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settembre 11, 2009

A la Izquierda

di Francesco Bogliacino

Realizzai questa intervista il 30 Aprile del 2009, passai la notte del primo maggio a sbobinare. Ne nacque un lungo converstaorio di 10 cartelle, da cui ho estratto un articolo che mandai a un quotidiano italiano il 1 Maggio. Su mia ripetuta insistenza (in fondo avevo rischiato una pallottola in testa) ho ricevuto una risposta alla fine di Luglio. “Bello l’articolo ma ormai è passato troppo tempo”. Si, se ve lo state chiedendo ho pensato proprio quella parola. Lo pubblico qui da Marco nel suo blog che è ormai peggio del mio (ed è tutto dire), con grande ammirazione e rispetto per la stampa italiana.
(F.B.)

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Quindici anni fa, la Corriente de Renovación Socialista, scissione del tuttora esistente Ejercito de Liberación Nacional (ELN), decise di consegnare le armi e diventare un partito politico, considerando chiusa la fase della lotta armata. Quando si parla di guerriglia in Colombia si fa riferimento quasi esclusivamente alle FARC, ma gli attori del conflitto armato furono molteplici. La questione campesina spinse alla formazione di gruppi armati sin dagli anni cinquanta, anche se allora la matrice marxista era assente e i riferimenti politici affondavano piuttosto nel Partito Liberale (uno dei due partiti storici colombiani insieme al Conservatore). L’ELN fu il gruppo più sui generis, sia come radici teoriche sia come esperienza organizzativa. Fernando Hernandez, l’ex comandante Yacinto dell’ELN e dirigente della CRS, emigrò in Spagna per scappare alla persecuzione paramilitare. Torna in Colombia dopo XV anni per partecipare alla commemorazione, ritrovandosi con i vecchi compagni in un clima di pessimismo per il futuro e sconcerto per l’attuale fase politica del paese

Nelle contestualizzazioni tipiche, l’ELN viene presentato come un intreccio di guevarismo e Teologia della Liberazione, con alcune influenze maoiste. Come si intrecciavano queste radici teoriche a formare il bagaglio ideologico?

Se guardiamo alla guerriglia degli anni Sessanta dobbiamo considerare almeno 5 filoni, tutti con il medesimo schema, partito-esercito-fronte.
É in questo contesto che nasce l’ELN, nel 1964, espressione di gruppi operaisti, studenteschi, cristiani, urbani, in un paese ancora molto rurale. Appare come una proposta di guerriglia – di un movimento politico militare come lo chiamavamo noi – differenziato innanzitutto per la linea internazionale: c’era chi stava con l’Unione Sovietica e chi con i Maoisti, noi cercavamo qualcosa di più prossimo a noi guardando alla Rivoluzione Cubana. L’eroismo del Che era il modello, anche per la guerriglia, ma nel caso colombiano avvenne qualcosa di più interessante, quando apparve Camilo (Torres, ndr), che fu un precursore di fatto della Teologia della Liberazione. Nella pratica, si da una sintesi tra settori della guerriglia campesina, facenti capo all’esperienza degli anni Cinquanta, e settori cristiani radicali radicalizzati da Camilo. La organizzazione dell’ELN era differente dagli altri gruppi, non Partito-Esercito-Fronte, ma riunisce in un unicuum partito ed esercito

Com’erano le relazioni tra i gruppi guerriglieri?

Le linee politiche erano molto radicali oltre che prodotto di scissioni. Per questo ci furono morti e scontri violenti.

Quando incominciò l’affare-droga, come forma di finanziamento?

Tutto il movimento degli anni Sessanta si crea in assenza di droga. Il traffico iniziò nel decennio seguente, prima con la marijuana, poi con la coca. La base sociale della guerriglia inizia a dipendere economicamente da quella produzione, in una fase in cui il movimento armato agiva da Stato in zone isolate del paese, garantendo l’ordine e organizzando il mercato, in una relativa scarsità di canali di comunicazione. Il dubbio diventa se proibirla o gestirla, magari favorendo nel processo di commercializzazione il campesino.
Quando si sviluppano i gruppi del narcotraffico, l’opzione è l’alleanza o lo scontro armato e si osservarono entrambi. In molti casi la corruzione dilaga tra le fila del movimento, a livello di base e di dirigenza, soprattutto con l’esplosione dell’affare-coca.

Altro punto cruciale è il sequestro. I movimenti antisistema odierni sembrano puntare ad una strategia di tipo comunicativo, dai Neozapatisti al MEND, e il sequestromette in una posizione scomoda rispetto all’opinione pubblica. Cosa portò allora a questa forma di finanziamento: incapacità strategica, necessità economica, ideologia?

Inizialmente fu necessità economica, che si giustificava come un recupero di denaro, una sorta di restituzione di ciò che il rapito stava rubando alla popolazione. In un Paese tanto grande come la Colombia, in cui nascono tutta una serie di movimenti guerriglieri autonomi, e poi gruppi di bandoleros, e in seguito di paramilitari, il tema del sequestro inizia a generalizzarsi, perché è un mezzo semplice di ottenere risorse.Si tratta di un processo degenerativo della guerriglia, è evidente.
Un’altra giustificazione era la risposta simmetrica alla sparizione forzate da parte dell’esercito: Un harakiri per la guerriglia.

Facciamo un passo indietro. Tu come entrasti nel movimento?

Io entrai per il lato dei cristiani, negli anni Settanta. Erano gli anni sessanta, iniziava l’esperienza guerrigliera nel 64-65, c’era stata la Rivoluzione Cubana, e io decisi di entrare in seminario. Erano gli anni di Camilo Torres, che muore nel ‘66 e della radicalizzazione del discorso cristiano da parte della Teologia della Liberazione.
Abbandono una città piccola come Manizales, mi sposto a Medellin, nel 1971 ed entro all’università di Antioquia in un momento in cui il movimento universitario era vibrante. Così mi vincolo spontaneamente alla guerriglia che per me era più naturale, quella cristiana.

Hai vissuto nella selva?

Si certo, mesi interi. Ma il mio impegno era più vincolato al lavoro urbano, alla questione ideologica e internazionale, all’educazione dei quadri. Sono stato il comandante di quell’area dell’ELN che dialogava con il Movimento Internazionale; per via dei contatti con sandinisti, trotzikisti, movimenti europei vedevo le cose in maniera diversa dall’area campesina che stava sulle montagne, che si muoveva con i ritmi del raccolto. Fu così che iniziò il dibattito-scontro interno tra le due aree, quella urbana e quella campesina.

Le decisione di consegnare le armi come nacque?

Fu una nostra riflessione, come parte del gruppo dirigente, su come erano cambiate le condizioni nazionali e internazionali; un ripensamento dell’alternativa socialista di fronte alla crisi del Socialismo Reale, come stava avvenendo con la Perestoijka e a Cuba. La vittoria degli USA nella guerra fredda determina un cambio di forze a livello internazionale e la prima conclusione era la messa in discussione della proposta socialista. In un documento ufficiale arrivammo a dire che la proposta esistente non poteva essere quella socialista (reale, ndr) e che quindi andasse riformulata.

Perché decidesti di emigrare in Spagna?

Scappai. Firmammo un accordo nel 1994, consegnammo le armi e passammo alla vita politica. Ma eravamo gente che veniva dalla guerriglia, quindi non meritevoli di fiducia da parte dell’oligarchia. Per questo da sempre nella storia colombiana coloro che uscirono dall’illegalità furono uccisi. Con me provarono due volte, fortunatamente la mia scorta rispose bene, ma ammazzarono molti dei nostri. Abbiamo consegnato le armi in 750 e ce ne hanno ammazzati quasi 250. Questo paese è così: la violenza da parte dello Stato è impressionante. Io scappai per salvare la pelle, grazie ad Amnesty International.

Che cosa rappresentò per te il ritorno a commemorare la consegna delle armi dopo 15 anni, in un paese dove il consenso per il progetto uribista è evidentemente molto grande?

Credo che ora ci siano le condizioni per ripensare una alternativa, con il movimento femminista, quello ambientalista eccetera, ma in quella fase, la strategia rivoluzionaria, di tipo cubano o sovietico, fu un fallimento strategico.
Fu una sconfitta, che però obbliga ad una riflessione sulla traiettoria Dopo questi primi 15 anni si intravedono alcune direzioni: l’importanza del riconoscimento dell’impegno sociale, il problema di genere, il problema ambientale, la ricostruzione comunitaria, la rifondazione della politica -come dicono i Neozapatisti- da sinistra e dal basso. Sono come piccole intuizioni che ci dicono da dove ripartire, Sicuramente, la risposta non sta nelle armi.

Si dice che siamo di fronte alla mancanza di una alternativa concreta, come il Socialismo Reale, ma abbiamo tutta una serie di piccole iniziative. L’impressione un po’ cinica è che non si arriva mai ad una sintesi: non sarà che è tutta una illusione e semplicemente non si può costruire una alternativa perché questa non esiste?

Credo che l’insegnamento del nostro passato è la necessità di de-ideologizzare l’alternativa: abbandonare l’idea di una ideologia totalizzante, soprattutto di tipo destrorso come la fine della storia. Siamo nella storia, bisogna costruire alternative. Queste piccole esperienze locali stanno articolando un’alternativa, che riconosca la prospettiva di genere, che riconcili con l’ambiente. Non dobbiamo costruire una nuova prospettiva totalizzante, perché da lì veniamo. Inoltre c’è il nuovo internazionalismo dei movimenti, reso possibile dalla globalizzazione. Bisogna articolare una proposta evitando il rischio di costruire un’ideologia, ma non possiamo abbandonare la politica.

Francesco Bogliacino

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giugno 4, 2009

and you are walking your way from the ground on down…

di Francesco Bogliacino

Quello che scriverò qui di seguito non è un’analisi, ma un’accozzaglia di ricordi. Tutto va letto di conseguenza. Vietato offendersi perchè non mi interessa portare avanti nessuna argomentazione.

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Io la politica l’ho sempre amata, intendendo più o meno l’attenzione partecipata a questioni che hanno a che fare con lo spazio pubblico e le decisioni che vengono prese da chi gestisce il potere. È una definizione del kazzo, lo so, ma non me ne venivano di migliori, non a quest’ora del mattino. Alla fine, tuttavia, ho sempre fatto fatica a capire se valesse la pena votare, e in caso affermativo, a chi regalare una crocetta.

Il mio problema è sempre stato legato a una contraddizione di fondo: ho sempre preso tutto troppo sul serio e allo stesso tempo sono una persona devastata dal dubbio. La prima implica voglia di partigianeria e estremismo sempre e comunque – oltre a grossi problemi nelle relazioni interpersonali quando si hanno 15 anni e si ragiona con una cintura di ormoni attorno al capo – la seconda il mettersi sempre e comunque in discussione, cambiando idea e rovesciando categorie. La mia inutile e breve esistenza è una rassegna di impegni full resources in idee che non hanno mai passato il test della quarta domanda. Ci credete? cresciuto in una famiglia di destra e molto cattolica, con un fratello molto amato e che fino ai 24 non conosceva se non spigoli e bianco/nero – non ringrazierò mai abbastanza il servizio militare per avergli insegnato il concetto di sfumatura e di smoothness – io avevo preso super sul serio anche la mia educazione religiosa. In quel caso non è mai arrivata alla seconda, di domanda…

La politica non fa per me, senza dubbio. È che in politica bisogna vendere certezze. Bisogna avere risposte, non domande. Bisogna credere in un posto, non volerlo continuamente cambiare. I processi decisionali sono meccanismi complicati dove le priorità si stabiliscono con criteri del tutto arbitrari, che violano non tanto l’etica (i discorsi morali mi hanno sempre affascinato tanto quanto il dibattito teologico “l’incubo si riproduce o prende in prestito il seme dall’uomo che lo ospita?”, in base al quale i cattolici si sono sbranati per anni), piuttosto direi la banale logica.

