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mg


giugno 3, 2009

L’abbuffata

1

Castellengo arringa la folla

2

Bolla in ascolto della parola

3

Dov'è il rosé?

4

La battuta qui era: se vedi rosso spara a vista, o è un pomodoro o un comunista

di Giampiero Busato

Ipocritello, essendo nato ad Alba, un po’ lo sono pure io, eccheccazzo. Quindi capita che mi ritrovi su al mio circolo, pochi giorni fa, appena finito di dilettarmi in una borghesissima partita di tennis (in realtà gli altoborghesi che fondarono il Tennis Club Alba nel 1978, compreso l’ex sindaco democrist-sinistreggiante Demaria, ormai vanno al Golf Club di Cherasco perché ha quote di accesso piuttosto esclusive, nel senso che escludono tutti quelli che non hanno taaaaanto grano).

Dopo la partita gironzolo per il club, stravolto dalla calura e dai passanti del mio pugnace avversario.  E scopro che c’è l’aperitivo dei Giovani per Alba. Boia, non posso perdermelo. Del resto sembra farlo apposta: esco di casa e trovo l’Ape Gelataia ed Emanuele Bolla. Faccio un serve&volley, alzo la testa dal campo 6 e mi ritrovo Emanuele Bolla. Se è un segno divino, e io non voglio sottovalutare i segni divini, è mio obbligo morale assistere all’aperitivo. E anche sbocconcellare un po’ di fritto, con qualche calice di rosé servito molto chilled. Ipocrita, dicevo, perché l’aperitivo di destra non s’ha mica da fare per me che poi mi ergo a criticone, però diamine, son le otto di sera, è domenica, penso alla mozzarella di bufala che urla la sua solitudine nel mio frigo. La decisione è presto presa: Castellengo sindaco, e ancora un sorso di rosé, grazie.

Castellengo c’è, in carne e ossa: parla un po’ piemontese e un po’ italiano, la variante est, il traffico, i finanziamenti (il circolo ne ha presi per far giocare le sue squadre di tennis di serie A), il bilancio che è migliorato, Alba nel mondo (eeeeeh). Alla fine, quasi dimentico dei suoi gladiatori, li presenta tutti insieme: “Ah vi presento i giovani. Vieni Bolla, vieni”. C’è Bolla, c’è Lucco Castello (trentasei gradi e abbigliamento da ufficio in novembre, un coraggio sovrumano), ce ne sono anche altri ma mica li conosco tutti (e qualcosa mi dice che neanche lui conosca tutti per nome e cognome): Anolli, forse, boh. Dice che questi sono bravi ragazzi, che Lucco Castello ha spaccato il salvadanaio per comprarsi la pubblicità sulla Gazzetta d’Alba. Boia, la Gazzetta dice che Castellengo ha speso almeno settantamila euro (stima al ribasso) per la campagna, cinquemila li poteva dare ai giovani, no? Prima di andar via me lo presentano, e vengo presentato come un “famoso giornalista”. Mi chiede di mio padre, che scopre di conoscere. Mi dice che adesso devo sparare tutte le cartucce, dai 30 ai 50 nella vita si fa tutto, e che è bello sapere di albesi che spargono la loro albesità nel mondo.

