una decisiva impronta, e nella propaganda lo strumento per suggellarne la presa in termini di consenso. Mussolini istituì il Minculpop e l’Istituto Luce e questo produceva – un po’ come “Porta a Porta” oggi – documentari che ritraevano il mascellone a mietere il grano, bonificare le Paludi Pontine o a giocare a pallone con la figlia a Villa Torlonia. Il Reich aveva Goebbels e la propaganda, la “menzogna ripetuta” e il controllo totale della stampa e dell’informazione. Il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli aveva quale mira prioritaria il controllo dell’informazione. Centrale, allora, è il sistema dei media. Una democrazia che voglia dirsi compiuta dovrebbe puntare a una pluralità degli attori dell’informazione la più vasta possibile. L’Italia si è concessa il lusso di un oligopolio ristretto che da tempo tende al monopolio. Così non fosse, di Mimum, Fede, Giordano, Belpietro, Feltri, Vespa, Costanzo, Gasparri, Cicchitto e Bonaiuti conosceremmo a malapena l’esistenza.
In sostanza, nessuno dubita che Berlusconi sia bravo o che goda di grandi abitlità dialettiche e comunicative. E’ invece lecito e logico dubitare del fatto che, in un sistema dell’informazione concorrenziale, pluralistico e quindi non asservito al potere, Berlusconi avrebbe potuto parlare come e quanto ha fatto sere fa a “Porta a Porta”, un monologo mai interrotto e solamente condito da alcuni “spot” sui rifiuti di Napoli o sulle sue gioiose vacanze estive a Villa Torl.., a Villa Certosa.
Ps. Berselli cita il discorso sui “fannulloni” di Brunetta come paradigma del sistema di comunicazione che starebbe assicurando al governo i consensi di cui gode in questo momento. Trovo invece che, semplicemente, Brunetta goda oggi di un consenso derivante dalla condivisione che qualche milione di italiani gli tributa su quella specifica problematica, come riprova il fatto che anche il Pd ne aveva fatto tema del proprio programma elettorale, candidando tra le proprie fila Pietro Ichino. Brunetta, in sostanza, pone una questione attorno alla quale hanno scritto centinaia di pubblicisti e che è entrata persino nei libri di storia (Ginzborg, per citarne un autore non tacciabile di simpatie destrorse) e sulla quale concordano milioni di italiani: ovvero il problema di una pubblica amministrazione che costa molto e ha una produttività storicamente bassa, di un Moloch che è stato per decenni l’anomala (e socialmente ingiusta) via italiana al welfare, oltre che un serbatoio per infinite clientele politiche. Spendiamo per i dipendenti pubblici il 10,7% del Pil e il 24,6% della spesa primaria contro il 6,9% e il 16,9% della Germania (60 miliardi di spesa annua in più, secondo la Cgia di Mestre) e abbiamo servizi generalmente peggiori. Poi chiaro che non occorra generalizzare o colpevolizzare, ma parliamo di un problema cui milioni di italiani guardano scandalizzati da tempo.
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maggio 29, 2008
di Ezio Massucco
Mentre la mia esperienza di redattore sportivo volge ormai al termine (lascerò entro novembre quelle stanze scrostate) devo ammettere che un poco subisco lo sballottamento del mio vagare da una prospettiva (insignificante) ad un’altra (altrettanto insignificante). Il riflesso di questo è cosa evidente, tanto che la migliore rappresantazione del mio stato la do io stesso con le mie giornate. Oggi, però, in un ritrovato accesso di attività, sono andato da Slymerd che mi aveva detto essere in grado di procurarmi i libri per un esame. Con Slymerd si discuteva della nostra natura e di altre cose, mentre il suo cane Rambino ed un numero impressionante di mosche rendevano lo sproloquio più comico di quanto non fosse già.
Viene fuori, tra una cosa e l’altra, che noi si è un branco di dannati droghini.
- Pensi allora che noi si sia, in fondo, un branco di dannati droghini?
- Si che lo penso, certo. Lo credo eccome. Peggio, io credo che di noi la cosa più sconvolgentemente storta, la peggiore insomma, sia la nostra assoluta inconsistenza spirituale. Sì, insomma, credo che noi si stia sciogliendo la nostra dissoluzione morale in qualcosa di più vacuo ancora della dissoluzione morale stessa.