Stamattina è morta un’avvocatessa di 28 annni a Medellin. Ieri due bambini di 16 e 11 anni si sono recati nel suo studio nel centro armati fino ai denti. Hanno minacciato il custode, hanno bussato alla sua porta e l’hanno freddata con quattro colpi. Poi sono scappati, hanno ferito ad un occhio un passante che cercava di bloccarli e sono stati poi fermati dalla polizia. La signora era incinta di 8 mesi e mezzo, fortunatamente il bebè si salverà.

Le armi dei due giovani sicari

Le armi dei due giovani sicari

Che c’entra? niente, direte voi, ma a me piace pormi domande. Certo ieri ero in centro a quell’ora, vagavo come un anima in pena dopo essermi visto il film Bamako. Ero preda della nostalgia dell’Africa e passeggiare tra ladri e puttane mi rasserena. Ad undici anni uno non si procura una pìstola con il silenziatore per organizzare un attentato. Sono sicari contrattati dai gruppi armati, sicuramente vengono da Barrios iperpoveri, sfruttati perchè manipolabili, sacrificabili e non perseguibili. Il più piccolo non può affrontare nemmeno un processo. Non sono per nulla stupito che questo accada, non in Colombia, men che meno a Medellin. Quello che mi domando è: esiste un problema di sicurezza? Si. La gente sta barricata in casa? No.

Ora confrontiamo con quello che succede in Italia. Esiste un problema di sicurezza? Certo, si chiama Mafia. Qualcuno se ne preoccupa? No. In compenso abbiamo schiere di politici che soffiano sul fuoco del razzismo nel nome delle paure dei vecchi. In che senso dei vecchi? Nel senso che è il tipico modo diffidente di affrontare il diverso che hanno le persone anziane e caratterizza un paese declinante e con parabola demografica discendente. Vi faccio un esempio: quando andai in Africa per la prima volta, la mia amata nonnina – che non farebbe del male nemmeno alla mosca più stronza che l’evoluzione riuscisse evntualmente a produrre – mi disse “Vai tra quelli tutti neri con i palmi bianchi? Guarda di non dare troppa confidenza!”. Io non cercai di capire che l’età poteva spingere a giudizi non ponderati, la presi con calma e le dissi semplicemente, con una circonlocuzione moderata, che stava dicendo una puttanata. Poi ritornai sull’argomento al mio arrivo, condii con qualche foto e lei capì.

Non so se è più chiaro ora, ma il punto è semplicemente che il buon senso non è molte volte politicamente spendibile e la logica non sembra essere un buon criterio per rintracciare i problemi. Non me ne vogliano i Giovani per Alba, ma questa mattina pensavo proprio a loro. Hanno tra i 18 e i 30 anni, vivono nelle Langhe e propongono “i corsi di autodifesa?”. Ma come? -dico io – ci ho messo tre minuti su Internet per capire che non esiste nessun problema sicurezza ad Alba.

Bogliacino secondo (a me capita un po’ come a Montalbano) mi segnala immediatamente: di che ti stupisci? Usa una banale logica economica, pensa a un modello di competizione elettorale. Soffiare sul fuoco raccatta voti al centro, dove in Italia abbiamo una massa critica di fifoni baciapile che sognano la pensione. Lo so – risponde Bogliacino primo – ma questo è un racconto, non un’analisi.

Epilogo.

Il mio primo viaggio lo feci a 14 anni, in Irlanda. Era il 1994, da qualcuno enfaticamente ribattezzato il secondo anno del punk. La storia ritorna sempre due volte, la seconda in farsa: a me non toccò il 1977 con i Sex Pistols (e Mas Colell che in un anno metteva quattro Econometrica, tre JET e alcune pubblicazioni minori-si-fa-per-dire), toccò il 1994 con gli Offrsping che cantavano “I am not a geek, I am just a sucker with no self esteem”. A quattrodici anni mi ubriacai di Guinnes in un pub sulle Isole Aran (lì se ne fottevano dell’età). Iniziai a pensare che forse la politica non era tutto. Mi sembrava che fosse il posto più bello del mondo per vivere e pensai che l’Italia non mi avrebbe mai offerto nulla di simile.

Adesso vivo a Medellin, continuo ad adorare la Guinnes anche se qui non si trova. Anni di esperienza mi rendono praticamente impossibile ubriacarmi di birra senza prima esplodere e pisciare 8 milioni di volte. Di tornare in Italia non ho voglia, non so dove sia il posto più bello del mondo ma sogno di svegliarmi a Salvador de Bahia. La Politica? Quella ormai mi fa sempre più vomitare…

Francesco Bogliacino

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febbraio 28, 2009

El Che

Il Parque del Poblado è un angolo autentico nel quartiere più fighetto di Medellin. A un paio di isolati dal Parque Lleras, suprema finzione del divertimento, potete incontrare gente che kazzeggia e si ubriaca tra localini impropri (tutti rigorosamente con le grate, ricordo dei tempi di Pablo Escobar) e l’ammucchiata di vetturine gialle dei taxi e di venditori di comida rápida. Se attraversate la strada vi trovate El Che, ristorante argentino da 38 anni.

Il locale regala un’atmosfera di casa, luce bassa ma non soffusa, tavoli con tovaglie a quadri rossi, come nelle taverne e un’incredibile pulizia. La mesa nel patio, poi è un angolo di verde che vi permette di mangiare a lume di candela e chiacchierare con le signore della cucina, che tramite una finestra sporge appunto sul cortile.

Scordatevi le cazzate: qui si mangia carne. Come tradizione vuole si inizia con una insalata a buffet (squisite le melanzane) per poi sbafarsi una bomba di Churrasco grossa come un vassoio.

La carne viene su un piatto caldo che te la conserva al punto giusto per tutto il tempo che vuoi, e la si può insaporire con una cipolla saltata e aromatizzata (meravigliosa) o chimichurri con le erbe.

La carta dei vini è scarna, ma questo per me sta diventando un merito (odio sia le manie commerciali sia le puttanate aristocratiche sul vino): io ci ho bevuto un Gato Negro cileno che ha fatto il suo porco dovere.

Chiudete in bellezza con Pastel de Manzana. Nulla di elaborato, ma un dolce semplice e buono. Nella terra dove il dessert decente è un miraggio, gli troverete tutti i sapori del mondo.

Dimenticavo: 20 euro tutto compreso…

Voto: 8/10

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febbraio 10, 2009

L’eterno ritorno dell’identico…

Cosa rimane dunque della gazzarra degli ultimi giorni. Un leggero senso di nausea, cui in realtà il dibattito sui temi eticamente sensibili ci ha ormai abituato e, per quanto mi riguarda, la constatazione di una certa italica riluttanza al pensiero analitico.

Due cose due le voglio dire, perchè se mi ritrovassi a discutere delle prossime Eluane, dei prossimi Welby, delle prossime leggi 40, credo di non reggere ancora a queste strategie capziose basate sul terrorismo psicologico.

1) Il piano inclinato è una stupidaggine. Chiamo in questo modo l’argomento in base al quale se i laici vincono una battaglia sui temi etici ci ritroveremo in un paio di anni in una societá dove la gente compra i bambini al supermercato, stupra adolescenti per strada o squarta disabili.

L’argomento è evidentemente proposto per puro e semplice artificio retorico, ma visto che viene ripetuto alla nausea e rimane il trigger fondamentale con cui i giornali e le tv cercano il tono allarmistico che tanto fa vendere, tanto vale esaminarlo.

Le uniche possibili ragioni per cui ;argomento potrebbe reggersi sono: a) c’è il rischio che la giurisprudenza evolva di per sé estendendo criteri eticamnete sensibili al di là del dettato della legge; b) la gente è idiota e manipolata ad arte ed ha bisogno di qualcuno che decida per lei, meglio se risiedente oltretevere per via di una infallibilità che lui stesso ha deciso di avere.

Bene a) é un non-sense giuridico, innanzitutto perché il nostro sistema impedisce le interpretazioni per analogia in materie con risvolti penali, in secondo luogo perchè essendo il nostro un sistema di civil law prevale il dettato della legge e le sentenze non hanno un portato legislativo, come accade nei sistemi anglosassoni (prova ne sia che in questi gioni si è vissuto un caso opposto a quello di Eluana).
b) é una proposizione non falsificabile che non vale la pena di discutere. Se questo è il fondamento del pensiero clericale (e in certi sicuramente lo è) allora tanto vale dire le cose come stanno, volete uno stato etico punto e basta.

Se non che esiste un dato storico inconfutabile: le sconcezze dei regimi totalitari sono sempre e comunque avvenuti in stati etici (intendo quei regimi che impongo la verità di stato sulla base di una qualche ideologia in senso arendtiano). I regimi di governo liberale hanno a volte permesso l’ascesa “democratica” di forze che hanno sconvolto la forma dello stato, degenerandola (vedi il caso Weimar), ma questo é da imputare semplicemente alla manipolabilità dei sistemi elettorali (Teorema di impossibilità di Arrow e di Gibbard-Satterwhaite) e al limite al ruolo che può giocare  l’uso degli strumenti di comunicazione di massa. Naturalmente è sempre possibile che in un sistema democratico venga fuori un coglione che vuole sterilizzare tutti i disabili o i malati (successe nella prima metá del 900 in molti paesi occidentali), MA LA LIBERTA’ DEGLI INDIVIDUI RIMANE IL PRIMO E FONDAMENTALE CONTROLLO CONTRO QUESTI MECCANISMI. In uno stato etico le cose sono peggiori perchè il limite della volontà individuale NON C’E’ PIU’.

Chi suggerisce malizionse allusioni al nazismo dovrebbe rivedersi bene in quali paesi succedettero le sconcezze che denuncia, tipo che so:

- il commercio di bambini nel cattolicissimo Cile di Pinochet (che il buon GPII aveva allegramente accolto tra le sue braccia, premura negata per decenni alle madri di plaza de Mayo) o nell’Argentina di Videla (quello dove il buon nunzio Pio Laghi giocava a tennis con i torturatori dell’esercito). Bambini sottratti alle persone che venivano fatte sparire o lanciate senza paracadute dall’aereo.

- l’impunità garantita ai pedofili nella teocrazia dello Stato Vaticano.

Esempi ce ne sono a iosa, la Chiesa ha i suoi bei scheletri nell’armadio.