Ieri, poi, ho rifiutato della pizza gratis, sempre di Castellengo, in piazza Savona. Aveste visto la ressa: scene di fame dal Burkina Faso. Per conto mio mica me la sentivo di bissare l’ipocrisia: ipocrita sì, ma mica professionista. Giornata elettoralmente campale, quella di ieri, con gran concerto di Marina Fiordaliso, in arte Fiordaliso, davanti alla nuova fontana. A un certo punto una signora, che vent’anni li ha avuti ma non meno di trent’anni fa, sale sul palco e inizia a sculettare e roteare braccia e gambe. Imbarazzo generale, dal quale Fiordaliso esce prendendo per mano la Cuccarini de noantri e calmandola con una massima che ancora sto cercando di decrittare: “Nella mia vita ho un motto: ama chi sei”. Ama chi sei: o è una linguista inarrivabile, o io ho non ricordo più i pronomi, o non significa un cazzo. Momenti indimenticabili, comunque: volevo fotografarla, la danzatrice del ventre (un po’ ampio) ma non me la sono sentita. Prima di Fiordaliso avevano gorgheggiato gli esponenti tutti della destra albese: il sindaco uscente Rossetto (frase chiave: “Noi non ci vergogniamo della nostra storia, non come altri che lo fanno, e non faccio nomi perché non è il momento giusto”. Ah, e quando è il momento giusto per far nomi, che mancano quattro giorni alle elezioni?), il consigliere regionale Cirio (frase chiave: “Votateci anche in segno di rispetto e di riconoscenza nei confronti del nostro presidente Berlusconi, per tutto quello che il suo governo sta facendo” . E qui ho avuto un mancamento, ho rischiato di versarmi la birretta sulle scarpe e gli avrei chiesto i danni, nel caso), Castellengo (frase chiave: non la ricordo, stavo ancora rimuginando su quella di Cirio). Forse anche lui ha detto “Ama chi sei”.

Giampiero Busato*

*Articolo pubblicato anche QUI, che poi sarebbe casa sua

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maggio 23, 2009

La stracciatella delle libertà

La vicina di casa si serve. Offre Castellengo

La vicina di casa si serve. Offre Castellengo

Vuole un po' di cioccolato di destra?

Vuole un po' di cioccolato di destra?

Il vigile invita a spostare il gelato politicizzato

Il vigile invita a spostare il gelato politicizzato

Arriva il cono che ci salverà dai comunisti!

Arriva il cono che ci salverà dai comunisti!

di Giampiero Busato

Arrivo nel parcheggio sotto casa e la vicina di pianerottolo è lì con due coppette in mano. Cioccolato, crema e qualcosa d’altro. “Sti politici”, mi dice, e va via. Poi si gira, quando ormai sta per sparire su per le scale, e aggiunge: “Vai, vai anche tu che c’è il gelato”. Non ci capisco una ceppa: gelato, i politici, vai anche tu: ma che dice? Poi mi giro. Un’ape gialla, l‘ape gelataia, sta parcheggiando davanti alla scuola elementare. Arriva il vigile e la fa spostare poco lontano. Lì intorno traffica un ragazzo, anzi due, e uno dei due l’ho già visto: ah sì, è un giovane per Alba. Aspettano che i bambini escano, accompagnati dalle mamme, e si facciano regalare il gelato. In cambio, l’ape gelataia è tappezzata di un imperativo categorico: Castellengo sindaco. Il bambino tira la mamma verso l’ape e mangia la stracciatella gratis. La mamma, per conto suo, si ricorderà di votare per la libertà sua, del bambino, mia, della vicina di pianerottolo (e di di quella di Dell’Utri, del Supremo e di tutti gli altri). Gratis pure quella, eh.

Giampiero Busato

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aprile 23, 2009

Slogan elettorali/6

Castellengo: la sua ricetta per Alba

Castellengo: la sua ricetta per Alba

di Giampiero Busato

Sfoglio un giornale locale e trovo questo. Rivolto a me, lettore del giornale, elettore. Domanda: è proprio vero che Alba deve trasformare le sue risorse in strutture, servizi, lavoro e benessere? E sarà proprio vero che Alba può farlo? Ammettiamo che sia vero.

Ma se è vero mi spiegate per che diamine di ragione chi si candida per fare tutte queste cose (se l’italiano non è ancora un’opinione mi si sta dicendo che non sono state fatte, e che si possono fare) non le ha fatte in tutti questi anni in cui è stato assessore alle Finanze, programmazione e bilancio della città di Alba? Forse si candida in discontinuità con se stesso?