- Non credi che in fondo la nostra possa essere invece una sorta di tensione civile verso l’emarginazione sociale, non credi che si stia in fondo rifiutando un modello sociale che ci sta stretto, o qualcosa del genere?
- Beh, non è del tutto sbagliato. Io però, per conto mio, devo dire che non ho nessuna voglia di fare un cazzo di niente.
Si instaurò quello che si potrebbe definire come una sorta di silenzio. Una mosca ronzava vicino al lampadario, io guardavo la tv dove viaggiava il canale musicale con su i video degli Afterhours. Slymerd guardò prima la mosca e poi abbassò gli occhi sulle mani che teneva in grembo, sotto il tavolo e fuori dalla mia visuale. Pensai al significato possibile dell’incantarsi a guardarsi le mani, ma si stava decidendo delle nostre esistenze e mi concentrai su un uomo con la testa di cavallo che stava passando in un video del canale musicale. Poi mi convinsi che fosse piuttosto normale che lui si rifugiasse in un atteggiamento di disagio, non so perchè, e mi versai un poco di succo d’ananas.
- Slymerd, vedi. Che noi si subisca, in una forma che ha del subliminale e quindi del subdolo, il peggiore dei riflessi di un sistema è palese. Che questo sistema faccia, oggi, alle soglie di un nuovo millennio, dell’ingiustizia sociale la propria base costitutiva, nonchè la propria migliore caratterizzazione, è cosa a noi ormai ancora più nota.
- A cosa pensi allora.
- E’ molto semplice. Io sono arrivato, dopo una lunga e travagliata meditazione, a capire che l’unico modo, l’unica via per affrancare noi stessi ed il mondo da questa infamia sia…
- Sia…
- Non lo so… . L’ho perso. E che cazzo vuoi che sappia io della soluzione ai problemi del mondo: siamo dei dannati droghini, dei droghini emarginati, l’hai detto tu. Si potrebbe pensare ad una rivoluzione sociale, al sovvertimento dell’attuale assetto capitalistico-finanziario, ma bisogna valutare tutto. La dimensione del nemico è notevole, si tratta di un qualcosa di più di un sistema monarchico o di un totalitarismo da Terzo Mondo. Parliamo di multinazionali, televisioni, industrie dei detersivi. Se a mia madre togliessimo i prodotti per la casa non sarebbe più lei, ci sarebbero conseguenze inimmaginabili. E grossi pesi sulle nostre fragili coscienze. Io, piuttosto, sono più per un’azione di emarginazione coatta dei cocainomani che, con la loro droga d’elite, sono la feccia di tutti i droghini.
- Calma Slymerd, stiamo calmi. Ti stai sbagliando di grosso su di loro. Di’ quello che ti pare ma non puoi negare che loro abbiano dimostrato ciò che a noi non era mai riuscito. Loro hanno provato al mondo la compatibilità dello sballo con un modello sociale, ancora il modello capitalista-finanziario. Vuoi forse negare che, ammesso che la forza del modello economico italiano sta nella piccola impresa, la sua salvezza dall’attacco dello scazzo da ricambio generazionale, lo si debba all’azione della cocaina? Gli industriali italiani hanno un grosso debito morale con i pusher d’alto bordo. Un’intera economia è stata salvata da pipponi di coca.
- Sarà.
- Sarà sì, sarà. Guardati attorno..
Sul guardati attorno, compresi che stavo arrivando a quello che può dirsi un pensiero compiuto, con tanto di tesi iniziale, suffragazione con argomenti e celia perdurante. Fui avvolto da un senso di stanchezza improvviso e terribile e fui, al tempo stesso, molto deluso di me stesso. Che leggerezza, che moto infantile il mio. Slymerd intanto si era già liberato del nostro argomentare e fumava una delle mie sigarette, dopo averla accessa di storto e averci soffiato sopra per riprenderla.
Intanto, nervosamente, si alzava di continuo e controllava non so cosa alla finestra. Nel cortile della piccola casa, il cane Rambino, riposava in un’angolo. Sulla copertina di un libro, appoggiato su di una mensola bassa nell’angusta cucina, l’iscrizione “Shotgun Wedding”.
Ezio Massucco
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