Il punto chiave, tuttavia, è ancora un altro: con la logica del piano inclinato non si interviene in nessuna materia: uno potrebbe infatti ribaltare totalmente il discorso e dire “se uno non ha la capacità di decidere liberamente del proprio corpo, allora non ha la capacità di decidere su materie che abbiano conseguenze rilevanti sul corpo medesimo” la cui conseguenza è che per esempio cose come l’allocazione del proprio lavoro lo decide lo Stato (Unione Sovietica) oppure il padrone delle terre  su cui quel lavoro si svolge (servitú della gleba). Argomenti del tutto assurdi, ma assolutamente in linea con ciò che mi tocca ogni vlta ascoltare.

2) Il nazismo l’eugenetica e l’eutanasia. Questo argomento è profondamente insultante e si commenta da solo.

Innanzitutto l’eugenetica non è una proposta di nessuno, inoltre l’idea del bimbo che si compra con le caratteristiche che ci piacciono non è scientificamente possibile (non si possono controllare le combinazioni genetiche a quel dettaglio). Ripeto, che io sappia l’unico caso di mercato dei bambini è quello argentino e non c’era proprio nulla di liberale in quello stato. Assumendo per assurdo che ciò sia possibile, allora la risposta dovrebbe essere una buona sanità pubblica e una sana e robusta regolamentazione in ambito sanitario. Non la cancellazione della ricerca scientifica, sullla base di vacue disquisizioni teologiche.

In secondo luogo il parallelo nazista con l’eutanasia trascura un particolare fondamentale: il progetto Aktion-T4 si basava su di una decisione dello Stato su chi era opportuno eliminare. Faccio notare che infatti una delle deliberazioni di Norimberga,derivata come implicazione della condanna di quei programmi di eutanasia, era che somministrare trattamenti medici di qualsivoglia tipo senza la volontà del paziente era un aberrazione e un crimine. Più chiaro di così…

Qui NON stiamo discutendo di questo: stiamo discutendo di una libera ed esplicita volontà dichiarata. Permette ai cattolici di comportarsi come a loro pare, permette a me di fare altrettanto. Ciascuno dei due si assumerà le conseguenze delle proprie scelte.

Lo ripeto per l’ultima volta (inutilmente perchè non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire). La sentenza Eluana ha preteso accertare la volontà della donna, NON quella del padre. Voi clericali state facendo un processo alle intenzioni, dicendo che il padre voleva togliersela dalle palle. Liberissimi, ma l’onus probandi è a vostro carico, se non avete elementi materiali a supporto rimane il dato oggettivo che è la sentenza. La quale sentenza non dice “leviamoci dai coglioni sta malata”, dice “esiste un quadro che permette di ricostruire la volontà della donna di non venire alimentata a forza”. Il fatto che sia venuta dopo sentenze contrarie è una normale conseguenza dell’avere tre gradi di giudizio; questa é la definitiva ed é quella che conta.

Se temiamo la profonda ingiustizia del sistema penale, l’unica risposta logicamente ineccepibile è la difesa della libertà della persona e un congiunto di diritti affermati nella norma fondamentale che é la costituzione. Solo questa elimina ab initio possibilità come le leggi razziali o altre aberrazioni giuridiche. Solo l’estensione dei diritti fa si che il cittadino non sia schiacciato da forze esterne.

So già che ho speso inutilmente un’ora della mia vita nello scrivere al vento queste parole.

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ottobre 5, 2008

E che kazzo…

… finalmente un po’ di sana meritocrazia

Excuse Mr, but I have seen enough, direbbe Ben Harper. Mai come ora ho sognato la vittoria di Obama, giusto per avere la sensazione, una volta toccato il fondo, di non avere iniziato a scavare…

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settembre 24, 2008

Libera Nos a PD

Solo alcuni brevi commenti su di un articolo di Morando di oggi, apparso sul Foglio (garanzia di minchiate).

Non mi dilungo sulla crisi finanziaria, io a differenza di tutti i signori che blaterano sui giornali nostrani, la sto studiando, SE ne uscirà qualcosa, saprete. Nè raccolgo la solita tiritera contro la matematica in economia: e studiatela sta benedetta matematica, piantatela lì di rodere di invidia.

Mi limito solo a circostanziate osservazioni su cosa sta dicendo questo signore. Spero che questo sia la conferma definitiva che questi signori del PD sono la vergogna nazionale e che prima ci si sbarazzerà di questo branco di pecore a-pensanti, prima forse si potrà immaginare di parlare di politica a sinistra (la destra non la cito per tre motivi: a) sono di sinistra, b) del mercatismo di tremonti non c’è nulla da dire che non sfoci nell’insulto personale, c) la sinistra di oggi, quella del PD, prende a larghe mani dalla destra, ergo…).

Prima kazzata: la crisi è figlia di Volcker e Reagan. Completamente sbagliato: da una parte abbiamo una trasformazione tecnologica e una istituzionale fondamentali, ovvero l’affermarsi del nuovo paradigma tecnologico dell’Information and Communication Technology e la creazione di un mercato finanziario globale. Senza di esse, non ci sarebbero state le basi; tuttavia, globalizzazione e cambio tecnico non sono affatto un male, il problema è l’eventuale deriva del sistema, dove si è creato il tarlo. Bene, carissimo, il tarlo è determinato dalla troppa moneta: senza il mare della liquidità dei tassi-bassi-per-sempre dell’osannatissimo Greenspan, tutto questo non sarebbe successo. L’ho già detto in un post sul mio Blog,.

Seconda kazzata: si dimostra che le certezze dell’economia non la rendono una scienza naturale. Si dimostra un fico secco. Il fatto che la politica decida di fare certe cose non implica che siano corrette, nel Paese di CAI e Alitalia un po’ più di prudenza non guasterebbe!

Terza kazzata: il liberismo della Tatcher e di Reagan. Calma ragazzi: palla al centro. Reagan mise i dazi contro le importazioni tessili e fece esplodere la spesa pubblica. Le tasse si tagliano quando si riduce la spesa, altrimenti si spostano flussi di prelievo nel tempo, non si riduce nessuna pressione. Possibile che sia così difficle capirlo. Quando è che questi mi fanno il favore di leggersi Foucault? Il neoliberismo è una tecnica di governo, che utilizza l’economia come sistema di validazione, la regolamentazione non diminuisce, cambia. Quanto alla Tatcher, se ne andò lasciando aliquote marginali del 90 e cadde su di una tassa, what are we talking about?

Quarta kazzata: regolamentazione e fine dei rischi. Nessuno ha mai detto che il rischio si può azzerare, imbecille. Il punto è che mentre il rischio del mercato nel suo complesso te lo tieni sul groppone perchè lì deve stare, il rischio individuale si può eliminare tramite la costruzione di portafogli che diversifichino opportunamente. Questa crisi, infatti, grandissimo idiota, non dimostra che la diversificazione non serve perchè come dici tu, la parcellizzazione non è servita, ANZI DIMOSTRA IL CONTRARIO. Il problema nasce, infatti, dall’eccessiva concentrazione di asset tossici in pochi punti del sistema. Questi stavano facendo una valanga di soldi e si sono caricati di troppi rischi e quando c’è stato il patatrac si sono ritrovati con tutta la merda dentro il bilancio.

Quinta kazzata: W la regole. Non ci stai capendo nulla, ma per errore stavi quasi per dire qualcosa di intelligente. Ovvio che la regolamentazione sui mercati over the counter non c’è ed ovvio che bisogna mettercela. Qui, però il problema è che la regolamentazione sui mercati finanziari, quando c’è NON FUNZIONA! Le ragioni che adduco, prima di ulteriori ed eventuali aggiunte (sto studiando di notte, di giorno non ho tempo), sono tre:

a) il regolatore è catturato, lo hanno ribadito tutti, basta vedere da dove questa gente viene e dove lavorava prima e dove andrà a lavorare dopo;

b) la regolamentazione è sempre fatta a rimorchio della crisi precedente. Qui esistono due problemi aggiuntivi, il primo è che l’innovazione finanziaria viaggia troppo rapida (ed in parte questo è grazie a Mr Greenspan again), il secondo è che il problema di asimmetria informativa sembra aumentare anzichè ridursi (non so chiarire meglio se si tratti di effetto eprverso della regolamentazione o di questa regolamentazione, ci devo pensare, prendetela per buona così come è)

c) esistono problemi legati ai sistemi contabili e ai fattori di rischio. Iniziamo dai primi: non possiamo valutare al dato storico, palesemente inefficiente, ma valutare a mark to amrket introduce elementi di rischio eccessivo, perchè in presenza di bolle non abbiamo nè un tetto nè un floor (leggersi il cepr policy paper di Spaventa su questo punto o il suo articolo sul FT). Sui secondi: il rischio è calcolato in maniera implicita sulla base dei dati storici, ergo, si usano misure che sono assolutamente endogene e oltretutto procicliche, quando va bene, va bene, il rischio misurato è più basso e questo mi permette di caricarmi rischio ulteriore. Quando finalmente butteremo nel cesso il Value At Risk e cominceremo ad evitare di assumere che la distribuzione dei rendimenti abbia varianza finita, giusto perchè così facciamo prima a calcolare il Teorema del Limite Centrale, magari qualche cosina in più riusciremo a capirci…

Beh rimarrebe da parlare dell’Internazionale Craxiana, ma in effetti sono intellettualemnte sconfitto… L’Internazionale Craxiana!! Ma dove l’hanno preso questo qua?

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settembre 11, 2008

Ecco la legge Carfagna

Leggo da Repubblica:

Puniti sia i clienti che le lucciole. Così dopo 50 anni cambia la legge Merlin, la norma che abolì la regolamentazione della prostituzione in Italia e rese illegali i bordelli. Il disegno di legge del ministro per le Pari Opportunità introduce il reato di esercizio della prostituzione in strada e in generale in “luogo pubblico”. Ad essere colpiti, con identiche sanzioni, saranno sia le lucciole che i clienti. Previsto l’arresto da 5 a 15 giorni e l’ammenda da 200 fino a 3000 euro. Con l’attuale normativa, infatti, è punibile solo il reato di adescamento che, però, risulta di difficile definizione. Di fatto, il vendersi per le strade delle città, è un comportamento del tutto libero e sostanzialmente lecito.

In sostanza é lecito fare i pompini per conseguire un Ministero, non per ottenerne uno stipendio.

Nella foto, il Ministro Carfagna

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Denuncia

Prego divulgare questa vergogna e grazie al docente che ha scritto questo articolo…

Alitalia: verso il fallimento della legalità
Roberto Bin *
(9 settembre 2008)

In relazione ai comportamenti, atti e provvedimenti che siano stati posti in essere dal 18 luglio 2007 fino alla data di entrata in vigore del presente decreto al fine di garantire la continuità aziendale di Alitalia-Linee aeree italiane S.p.A., nonché di Alitalia Servizi S.p.A. e delle società da queste controllate, in considerazione del preminente interesse pubblico alla necessità di assicurare il servizio pubblico di trasporto aereo passeggeri e merci in Italia, in particolare nei collegamenti con le aree
periferiche, la responsabilità per i relativi fatti commessi dagli amministratori, dai componenti del collegio sindacale, dal dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, è posta a carico esclusivamente delle predette società. Negli stessi limiti è esclusa la responsabilità amministrativa-contabile dei citati soggetti, dei pubblici dipendenti e dei soggetti comunque titolari di incarichi pubblici. Lo svolgimento di funzioni di amministrazione, direzione e controllo, nonché di sindaco o
di dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari nelle società indicate nel primo periodo non può costituire motivo per ritenere insussistente, in capo ai soggetti interessati, il possesso dei requisiti di professionalità richiesti per lo svolgimento delle predette funzioni in altre società.