Giampiero Busato

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febbraio 20, 2009

Il cazzeggio del nulla dentro il niente

di Giampiero Busato

vi devo una spiagazione. ho letto un blog che mi è stato segnalato. niente di personale, ma l’ho trovato perfetto per simboleggiare lo scrivere (fintamente bene, ma non è colpa di chi lo fa credendoci) il nulla. ecco, scrivere il nulla, pensare di saper scrivere e mettere giù paginate e paginate di nulla. tonnellate di blog in cui si scrive il nulla, si pensa di scriverlo bene e si trova pure qualche amico che applaude. che volete: mi mette tristezza, chi lo fa. e allora non temete: leggete quest’accozzaglia di cretinate con una spolverata di sintassi, figure retoriche trite e ritrite, aggettivi che più scontati non potrebbero essere e banalità cosmiche a iosa. e fatemi i complimenti: sono bravo, eh?

Capitano quelle sere in cui la malinconia sia più struggente di altre, quelle volte in cui ti chiedi se mai abbia avuto un senso – ma ce l’ha, un senso, e più volte me ne sono reso conto negli anni che inesorabilmente trascorrono – fermarsi. Guardarsi dall’alto, da sopra, come quando la luna si staglia all’orizzonte con i suoi confini netti, delimitati, quasi taglienti e sembra osservarti con la placida calma che solo un essere inanimato, ma mai tanto vitale nell’effondere e (forse) trattenere palpiti ed emozioni esacerbanti, sa comunicarti col linguaggio dell’anima. Ecco, sono quelle volte in cui ci si sente diversi da tutto e da tutti, quasi scelti dal destino (ma sì, c’è per tutti un destino, ci si creda o meno, chi lo chiama Dio e chi conto in banca, chi sfiga e chi ineluttabilità dell’esistenza) per accedere ai misteri, ai segreti più reconditi della nostra essenza. Tutti abbiamo un nostro ruolo, e non possiamo sfuggirvi. Non importa se, dispersi nella massa, ciascuno di noi provi quella sensazione per certi versi di sollievo ma anche straniante, il non sentirsi nulla, l’essere indifferenti al pianeta e al vicino di casa, come quando scendi le scale della casa che abiti da trent’anni prima di varcare la soglia del tutto (là fuori) e ti accorgi, d’un tratto, di quanto tu sia estraneo anche al più vicino, e di quanto le storie, i dolori, le vite del prossimo siano fisicamente vicine e spritualmente lontanissime. Ecco, sono quei momenti nei quali la calma più proverbiale, la sensibilità più spiccata e probabilmente anche la penna più magicamente dotata non saprebbero fermare l’attimo, che è l’attimo della consapevolezza, della comprensione, lunga un battito di ciglia, dei meccanismo che ci governa da sempre. Sono quei momenti per cui vale la pena vivere, unici per noi anche se comuni a tutti, anche a chi non se ne accorgerà mai, ed è per questi e solo per questi che possiamo dirci profondamente, intimamente, dolorosamente umani.

Giampiero Busato

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settembre 25, 2008

Il vento fa il suo giro

di Giampiero Busato

Un film di Giorgio Dritti. Con Thierry Toscan, Alessandra Agosti, Dario Anghilante, Giovanni Foresti. Genere: non ne ho idea, abbiate pietà per l’ignoranza. Colori è a colori, quanto duri non lo so ma più di un’ora e mezza.. Produzione Italia 2005.

“A cosa ti serve la vita? Per vivere male? La vera trasgressione è cambiare, è fare realmente quello che hai voglia di fare”

Premessa

Giampiero Busato va al cinematografo sognando di costruirsi una sala in casa ma non conosce la differenza tra un produttore e uno sceneggiatore. Né capisce perché esista il direttore della fotografia nei film se il film è un filmato e non una proiezione di diapositive. Sa che al Warner Village e nei multisala fanno vedere solo i film della grande distribuzione ma non ha sufficiente coscienza o conoscenza per sostenere che tutto ciò che è in grande faccia schifo. Per esempio la birra del Baladin è buona, è artigianale eppure si trova anche all’ipermercato.