Questo non è uno scherzo, né il “caso” sottoposto da un collega fantasioso all’esercitazione degli studenti: è il testo dell’art. 3, comma 1, del decreto-legge 28 agosto 2008, n. 134, “Disposizioni urgenti in materia di ristrutturazione di grandi imprese in crisi”. Il mio non vuole essere un commento, ma piuttosto una richiesta di aiuto: vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse che cosa significa questa disposizione.
Che l’Alitalia sia in condizioni gravissime lo sanno tutti; che il Governo se ne preoccupi è – finalmente – una buona notizia. Ma il salvataggio dell’Alitalia – o meglio della parte “sana” di essa: dove andranno le sue amputazioni ormai necrotiche è un altro problema – può giustificare un provvedimento di “sanatoria” che mandi esenti da responsabilità amministratori, controllori, dirigenti, nonché “pubblici dipendenti”o
“soggetti comunque titolari di incarichi pubblici” da “fatti commessi” e, in particolare, da irregolarità nella “redazione dei documenti contabili”?
A prima vista, per quanto riguarda i funzionari pubblici questa norma sembra cozzare con gli art. 28 e 103 Cost., che fissano il principio della responsabilità personale del pubblico funzionario: ma per la responsabilità degli amministratori di una società per azioni non c’è proprio alcuna “copertura” costituzionale? Che cosa vuol dire che la “responsabilità per i fatti commessi” è “posta a carico esclusivamente” della società? Di
quale responsabilità si sta parlando? Fosse anche solo quella civile, l’azionista o il creditore perdono l’azione contro gli amministratori e possono agire solo contro la società, magari inciampando nel suo fallimento? È più che evidente che il decreto-legge incide nei rapporti tra privati, con effetti retroattivi, modificando i termini in cui si esercita il diritto di difesa e – c’è da supporre, perché non conosco la realtà processuale – interferendo nella funzione giurisdizionale, con buona pace di una bella serie di principi costituzionali, a partire da quello di eguaglianza per atterrare su quello di
separazione dei poteri.
Insomma, il tenore di questa norma mi sembra incompatibile con i fondamenti primi dello Stato di diritto: qui si fa della ragion di stato (identificata nell’aver operato per la “continuità aziendale”) l’unica giustificazione di un provvedimento del tutto abnorme. Si pensi infatti che, non solo coloro che hanno commesso dei “fatti” tutt’altro che commendevoli (dal punto di vista del rispetto delle regole vigenti, s’intende) sono mandati esenti da responsabilità personale, ma addirittura si vieta di considerarli per quello che sono: il fatto che abbiano falsificato i bilanci o commesso altri illeciti (a
proposito, siamo forse di fronte al primo caso di notitia criminis con forza di legge?) “non può costituire motivo per ritenere insussistente, in capo ai soggetti interessati, il possesso dei requisiti di professionalità richiesti per lo svolgimento delle predette funzioni in altre società”. Fantastico! Si profila l’illegittimità delle delibere amministrative che motivassero la scelta comparativa di un dirigente sulla base dei trascorsi amministrativi in Alitalia dell’altro candidato? Oppure la denuncia per diffamazione del consigliere di amministrazione di una società privata che fa mettere a
verbale il suo dissenso motivato (questo è il punto) rispetto alla nomina di uno dei nostri Alitalia boys? Qualcuno mi aiuta, per favore?
Si, capisco, sono ipotesi paradossali, quasi fantascientifiche. Ma questa disposizione non lo è forse? Le leggi ad personam non sono una rarità nel nostro Paese, e non mi riferisco certo alla mitica “legge Bacchelli”. Ma ormai, come si vede, sta diventando un genere di massa. Poi andremo a spiegare agli immigrati clandestini il valore della legalità: non hanno mica da salvare la Compagnia di bandiera, loro; egoisticamente pensano a salvare solo se stessi.
* p.o. di Diritto costituzionale, Università di Ferrara – posta@robertobin.it

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luglio 25, 2008

lo dico, lo urlo sempre più forte…

Aboliamo il (dis)ordine dei giornalisti.

Motivazione: articolo del Manifesto

Inventarsi una intervista con uno tra i dieci massimi ricercati al mondo é da idioti. Pubblicarlo é da delinquenti. Provvedimenti nemmeno a parlarne, tanto quei dementi non sono nemmeno riusciti a condannare un giornalista che faceva la spia per i servizi segreti, e che allegramente continua a scrivere su quella carta igienica di Libero…

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luglio 23, 2008

lo sbirro e l’università

Ieri qui ad EAFIT c’era la celebrazione dei nostri eroi delle forze armate. Appena entrato nell’università uno poteva scorgere uno striscione con quattro volti di soldati (1 nero su quattro, chiaramente molto rappresentativo della realtà!). Alle nove era prevista l’adunata obbligatoria degli studenti, con tanto di banda musicale. Poi la giornata si snodava attraverso vari appuntamenti tutti celebrativi dell’esercito.

Io purtroppo non ho potuto partecipare, con la mia passione sociologica nell’incidere con il bisturi dello sguardo come la gente vive queste cose sarebbe stato inetressante. Purtroppo dovevo preparare la lezione per i figli di papà (mi stanno togliendo tutto il mio kazzo di entusiasmo idealizzato per l’insegnamento).

L’unico dubbio che mi rimane é: se una università italiana organizzasse una cosa simile, quante pietre rimarrebero in piedi del campus, visto che gli studenti brucerebbero tutto?

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luglio 17, 2008

AAA CERCASI

… POTENZA STRANIERA (POSSIBILMENTE NON INTOLLERANTE INUTILE E FASTIDIOSAMENTE CLERICALE COME LA POLONIA) CHE PER FAVORE CI INVADA…

Da Repubblica di oggi:

ROMA – “Ebbene sì, sono meglio di Sarkozy, lui non è riuscito a portare Gheddafi e i ministri libici al vertice sul Mediterraneo. Io invece… eccoli qua”.

Non è cambiato, ma nemmeno un po’ e proprio in nulla. Silvio Berlusconi mantiene se stesso uguale a se stesso, nel tempo, nei luoghi, nelle situazioni: sugli eterni temi della giustizia, l’ossesione dei giudici, inseguendo il mito dell’io-faccio-quindi-sono-bravo. Il Caimano diventa Statista e viceversa, due tocchi, oplà, stravolgimenti così repentini che neppure Superman-Clark Kent.

Ordunque, oggi è stata la giornata del “oh come sono bravo” variante del “come me nessuno mai”, manifestazioni di un misto di gelosia, invidia e bisogno sfrenato di sentirsi il migliore. In tutto. E di piacere, a tutti.

Da un po’ di tempo, ad esempio, Berlusconi sente il fiato sul collo di Nicolas Sarkozy, più giovane di lui, più belloccio di lui, tombeur des femmes più di lui tanto da sposarsi Carla Bruni. Alto come lui ma negli indici di gradimento popolari Messieur le President sembra piazzato meglio. Ci manca solo che l’inquilino dell’Eliseo lo possa incalzare in politica. La Francia adesso è alla guida del semestre europeo e l’attivismo di Sarkò si è fatto subito sentire: il congresso Euromed per unire le risorse dei paesi che affacciano sul Mediterraneo; l’aut-aut all’Irlanda sul carta europea-Trattato di Lisbona. Senza contare quello straordinario momento mediatico che è stata la liberazione di Ingrid Betancourt.

Così da un paio di giorni Berlusconi si lancia in sfide, confronti e paragoni eccentrici. L’altro giorno ha “rinnovato” in diretta tivù l’incarico per un secondo mandato al presidente della Commissione Ue Manuel Barroso. Stamani, ospite del convegno della Fondazione Medidea del senatore Pisanu, ha messo le cose in chiaro con Sarkozy. “Dopo questo incontro – dice il presidente del Consiglio – avrò un piacevolissimo appuntamento con il primo ministro della Libia e con il ministro degli Esteri. Lo sottolineo anche perchè ciò ci conferisce una superiorità rispetto a Sarkozy che non è riuscito ad avere il governo libico come ospite nella conferenza Euromediterranea di Parigi”.

Da Parigi non ci sono segnali su eventuali reazioni alla battuta. La giornata però ha regalato altre perle di stravaganza. Nello stesso convegno il premier ha informato che al problema caro-petrolio, su cui è impegnata in un fronte unico tutta l’Europa, ci pensa lui. “Sarò l’ufficiale di collegamento con i paesi produttori di petrolio” ha spiegato. Ghe pensi mi, insomma. Un’autocandidatura che nasce dal fatto che l’Europa in questo momento, dopo gli addii di Chirac, Putin, Blair, Aznar e Schroeder, è “un po’ in affanno e accusa carenza di leadership”.

Il resoconto stenografico della giornata segnala anche il paragone, fatto da Berlusconi, tra il ministro Mara Carfagna e Santa Maria Goretti (”Presidente,
accetti un consiglio, scherzi pure con le Fante, ma per favore lasci stare le Sante” è l’invito di Rosy Bindi) e uno strafalcione di latino. Parlando del muro contro muro con la Lega sulle priorità del governo – la giustizia per il premier, il federalismo per il Carroccio – il Cavaliere ha rassicurato tutti. Nessun problema, e quando mai. “Simul stabunt, simul cadunt” dice il premier sfoggiando il latinorum, “insieme staranno così insieme cadranno” nel senso che non ci saranno modifiche nè problemi tra Pdl e Lega. Però ha sbagliato la declinazione del verbo cadere, ha usato cadunt invece di cadent. Lo stesso errore che fece Craxi, anni fa. Ma allora c’era Natta, segretario del Pci, e la correzione arrivò seduta stante.

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giugno 17, 2008

Matematica e basta…

Lo sapevate che
ei π+1=0
?

No ovviamente non lo sapevate, e credo che a molti di voi la vita non stia cambiando in seguito a questa scoperta. In realtà siete di fronte a quella che per molti é la formula più bella della matematica, visto che rappresenta tutti insieme i simboli fondamentali:
a) l’uno, lo zero e il più necessari e sufficienti per formare tutti i numeri naturali,
b) “e” é la costante di Eulero Mascheroni, base più usuale dei logaritmi, insieme al 10
c) “i” é la radice di meno uno, ovevro l’unità immaginaria
c) π primo numero irrazionale, da ratio=ragione, rapporto, da cui l’italiano “ragioneria”, in greco “logos”. La scoperta dei numeri irrazionali aveva fatto inkazzare come una bestia Pitagora, che pensava che i numeri razionali (il cui insieme é chiuso rispetto alla divisione, cioé dividendone due a caso ottengo ancora un razionale) fossero il fondamento della realtà e quando aveva rapportato lato e diagonale di un quadrato c’era rimasto con una faccia tipo Mutu dopo che Buffon gli paró il rigore.

Quello che continuate a non sapere (credo di avere raggiunto il punto in cui state dicendo: ma si é bevuto il cervello?) é che vi ho appena riportato la dimostrazione dell’impossibilità della quadratura del cerchio… Lo so voi state pensando alla partita dell’Italia, ma io trovo tutto ció assolutamente geniale. Ora smetto di tormentarmi, questa sera per sentirmi meno solo mi metterò seduto tra due specchi per vedermi riflesso all’infinito

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DA QUI IN POI SOLO PER NERD: Dimostrazione (raccontata a spanne)

exp(a) é trascendente (cioé non é soluzione di polinomio di grado n finito) se a é algebrico (cioé é soluzione di equazione polinomiale), per il Teorema di Lindemann-Weierstrass, quindi per l’identità di Eulero riportata sopra, “i π” é non algebrico.

Ora chiaramente “i” é algebrico, visto che é soluzione di x2 +1=0. Posto che il prodotto tra due algebrici é algebrico, π é trascendente.

ma se é trascendente non é costruibile… ovvero non si può usare righello e squadra per disegnarlo, quindi non lo sarà nemmeno la sua radice quadrata, quindi… non si può disegnare un quadrato che abbia la stessa area di un cerchio, perché non potremmo tracciarne il lato… Ditemi che non é geniale…

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giugno 14, 2008

A Walk on the Wild Side (Rotolando verso Sud III). Fine.

E alla fine perché?

È che tu alla fine della fiera hai visto grosso modo quello che sapevi già o hai rivisto dal vivo quello che triturato e ricomposto ti propongono i media. Avevi bisogno di andare in Africa per scoprire i morti di fame, la gente che muore nel XXI secolo di malaria? E soprattutto avevi bisogno di quel viaggio per capire quanto sia orribile tutto ciò? Non ti bastava una pubblicità del’UNICEF? Sapete quelle con il bambino che muore di fame e le due mosche che gli si posano sulle piaghe.

Certo, c’è un aspetto per certi versi rilevante: tutti hanno visto in TV due immagini del Rwanda, ma passare una notte di commemorazione e sentire un ragazzo che ti racconta che lui scappava inseguito dagli interhamwe e si é nascosto sotto un cumulo di cadaveri, con il sangue che gli colava addosso e la puzza dei corpi in putrefazione, oppure camminare tra i memoriali del genocidio dove scaffali di ossa e teschi senza nome celebrano uno tra i più scientifici massacri della storia dell’umanità, beh é un’altra cosa. Ma non è affatto questo il punto.

No qui la differenza sostanziale é che quello scampolo di realtà ti diventa un termine di paragone. Certo puoi schiacciarlo, rimuoverlo immergendo tutto te stesso nella famiglia, la carriera, il successo e grosso modo quell’esercito di parole che aprono il film Trainspotting. Puoi farlo diventare l’essenza della tua vita, legittimando il lavoro che tu fai in funzione di quello. In fondo anche questo é un modo di annullare il demone. Puoi anche fare di più, esorcizzarlo con la droga, altra sostanza psicotropica, oppure con l’uso della religione o di un altro “racconto” che ti permetta di sventarne la minaccia contestualizzandolo perfettamente in un piano preordinato.

Il guaio é quando ti resta non anestetizzato, non riesci a ingoiarlo e provi inutilmente a farlo incastrare nel mosaico che ti sei costruito per spiegare il mondo. Perché alla fine quando le hai viste dal vivo, la unica vera differenza è che quell’atteggiamento sbrigativo con cui te ne fottevi ti risulta un attimino più complicato. Dentro di te sai che “la cosa esiste”. E hai avuto bisogno del viaggio per capire che tutti la accetteremo. Qualunque cosa sia. La rivoluzione, se mai è esistita, ora è un gioco da tavolo. L’utopia un lusso per annoiati uomini moderni. Il cambio radicale una struttura lessicale che serve a definire il nulla. Camminando veloce lungo la circonferenza scopri che “il circolo non ha un capo”, come dice la bambina ne “La seconda Fondazione”. E capisci che non ti fermi a definire le cose, per il semplice motivo che non lo puoi fare. Non hai un bel niente da dire. Per questo parli. Lo fai il più a lungo possibile per evitare che rimanga tempo per quell’unica domanda: “e ora che si fa?”.

Prendiamo Musa, la chiameremo così. È semplicemente una ragazza, cammina una sera per… che so io… la Avenida Ochenta, o una delle altre strade più “vive” di Medellin. La possiamo immaginare così, molto bella, come la stragrande maggioranza delle colombiane, magari anche truccata, come si conviene ad una paisa quando esce. Su uno spiazzo rialzato, poco distante, c’è un sicario che sta svezzando un giovane. Sono gli anni in cui Pablo Escobar è in piena guerra contro lo Stato e paga “1 milion para tombo”, per ogni sbirro morto. La capitale antioqueña fiorisce di aspiranti killer. Per diventarlo devi imparare a controllare i nervi, ti portano in una strada e ti fanno sparare ad una persona a caso. Punta. Uccidi quella. Pum. Morta. Musa non torna a casa quella sera. Chissà magari in un film ci sarebbe la scena rallentata, il corpo che si affloscia, il vuoto del silenzio e poi magari Perfect Day di Lou Reed. Più prosaicamente, rimane una vita spezzata sul selciato.

Sapete il nostro glorioso passato coloniale? Ad Addis Abeba sopravvivono alcuni scampoli di italianità nel linguaggio, “martello”, “aeroplano”, “piazza”. Tra le parole importate pari-pari c’è “mercato”. Si tratta di un quartiere della città, rappresenta il luogo per commerci più vasto di tutta l’Africa, un agglomerato senza capo ne coda di negozietti, ambulanti, passanti, matatu (cosi’ si chiamano in swahili i mini bus, ignoro il termine tigrino), taxi. Se vi addentrate dentro mercato potete vedere che una galassia umana sopravvive nei vicoli di 1 metro e mezzo che separano in maniera disorganica la sfilza di edifici in cui sono locati i negozi. Si tratta dell’umanità decadente, barboni, bimbi che sniffano colla, mezzi a bagno in rivoli di acqua, piscio e spazzatura. Alla fine ti risultano quasi fortunati se li confronti con le frotte di bambini di strada che passano la giornata nel cimitero delle carcasse di animali macellati, arrampicandosi fra ossa che si spezzano e pelli semi decomposte, alla ricerca disperata di qualcosa da mangiare, in un odore che darebbe il voltastomaco anche a un morto.

Ci sono le vite stroncate da meccanismi perfettamente oliati che non possono che apparire totalmente folli, ma in cui la gente si abitua a vivere. Ci sono residui di esistenze abbandonate tra il nulla. Non incontrerai mai la rivolta. È l’operare inesorabile della legge di autoconservazione degli aggregati umani, che nel tuo cervello é oramai un tarlo.

Nella sezione terza de “Le Origini del Totalitarismo”, Hannah Arendt sintetizza in maniera brutale i racconti dei sopravvissuti al lager. Dice sostanzialmente che ciò che stupisce è la quasi banalità dei racconti, che discende dall’afasia, l’impossibilità di raccontare quella che era la “normalità del terrore”. Il totalitarismo ci insegna che in fondo “da oggi in poi tutto é possibile”, come dice Rousset.

La possibilità di accettare tutto questo? Ci pensate mai? Noi ogni giorno quadriamo la nostra giornata su una serie di problemi che svaniscono del tutto di fronte alla possibilità di morire per un taglio, un raffreddore, di dover cercare il cibo elemosinando e sperando che la bozza di 40 centimetri di diametro che i linfonodi ti hanno formato sul collo commuova il bianco o il ricco di turno (nb bianco e ricco in bantu’ si dicono nello stesso modo). Il meglio che inesorabilmente riusciamo a produrre é lavarci la coscienza con un po’ di soldi. Magari rompendo anche il kazzo che “di queste associazioni non sai mai se ti puoi fidare” (non sapete quanti sguardi inquisitori ho dovuto ingoiare, trattenendo il desiderio di dire “vaffanculo vecchia puttana, tieniti i tuoi soldi”).

Voi sapete cosa sono les amibhes? Sono delle infezioni batteriche nell’acqua, generano nell’intestino una sorta di verme. Per un bianco sono pericolosissime, una ragazza, V., perse 17 kg e ora ci deve convivere, perchè non esiste cura (che vuoi che gliene fotta alle Big Pharma?), l’unica cosa che puoi fare è addormentarle per tutta la vita, con il rischio che un qualsiasi germe che ti becchi le risvegli. Ebbene tutti i neri, o quasi, hanno les amibhes. Il loro corpo con il tempo è diventato un po’ più resistente, come per la malaria. L’anno scorso ero a casa di E. un ragazzone rwandese che ci aveva ospitato alla presenza di tutta la sua famiglia, ci offrirono il succo di frutta. Naturalmente non potevamo berlo, era fatto con acqua non filtrata. Eravamo da giorni a Kigali, senza pastiglie potabilizzatrici stavamo cercando di sopravvivere con una miscela di acqua e amuchina che sostanzialmente ci stava bruciando l’esofago, rischiare così impunemente a quel punto sarebbe stato idiota. Gli spiegammo la cosa tra mille scuse, naturalmente rifiutare l’ospitalità dei poveri é la cosa più meschina e mi faceva inkazzare terribilmente. E. capì e inizio a parlare del dramma dell’acqua, del problema che hanno gli africani di non poter pulire bene le cose, indicando lo stesso bicchiere da cui lui stava bevendo; le conseguenze dell’acqua non filtrata… E intanto beveva, capite? Beveva dal bicchiere sporco, beveva l’acqua non pura, sicuramente ricca di germi. Tutto ciò era maledettamente normale.

Il mio ultimo viaggio si concluse con una sfuriata colossale. Una delle persone rwandesi cui ho voluto più bene é C. Si tratta di un ragazzo molto intelligente, eravamo grandi amici, mi ero fatto un paio di volte le due ore di cammino per andare a salutare la sua famiglia al confine con il Burundi, racimolando lungo la strada una cinquantina di bambini che alla fine mi tenevano compagnia canticchiando una storpiatissima “se sei felice tu lo sai batti le mani”. Quando l’avevo ritrovato camminava tronfio tra due grassoni laidi e ricchi, quasi non mi salutò lasciandomi il groppo in gola. Mi raggiunse di corsa ore dopo, con il sorriso, come se niente fosse. Era entrato in seminario e ora doveva mantenere un contegno adeguato alla sua nuova posizione di potere. Mi chiedeva un aiuto per conseguire scarpe adatte al suo prossimo ruolo. Non gli risposi. Un pugno era l’unica cosa che avrei volentieri proferito. E non era opportuna. Semplicemente capii che non c’era più, pur sopravvivendo, era morto un mio amico. Col senno di poi capii che quello nel torto ero io, che di lì a qualche settimana sarei tornato al di qua del Mediterraneo, con i miei ideali del kazzo, lasciando lui a lottare tra la sua normalità, in cui semplicemente aveva scelto di stare dalla parte dei più forti, avrebbe mangiato carne tutti i giorni, visto la tv, bevuto birra e trombato senza remore di doversi poi mantenere i figli (il gondone non si può usare, che si sa che i figli sono un dono di dio, soprattutto se se li mantiene la ragazza da sola).