Questo film si è servito di due solo attori paraprofessionisti, tutti gli altri sono abitanti del luogo imprestati alle riprese. Non ha ricevuto sovvenzioni, non è distribuito nelle solite sale. Chi ci ha creduto lo ha messo in locandina, come un vecchio nostalgico cineasta che si chiama Antonio Sancassani, proprietario del cinema Mexico di Milano. L’ha tenuto in macchina per più di un anno, Sancassani, uno che da decenni respinge gli assalti dei frufrù che vogliono soffiargli il locale di via Savona per metterci il seicentesimo cazzo di showroom. Dopo tre anni il pubblico inizia a sapere che c’è un gran bel film in circolazione, e lo va a vedere dove può.

Il vento fa il suo giro è un proverbio occitano (E l’aura fai son vir), come dire: tutto torna. Gli occitani sono un popolo che sopravvive in alcune vallate, certune quasi del tutto abbandonate, nella provincia di Cuneo. Luoghi che Busato ha distrattamente visitato da piccolo (Coumboscuro, Ussolo, Peveragno) e dei quali ha apprezzato un gruppo folkloristico locale, i Lou Dalfin, che suonano uno strumento della loro tradizione, la ghironda.

A Chersogno, borgata di Ussolo, arriva un professore francese, Philippe Héraud, che ha deciso di scendere dal tram: nella sua città stanno costruendo una centrale nucleare e la consorte ha paura; la stupida burocrazia della scuola contaminata dal progresso, poi, lo ha convinto a licenziarsi, a dedicarsi alla pastorizia e, su tutto, a cercar casa sui monti. Ci prova in Svizzera e in Val d’Aosta, ma non trova niente. Sulla strada del ritorno passa per Chersogno, se ne invaghisce e si presenta al sindaco con moglie e tre figli, raccontando la sua storia.

Gli occitani l’accolgono con sospettosa cortesia e gli trovano una sistemazione. L’idillio, però, dura quanto una formaggetta che Philippe regala in osteria: i piccoli, poveri, ghettizzati occitani si mostrano in tutta la loro intolleranza, la stessa che hanno ricevuto in tanti anni di vita da sparuta minoranza. Le capre cagano nel prato sbagliato, i bambini scassano le palle all’ora di cena, gli Héraud non sono troppo amici del sapone et voilà, dopo un po’ non li sopporta più nessuno. Neanche chi li ha sempre difesi. Li ama solo lo scemo del villaggio, tanto amareggiato dalla decisione finale dei forestieri da morirne. Prima di andarsene Philippe ha il tempo di denudare tutta la grettezza e l’ipocrisia di chi si sente vittima ma, messo nelle condizioni di far l’aguzzino, sembra aver sempre conosciuto il mestiere di carnefice.

Sito ufficiale: http://www.ilventofailsuogiro.com

Colonna sonora: http://www.ilventofailsuogiro.it

Voto: bello. Tanto che mi butto in automobile e torno a Chersogno.

Giampiero Busato

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novembre 16, 2007

26.06.2005, strada provinciale 32. Ore 12:52, temperatura 38° C

di Giampiero Busato

Da piccolo mi raccontavano una filastrocca di cui ricordo poco o nulla ma il tutto girava intorno a Sale Langhe: sale nel senso di salato o sale nel senso di salita? Non so come ma il gioco di parole faceva ridere. Rido un po’ meno adesso, nonostante un’astuta consultazione dell’atlante stradale: da Alba a Sale San Giovanni (il paese che segue Sale Langhe) i chilometri sono quarantacinque virgola uno, quarantaquattro i minuti di viaggio. E allora com’è che sono in giro dalle undici e quaranta, centouno chilometri macinati, la benzina sta finendo, di distrubutori manco l’ombra e i cartelli indicano Montezemolo, Lesegno, Monesiglio e anche Savona ma mai, mai Sale?
Una buzzicona vestita da matrona romana bagna le piante del giardino, appena fuori Ceva. “Anche lei viene per la fiera Non solo erbe, eh? Scommetto che le hanno dato indicazioni sbagliate”. La risposta è un doppio no, ma se può servire per avere un’indicazione passi lo spacciarsi per un appassionato di piante officinali, passi l’inventarsi un vecchio cretino su una panchina che si diverte a far perdere i forestieri e passi anche quel sorriso ebete e fintamente imbarazzato a voler dire: “Eh, signora, che vuole, mi ha beccato, pure io non resisto al richiamo del mercatino, ora mi aiuti a trovarlo”.
Se volete capire meglio cos’è successo cliccate sulla cartina (il primo che ride non arriva a mangiare il panettone).