Io capii che alla fine non esiste soluzione, e che da li in poi avrei mentito a me stesso ogni giorno.. Ah e naturalmente capii anche cosa volevo fare nella mia vita. In fondo “al di là dei tradimenti degli uomini, è magia”. Ma questa è un’altra storia.

Alla fine che importa se a quel volto non hai regalato un corpo, un’esistenza, un nome. Che ti importa se l’unica cosa che ti rimane é la distonia apparente con quello che sei e hai sempre sostenuto convintamente di essere. Alla fine, le tessere del puzzle che paiono non intersecarsi si stemperano come acquerelli l’uno nell’altro… È stupendo. Invece no, questo capita nel sogno. Non hai nome, non hai bacio da rimpiangere. È stupendo, si… Mi viene il vomito.

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giugno 13, 2008

Sole Spento (Rotolando verso Sud II)

La prima volta in Africa? 2003. La cosa che ricordo di più è il rientro, la mia ragazza di allora aveva una festa che per lei era fondamentale, coinvolgeva il suo paese (nel senso di paese, non di Paese). Se non fossi rientrato in tempo mi avrebbe lasciato, e io dovetti fare mille casini per riuscirci, non mi avrebbe perdonato. Che bei ricordi! Quando arrivai alla festa io avevo ancora negli occhi i vermi che mi ero levato dai piedi una settimana prima con un ago cauterizzante, in testa invece avevo una media ponderata tra la ferita di machete curata alla bell’e meglio con le garze di R. e la mia prima goute epesse, con il sangue che schizzava sul filtrino. Sapevo che sarebbe stata una serata magica, una serie di persone mi avrebbe fatto domande idiote cui non avrei voluto rispondere perché tanto non avrebbero capito e per concludere in bellezza non avremmo potuto nemmeno fare l’amore, visto che non avevo ancora fatto il test anti AIDS. Feci l’unica cosa che aveva senso fare: dopo tre minuti ero ubriaco marcio, non mi reggevo in piedi. L. non ho mai avuto il coraggio di dirtelo ma la tua uscita nella sfilata non l’ho vista. E la verità é che stavo bene con quella sensazione della sbronza devastante, descriveva bene il mio disordine psico-somatico-etico-filosofico.

Certo mi rimaneva il piacere delle persone che avevo conosciuto, le soddisfazioni di quelle relazioni autentiche che ti segnano.

Come dimenticare V. che mi era salita in braccio sorridendo, quando ero andato a dare una mano a sua mamma, il cui marito è in carcere e da sola mantiene tre figli. Due anni dopo scoprì che quest’ultima si beveva gran parte dei soldi che le capitavano a tiro, aveva perso anche un lavoro per avere fatto l’imbecille una sera in cui si trovava mezza sbronza.

E vogliamo parlare del bimbo di strada di Butare, quello cui avevo dato un tozzo di pane. Che occhi quando mi aveva guardato implorante, così piccolino, un pulcino bagnato dentro abiti laceri. Non ce la avevo fatta a tenermi, ben sapendo che fare l’elemosina per strada è una sciocchezza colossale in Africa. Quel bambino in realtà aveva dodici anni, con una crescita mostruosamente in ritardo, gli occhietti sono il prodotto del Boxer, la colla che si sniffa per sopravvivere a fame e freddo. La mette in un sacchetto di plastica poi serra i pugni intorno all’imboccatura in modo da lasciare lo spazio sufficiente da fare entrare naso e bocca, poi da due boccate decise, la prima elimina l’ossigeno, la seconda ti butta fuori. Non é più in grado di fare il benché minimo ragionamento di senso compiuto, il cervello è bruciato.

Il viaggio al Sud é un “viaggio che copre le distanze dentro sé”? (non vogliatemene, é un po’ il filo conduttore questa canzone). Chissà quante erano le distanze dentro me quando a Natale di due anni fa mi feci 25 km a piedi per raggiungere Butare quando non si trovava un maledetto taxi-moto. Volete sapere quale è l’immagine che si è stampata nella mia testa? Io e C. stavamo camminando e un gruppo di una trentina di bimbi stava giocava davanti a noi. Quando si accorsero di un gruppo di bianchi, tutti si bloccarono. Completamente. Alcuni mi guardarono sfregandosi gli occhi. Se fosse stato un film uno avrebbe avuto in bocca uno stuzzicadenti, che sarebbe lentamente caduto, la camera avrebbe fatto uno zoom sulle sue evoluzioni e magari in sottofondo ci sarebbe stato São Lucas de la Rue Ketanou. Non avevano mai visto un bianco! mi sentivo come un antropologo nella foresta amazzonica alla scoperta degli omini rossi, con almeno la vaga sensazione di piacere nel sapere che non li avrei ammazzati trasmettendo loro una sciocchezza di malattia cui non erano immuni.

Un bel ricordo, forse si. Questo é il modo in cui ho imparato a raccontarlo in maniera tale che la gente sia mediamente soddisfatta e non mi faccia domande. Disonestà intellettuale, ma come fate a spiegare che “in una fottuta merda di festa in cui dovevo pagare i salari ai dipendenti dopo aver litigato con quella testa di legno di un ricco prete che aveva accumulato due mesi di arretrati con gli operai non trovavo un maledetto mezzo di trasporto. La gente cui chiedevo dove trovare una moto mi rompeva i coglioni perché voleva il regalo per la fine dell’anno. Partii a piedi, quando giunsi in città si mise anche a piovere, fanculo non si trovava uno stronzo che cambiasse i soldi, mi misi a scrivere su internet su un cazzo di computer che non andava avanti, le bestemmie che la connessione saltava.”

Certo che li ho visti i bambini che invece non avevano mai visto i bianchi, ma io stavo cercando di fischiettare per reggere il ritmo e non pensare alla strada che mancava, due giorni prima ero svenuto per una iniezione che mi avevano fatto e non sapevo che kazzo fosse. Io, che se prendevo un’aspirina mi fungeva da anestesia tanto abituato ero ai farmaci, mi ero sparato in quattro giorni due dissenten, un lariam, nove paracetamolo, avevo bevuto acqua e amuchina. Ma certo che li avevo visti i bambini, solo che non me ne fregava un accidente.

L’Africa non é affatto un continente mistico. Il Sudamerica non é il continente delle grandi rivoluzioni romantiche.

Se mettete in fila tutti gli africani ci trovate stronzi e geni, splendidi e troie in percentuali del tutto comparabili alle nostre. I bambini a cinque anni vanno a caricarsi l’acqua, mentre i nostri bimbi rompono le palle per il loro gioco numero dodicimila in una settimana, che li ha già stancati. Al netto di un po’ meno di massa bianca nei muscoli che li rende meno resistenti in media, i bambini bianchi sarebbero perfettamente capaci di andare a prendere l’acqua se i genitori ce li mandassero e anche se quei dodicimila giochi glieli farei mangiare uno dopo l’altro non cambierebbe assolutamente nulla.

La verità è che non si riesce a spiegare quello che si vede, se non l’operare di una regola empirica molto semplice, “un qualsiasi aggregato umano in qualsiasi condizione immaginabile tende a stabilizzarsi”.

Cosa c’è nei viaggi al Sud? C’è un leggero senso di giustizia sociale, una incapacità di metabolizzare quello che hai ingoiato, una profonda frustrazione comunicativa, tutti alle prese con una fondamentale considerazione che non si sa che cosa fare per risolvere i problemi, al netto di tre possibili scappatoie teoriche:
a) chiamo soluzione quello che tutti gli altri chiamano problema (decrescita)
b) mi iperspecializzo cercando i mezzi migliori per conseguire un fine che accetto ma non so chi, come, dove e quando ha stabilito (ONG)
c) mi illudo che la soluzione ci sia e chiamo tutti quelli che provano a metterla in discussione come servi del sistema (missionari, volontari convinti, aspiranti rivoluzionari)

Ma a volte sai che dentro di te vorresti rivedere quegli occhi, in fondo basta tutta questa oscurità a farti sentire meno solo…

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giugno 12, 2008

Rotolando verso Sud

Per molti il viaggio verso Sud ha una dimensione metaforica. Non sto parlando di quei cervelli evaporati che vanno nei villaggi turistici e si divertono a trombare bellissimi/e ragazzi/e neri/e semplicemente perché quando hai finito loro dicono grazie, non parlo nemmeno, ma c’entra già un po’ di più, del mal d’Africa, ovvero della malattia dei milanesi che consiste nello stupirsi che ci sia gente che ti saluta senza pretendere una controprestazione monetaria.

Sto parlando di quella massa di gente che viaggia con quel pastrocchio semi-razionale che ti divampa nel cervello e ti spinge verso Lilongwe, Tananarive, Rio, Timbouctou, Rangoon, spesso uno lo concettualizza attraverso la idea di “ritrovarsi”, “vedere le cose da un’altra prospettiva”, “aiutare”, “fare esperienza”, o se la scelta é più radicale “vivere una vita nuova”, spesso le struttura anche attraverso arzigogolati processi semi-istituzionalizzati, “i campi di lavoro”, “i campi di esperienza”, “le missioni”, “le ONG”.

É in fondo una sorta di costruzione mentale, la convinzione di fare parte di un “viaggio lungo secoli” (scusate le citazioni poco dotte dai Negrita, ma sono un povero economista in erba, molto poco economista e senza nemmeno l’erba), la voglia matta che ti assale in alcuni momenti di afferrare l’orizzonte, la sensazione agrodolce di poter annegare in un mare di sensazione ció che non riesci a spiegare, una sorta di apoteosi bergsoniana: se vivere in una città é più di tutte le foto della medesima, allora una esperienza autentica mi darà più tutta la conoscenza del mondo (lo so l’implicazione logica is the other way around, ma io sono uno che viaggia verso Sud). Chiuderti a riccio in un quattro pensieri, obiezione-accolta al tuo sforzo di critica-epistemica.

É che, al di là di tutto, uno ha davvero la sensazione che il cielo sia più vicino, che negli sguardi di quei bambini ci sia qualcosa di magico, che quella natura così possente sia codimensionale alla nostra esistenza. Ma, soprattutto, vive nella convinzione che l’umanità sia più, o ancora, o almeno parzialmente, intatta, non corrotta, autentica.

Salvo poi accorgersi del contrario. Una sera parlavo con un missionario, 35 anni passati in Congo, per ritrovarsi in una cittadina piemontese a raccontare al sottoscritto (28 anni non ancora compiuti, già esistenzialmente fallito) che l’unica cosa che non ha mai capito sono i neri… Come in Edipo, la risposta al quesito decisivo é sempre unica: “l’uomo”.

E c’è qualcosa di fortemente edipico (sto parlando della tragedia greca non dei disturbi mentali di Freud) nel viaggio a Sud: in quella parte dell’umanità che molto spesso riconosciuta come moralmente superiore, si ritrova a dover ingoiare il fallimento di grattare via la pelle e ritrovare se stesso. Al netto di un verso della diseguaglianza, non c’é nessuna differenza tra questo umanitarismo e il colonialismo (o il movimento missionario che per buona parte coincide con quest’ultimo): alla fine scopri che in un caso loro non sono meglio di noi, nell’altro che noi non siamo meglio di loro. Chi salva la città la porta in rovina, chi si distingue sopra gli altri diventa il peggiore tra gli altri. Il rovesciamento, vero archetipo concettuale della trilogia sofoclea, rivive nel cuore di tenebra di Mistah Kurtz, rivive in centinaia di volontari che “non si possono fidare”, rivive in migliaia di missionari che non hanno capito i neri.

Quello che non sai, sciocco umano, é che quando nel tuo viaggio incontri un volto che ti illumina l’esistenza non é un nome quello di cui hai bisogno, non ti servirà poterlo richiamare nei tuoi sogni! cerca un bacio, non é l’epifania di nulla, lentamente svanirà, ma di certo nulla é più bello di quel dubbio semicosciente, non appena ti svegli: lo avrò vissuto veramente o no?

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maggio 15, 2008

Decrescita

di Francesco Bogliacino

Sottotitolo: Dove si discetta del più e del meno e soprattutto si risponde con veemenza a Monsignor Pallante e alla sua decrescita felice.

Mannaggia a me che mi faccio tirare in queste cose. Ma sto facendo passare troppo tempo, questo pezzo maledetto prima o poi lo dovevo scrivere.

Gli economisti nella storia del pensiero sono sempre stati a favore della crescita del prodotto per addetto, con due significative eccezioni. J S Mill fu il primo a parlare di stato stazionario (dove la crescita é bloccata) come occasione storica per riorganizzare la società attorno a principi più umani rispetto alla competizione:

«Non posso, di conseguenza, guardare allo stato stazionario del capitale e del reddito con l’avversione incondizionata, generalmente manifestata verso di esso dagli economisti della vecchia scuola. […] Confesso di non essere affascinato dall’ideale di vita di coloro i quali ritengono che la normale condizione umana sia il lottare per tirare avanti. […]
Non è certo necessario ricordare che una condizione stazionaria del capitale e della popolazione non implica affatto la fine della crescita umana. Si aprirebbe uno spazio, come mai prima d’ora, per tutti i tipi di progresso mentale, morale e sociale». Principles IV, VI

La seconda persona é Georgescu Roegen, che invece elabora una teoria “fisica” (nel senso di campo di ricerca) contro la crescita, e ci ritorneremo più avanti. Premetto che gli unici argomenti “discutibili” per parlare di decrescita sono proprio quelli di questi due, quindi il piano di lavoro sarà sfatare miti e incomprensioni, poi arrivare al dunque.

Definizioni. Credo sia un buon punto di partenza, visto e considerato che a mio modesto avviso tutta la storia é determinata da una serie impressionante di malintesi. Per crescita si intende (o lo si dovrebbe fare) l’aumento del prodotto per addetto. Nel dire che il prodotto per addetto deve crescere non stiamo dicendo altro che il benessere é legato alla quantità di beni e servizi di cui si può disporre. Si badi bene: qui non si mette in campo né una specifica disquisizione morale, né una qualsivoglia teoria della merce. Manteniamo i piedi per terra. Ora io posso in termini generali concepire qualsiasi cosa come un bene o un servizio, dal trombare al cibo.

Faccio notare una cosa da subito: io NON ho parlato di PIL pro capite, ma di prodotto per addetto latu senso, nei termini più generali possibili. Ora una prima incomprensione deriva dal fatto che ci si scaglia contro il PIL per cercare di smontare nell’ordine: la teoria economica, la società occidentale, il capitalismo, eccetera. Ora mi sembra del tutto evidente che il PIL sia una misura, in quanto tale risente di difetti empirici: misura solo alcune cose, misura male altre cose, e tutto quello che volete. Discutiamo del PIL come misura? Benissimo. Ma questo non vedo cosa abbia a che fare con l’argomento teorico che una società che possa disporre di più beni o servizi possa stare meglio.

Altra definizione. L’economia non é una scienza che si occupa di quanto é figo il mondo in cui viviamo. É una scienza che si occupa di come allocare risorse scarse tra obiettivi alternativi. Assume come ipotesi di studio che la gente scelga il meglio, in termini delle proprie preferenze individuali, dati i mezzi che ha a disposizione. Traduzione: la gente é stronza. Questa é una buona ipotesi di lavoro. In effetti se poi l’individuo é un angelo, meglio ancora, ma intanto ci aiuta a capire cosa succede nella malaugurata e realistica ipotesi che non lo sia. Questo é un chiarimento importante perché si fa una confusione impressionante, nei decrescisti, tra mercato, capitalismo, scienza economica.

Altra definizione. Il mercato é un meccanismo di allocazione che si basa sui prezzi. Gli economisti hanno studiato bene il mercato e dimostrano che quando la gente é stronza, il mercato é capace di fornire segnali che coordinano gli agenti e lo fa ad un costo inferiore rispetto al creare una ipotetica perfetta autorità di piano. A seconda di quante ipotesi si é disposti a fare si possono poi ottenere cose molto fighe con il mercato, ma questi sono risultati teorici che non posso discutere qui perché vi addormentereste. Il punto é: i risultati si dimostrano sotto assunzioni, possiamo discuterle una ad una, senza problemi, ma l’argomento é logicamente ineccepibile, sotto quelle assunzioni vale quello.

Questa lunga premessa era necessaria perché come si evince dal manifesto di cui si parlava, esiste un continuo slittare del discorso che finisce per non fare capire più un kazzo. Ad esempio si sostiene che le merci e i consumi danneggiano l’individuo, poi al contempo si sostiene che il mercato produce disoccupazione, poi che il prezzo del petrolio alto é un male.

Per favore ragioniamo. Ad esempio, l’inquinamento. Chiunque abbia studiato economia sa benissimo che gli economisti, a differenza di quello che pensano Latouche e Pallante, non sono individui che si fanno le seghe nuotando nella plastica usata o pensano che più spreco meglio é. Che cosa é l’inquinamento? É un costo in corrispondenza del quale non viene pagato un prezzo. Si definisce anche esternalità. Andiamo con ordine:
(1) siccome una certa produzione genera costi (monetari + inquinamento) ma anche benefici dobbiamo valutare entrambi. é assolutamente evidente che una produzione é efficiente quando il beneficio di produrre una unità in più compensa esattamente i costi (TUTTI) di produrre una unità in più [assumendo che il benefico marginale sia decrescente e il costo crescente, nota tecnica]. Ora mi sembra logico dedurne che salvo casi eccezionali la produzione ottimale non sarà mai zero e quindi non sarà mai zero inquinamento.
(2) ora supponete per amore di argomento che TUTTI i costi si paghino, compreso l’inquinamento. In questa situazione la quantità prodotta sarà minore o uguale (uguale in concorrenza perfetta) di quella ottimale, perché nessuno é così coglione da produrre nel lungo periodo quella fottuta unità in più se nessuno gliela paga (e lui i costi li paga tutti). Quindi é logicamente vero che il problema non é il mercato: non é il mercato che causa l’eccesso di inquinamento ma la sua assenza. Infatti é il mancato pagamento del costo dell’inquinamento che genera sovrapproduzione. In effetti la idea di Kyoto é una derivazione di questa: creiamo un mercato per i diritti ad inquinare. Kyoto era una minchiata perché non includeva i paesi in via di sviluppo in cui tutte le produzioni si sarebbero trasferite, ma la logica é corretta. [Esistono altre soluzioni: TASSE per esempio]
(3) quando i decrescisti propongono produzioni più efficienti propongono PIU’ CRESCITA. in effetti dicono che la quantità di beni a disposizione date le risorse che si utilizzano deve essere più alta. Il punto é che le attuali tecniche di produzione sono troppo inquinanti? ok. Il punto é che il PIL non considera i costi ambientali? ok. ma qualcuno mi dice cosa diavolo c’entra la crescita?

Altro esempio: le tecniche di produzione o il modo di produrre. Qui il discorso é un po’ più complicato. Possiamo cercare di stare in contesto generale in cui le persone abbiano preferenze esplicite sopra lo sforzo e l’organizzazione di una qualsiasi attività lavorativa. Bene: é assolutamente evidente che se esistessero mercati completiallora io potrei sempre scontare qualsiasi flusso futuro e accedere oggi al credito e mettermi su l’attività che più mi piacicchia. Esiste anche una possibilità alternativa: la esistenza di contratti completi se si potesse scrivere senza costo (e farlo rispettare, senza costo) un contratto che includa tutte le possibili alternative allora la gente potrebbe sempre organizzare nella maniera più efficiente (in armonia completa con le preferenze) tutte le produzioni, eliminando la necessità di rapporti autoritativi (cioè assegnare a qualcuno il diritto a prendere decisioni per tutti in cambio dei residui generati dai mezzi di produzione). Quindi da una parte il problema é una assenza: mercato del credito imperfetto. Non vedo cosa c’entri la globalizzazione o la crescita. Dall’altra c’é la questione dei contratti, che completi non sono. E’ il problema della democrazia economica: io credo sia una questione importante (se volete ne discuto in dettaglio, qui non posso farlo), ma bisogna tenere presente che: (a) da una parte la struttura capitalista della produzione nasce proprio per risolvere un problema di efficienza, (b) dall’altra pensare che si chiude baracca e burattini e si inizia il mitico mondo della decrescita ha dei costi, in termini di incentivi a produrre, oltre al non trascurabile problema che bisogna dire anche come stramaledizione funziona (il socialismo reale é una opzione ma pare che i risultati non siano stati granché).

Pensate di essere alla fine? cazzi vostri, siamo a metà :-) .

Quando i decrescisti (quelli di Pallante, che il mio amico Oz mica casca in queste cose) si lamentano del prezzo del petrolio, la spiegazione scientifica é una sola: SI SONO BEVUTI IL CERVELLO. Se il prezzo del petrolio non cresce nessuno avrà mai il diamine di incentivo a sostituirlo. Poi certo, la tecnologia é path dependent e non é detto che le sostituzioni siano il massimo (anche qui non entro in dettaglio ma se volete ne parliamo). Può essere che un prezzo alto non risolva il problema, ma sicuramente va nella direzione giusta. Un prezzo basso va nella direzione sbagliata. Il perché é banale: prezzo alto da un segnale di scarsità, prezzo basso l’opposto.

Altro cavallo di battaglia: la crescita continua crea disoccupazione. Allora: (1) un significativo aumento di persone che pur cercando lavoro non lo trovano si riscontra in Europa continentale tra Settanta e Ottanta. Le riforme degli Anni Novanta segnano il riassorbimento di questo fenomeno. Poi possiamo discutere a che prezzo questo avvenga (dibattito su precarietà), ma il dato é indiscutibile. (2) in USA non c’é nessun trend di aumento su tutto il periodo. (3) a livello mondiale non esiste alcuna tendenza di aumento della disoccupazione. (4) Esiste invece, un trend di lunghissimo periodo di riduzione delle ore lavorate, evidente effetto del progresso tecnico: QUALCUNO SI STA LAMENTANDO DI QUESTO?

Seguiamo il punto: il progresso tecnico permette di produrre di più a parità di risorse. Questa é una condizione inevitabile sia che io voglia godere di più beni o servizi, sia che io voglia avere più tempo per farmi le pugnette sul divano (cioé maggiore tempo libero). L’accusa al progresso tecnico di distruggere saperi tradizionali é come augurarsi un ritorno all’epoca in cui uno per tirare a campare doveva lavorare 20 ore al giorno. Si badi che la logica é paradossale: quanto é tradizionale la tradizione che vogliamo salvare? torniamo a caccia e pesca? facciamo i bilanci con il pallottoliere? macchina da scrivere? davvero potete vivere senza il Mac (ok qui sto scherzando)?

In generale dobbiamo sempre pensare che un sentiero di crescita é un sentiero dove innanzitutto le tecniche di produzione cambiano: non possiamo fare i ragionamenti del tipo: “se tutto il mondo consumasse come noi allora…” perché se tutto il mondo consumasse come noi molte più risorse diventerebbero relativamente scarse e questo porterebbe a cercare altre risorse oppure a risparmiarle sostituendole. Certo esistono fattori fissi nel breve periodo, esistono dinamiche tecnologiche che si autoalimentano, ma nel lungo periodo le tecniche cambiano anche in modo radicale (abbiamo già vissuto cinque rotture rivoluzionarie, vulgo rivoluzioni industriali).

Faccio notare una cosa: nel manifesto si dice “se smettiamo di consumare possiamo creare molto lavoro in settori nuovi come quello del riciclaggio bla bla”: questo é quello che avviene normalmente in un sentiero di crescita, il progresso tecnico permette di risparmiare risorse che vengono messe a fare qualcosa di nuovo. Questo é quello che gli economisti vogliono che accada, questo é quello che i descrescisti vogliono che accada: la differenza sta nel come raggiungerlo. Gli economisti pensano che per ridurre lo spreco delle risorse indotto da fenomeni come l’inquinamento sia necessario che la gente paghi. In questo modo internalizzerà l’esternalità: visto che la gente é stronza, bisogna fare in modo che nel fare il suo interesse faccia anche quello generale. I decrescisti…. beh i decrescisti non lo so come sperino di ottenerlo, ma sono felice di discuterlo.

Fine esempietti: iniziamo a discutere di cose serie. Il sistema economico attuale si é formato attraverso continui processi di specializzazione, che hanno aumentato la produttività e quindi hanno generato crescita. Nel processo si sono modificate in maniera brutale le regole del gioco (le istituzioni). Questo é un processo del tutto ovvio: le istituzioni servono a generare risposte prevedibili in un ambiente incerto, stabilizzando il sistema. Questa é una condizione perché si possa essere più efficienti. L’organizzazione non é altro che un modo di creare ordine in sistemi complessi, dove molti elementi interagiscono.

Ora i decrescisti si lamentano di questo dicendo che sta avvenendo una costante spersonalizzazione dei rapporti umani, che riduce l’autonomia individuale. Uno dei riferimenti d’obbligo per loro é il signor Illich che parla di de-istituzionalizzare la società. Premesso che mai e poi mai proveró a seguire sul versante psicologico, questo processo é inevitabile se si vuole essere efficienti. Riducendo drasticamente la scala delle interazioni: (a) la spersonalizzazione non si elimina, si riduce semplicemente, (b) la mancata specializzazione genererebbe un uso molto più elevato delle risorse. Detto in parole semplici, ognuno dovrebbe farsi tutto, questo genererebbe sprechi: é molto meglio se ciascuno fa la cosa che sa fare meglio e poi scambiamo.

Ora nulla vieta di porsi una funzione di benessere sociale particolare che si ponga obiettivo di carattere distributivo, magari in aperto conflitto con la crescita [Esempio: redistribuzione egualityaria del reddito, che riduce gli incentivi a produrre]. Questo é grosso modo quello che aveva in testa Mill: riorganizzazione del sistema attraverso ridefinizione di obiettivi politici nuovi e riorganizzazione della produzione. Tutto questo é naturalmente possibile a patto che:
(a) si sia coscienti dei costi, cioè degli incentivi dei partecipanti al gioco, in termini di minore efficienza
(b) si sia coscienti che questo richiede un processo politico, che impone a sua volta strutture organizzative e istituzioni.
Se vogliamo ordine, ci servono meccanismi e istituzioni.
Se vogliamo efficienza, ci serve specializzazione e divisione del lavoro.

Soprattutto, peró, bisogna avere chiaro che qualsiasi essa [la funzione di benessere sociale] sia, si tratta di una funzione particolare, presa tra infinite. Non c’é nulla di generale in esso: pertanto servirà un qualche processo politico per deciderla e quindi altre istituzioni. Sempre lí torniamo, mi dispiace: il mondo in piccola scala é inefficiente, il mondo in larga scala é molto anonimo :-)

Mill era tranquillo: nella sua teoria lo stato stazionario sarebbe comunque arrivato. La terra é limitata, nel mondo dei classici, e il sistema converge al sentiero bilanciato: tutte le variabili crescono allo stesso tasso, se un fattore é in quantità fissa il sistema non può che convergere a crescita zero.

Infine Georgescu Roegen: ma qui dovrei introdurre il secondo principio della termodinamica e sono stanco. Mi fermo qui. A presto. Per la Seconda Parte.
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aprile 21, 2008

Perro Come Perro

j1.jpgSfortunati voi, che nelle terre del primo mondo non potrete vedere questo film: Perro-come-Perro, realizzazione interamente colombiana, da molti considerato il secondo miglior film di quest’anno (nazionale) dopo Paraiso Travel.

Gli ingredienti sono quelli del cinema realista Sudamericano, criminalità, donne, stregoneria Voodoo: un affiliato di un gruppo mafioso ruba del denaro al suo capo, lo fa per amore della donna che lo ha lasciato e della sua piccola, ma così facendo le espone al pericolo della morte. Tutto il film si gioca su queste contraddizioni, tra personaggi a tutto tondo che nel caos di un paese stuprato dalla violenza conservano la loro morale, assolutamente relativa, manichea e fallace.

La fotografia é stupenda, ragazzi se é stupenda: il caldo tropicale che brucia l’ossigeno regala atmosfere surreali, potenziate da gli effetti venefici della stregoneria (la bruja é meravigliosa, le zoomate sul fumo del sigaro una ganialata). E infine violenza! Ma non la violenza comica di Tarantino, non é quella ridicola di Hollywood, ogni ferita é sangue vero, ogni colpo é dolore, ogni morte é una scena che quasi provoca il vomito.

Sabato mi ero fatto portare a vedere quella cagata di Justo en La Mira (Vantage Point): grazie al cielo mi sono riconciliato con il cinema

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aprile 7, 2008

quattordici anni dopo…

14 anni fa, il 7 Aprile 1994, a seguito dell’assassinio di Juvenal Habyarimana, presidente (ex-dittatore) del Rwanda, le milizie Interhamwe, braccio armato del movimeento Hutu Power, iniziano forse il più sistematico massacro della storia.

Cento giorni servirono ai miliziani e a una buona fetta della popolazione civile Hutu, per fare fuori l’80% della popolazione Tutsi e una buona fetta di moderati. Erano stati istruiti a modo dalla Chiesa, da Radio Libre Mille Colline, dall’ossessionante battage che aveva preparato nei mesi precedenti il movimento estremista Hutu.

Cento giorni servirono anche all’Occidente per destarsi dalla sua ipocrisia.

Si imparano tante cose nello studiare la vicenda Rwandese. Si impara la vacuità dei nostri mezzi di comunicazione, che nei 100 giorni dedicano meno spazio al Rwanda della vicenda di
una pattinatrice che ordì una aggressione alla rivale e che comunque mentre ne parlava la descriveva come di una guerra tribale tra mangia-banane, quando ciò che stava accadendo era il Terrore, pianificato, scientifico, la distruzione del nemico oggettivo, direbbe la Arendt, colpevole di essere tale, ontologicamente colpevole. Si impara la perversione dei paesi occidentali, che dichiararono che in Rwanda avvenivano “atti di genocidio”, formula meravigliosa che sollevava le loro coscienze senza dover intervenire, nonostante il coraggio di un uomo, Romeo Dallaire (responsable del contingente ONU in Rwanda) avesse capito tutto, li avesse avvertiti, sollecitati, invano!. Si impara la meritocrazia al rovescio: tutti i membri del Consiglio ONU che presero sciagurate decisioni furono promossi, in primis Mr Annan, che venne promosso da responsabile missioni (quindi diretto responsabile della situazione) a Segretario Generale. Si impara l’ipocrisia del pacifismo, la pretesa di volere ingrassare nelle proprie case risolvendo i problemi a colpi di belle parole. Si impara il senso dell’umorismo delle potenze internazionali, che a Maggio dichiararono l’embargo… quando ormai nel paese c’erano così tante armi che si sarebbe potuta dichiarare guerra al Burundi. Si impara la follia del colonialismo, le ferite insanate della nostra pretesa di esportare civiltà. Si impara la maledetta influenza religiosa nel cuore degli uomini, a partire dalla lettura camitica della Bibbia, che fu lo strumento principe del Divide et Impera con cui gli Abasungu (i bianchi) hanno governato. Si impara come la dittatura (20 anni) sappia stravolgere e piegare un Paese che a vederlo sembrerebbe la Svizzera.

Nel 2004 quando si celebrò il decennale mi trovavo in Rwanda, a sentire i racconti dei ragazzi scappati dal Paese, a vedermi i filmati dei massacri. Ciò che ancora mi rimane davanti agli occhi è una ripresa degli accordi di Arusha, che avrebbero dovuto portare alla transizione democratica del Paese verso il governo di unità nazionale. Intervistato sul tema dei rifugiati tutsi in Uganda, che chiedevano di poter rientrare, un leader di Hutu Power rispose

il Rwanda è un bicchiere pieno. Non si aggiunge acqua in un bicchiere pieno. E noi faremo di tutto perchè ciò non avvenga

Cosa intendesse non era difficile capirlo, ma a noi interessavano le Olimpiadi…

Francesco

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marzo 16, 2008

There will be blood

therewillbeblood1.jpgUna recensione di un film inizia sempre dalla fotografia, io non ho mai capito che kazzo volesse dire la fotografia in un film, quindi la mia recensione è questa:

Se anche la fotografia fosse fica, il film farebbe comunque cagare

La Nomination era sensata per l’interpretazione molto efficace di D.D.Lewis, la trama è di una banalità disarmante, tutto era già noto da subito, alle prime battute. È la storia di un cercatore di petrolio che raggiunge il successo e viene travolto da esso, in una trama che mette in campo degenerazione morale, fallimento familiare e tracotanza… una riedizione in salsa moderna dell’ubris eschilea, con una certa banalità e mancanza di profondità.

La traccia non seguita, su cui veramente andava costruita la storia, salta fuori in alcuni punti. La descrizione dell’universo umano è tucididea. In un mondo in cui le relazioni personali sono dominate dal potere, tra l’impresa e il predicatore evangelico non c’è alcuna differenza, l’agenzia economica e l’agenzia di idee non sono altro che la “persona”, la maschera che si indossa. L’uomo è attore, “upocrites”.

Unico spunto di regia interessante: la sordità del bambino viene presentata dalla regia attraverso una modificazione dell’audio in alcune parti, che combinate con la musica risultano molto efficaci.

 Francesco

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