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Manca poco alle due del pomeriggio quando sono in paese. Gironzolo per i banchetti. Vicino al castello c’è uno splendido tendone verde: panini, birre, salsicce. Prezzi in controtendenza, il bicchiere di vino (a patto di non chiedere quale vino) costa 0,80 €, le patatine un euro. Puzzo di fritto che ristagna sotto il gazebo, tavoli di legno, una trentina di turisti di mezza età – tenuti in media da qualche bimbo e altrettanti ottuagenari – sono in piena attività mascellare. Ho controllato le targhe, anzi, gli indirizzi dei concessionari stampati sotto le cifre della targa: Cairo Montenotte, Savona, Torino, uno di Milano. Di Cuneo mica tanti. Ho sete e mi sento molle, intontito dai tornanti e dal sole, lo stomaco è vuoto e la nuvola che esce dalle griglie lo risveglia. Lattina di Moretti e french frites, grazie.
Belli i prodotti naturali fatti con le erbe, dai saponi alle cure alternative, olii, piante vive e vegete in vendita a poco prezzo. Gelato alla lavanda, una squisitezza. Meglio ancora assaporarlo perdendo lo sguardo nell’alta Langa, lassù dalla piazza del paese. Strana, l’alta Langa. Dà un’impressione di severità, di sobrietà, anche la vegetazione è più austera che giù in basso, dove s’inchina alla grandeur pacchiana di Alba e si sforza di presentarsi più bella; qui non ce n’è bisogno. Giro intorno al giardino del castello ed ecco in fila un plotone di assetati. L’indicazione “BAR” campeggia sulla lapide a ricordo dei morti delle guerre mondiali. Il resto è già visto: tume e vino biologico, un tizio che lavora il legno, uno che vende quadretti. Cavolo, ma perché sono qui?

Ah, sì. Ellin Selae. L’avevo conosciuto tempo fa, il fondatore, si chiama Franco Del Moro e la sua storia di milanese pentito e rifugiato a Cornati di Murazzano mi aveva appassionato. Scappato da Cornate (MI) e approdato a Cornati (CN). Era il 1995 e mancava qualche mese alla maturità, non sapevo che mi sarei iscritto a Giurisprudenza a Torino né tantomeno che avrei vissuto e lavorato a Milano, imparando a sorridere quando ti dicono “Ma da dove arrivi? Dalla Bovisa?” oppure “Con quella faccia lì farà il pusher a Quarto Oggiaro”.
Avevo lasciato da parte Ellin Selae, la rivista e le pubblicazioni, per qualche anno. L’altro giorno me ne sono ritrovato un numero per le mani, l’ho letto con piacere, ho telefonato. Esisteva ancora, la domenica sarebbe stato (stata?) a Sale, perché non andare?
Un bel talento, il signor Del Moro. Un appassionato. Competente. La rivista è un gioiellino e non me la faccio più scappare. Ho dimenticato immediatamente il viaggio, la cartina, la benzina e anche la signora di Ceva. Oddio, non del tutto: tornando indietro ho sbagliato di nuovo deviazione e ne ho approfittato per strapparle le margherite dall’aiuola, vicino alla buca delle lettere.

sale22.jpg

Giampiero Busato

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ottobre 20, 2007

Colpo da maestro: Retequattro in eterno

di Giampiero Busato

4. All’articolo 2 bis, comma 5 del decreto legge 23 gennaio 2001, n. 5, convertito con modificazioni, dalla legge 20 marzo 2001, n. 66, come modificato dall’articolo 19, comma 1 del decreto legge 30 dicembre 2005, n. 273, convertito dalla legge 23 febbraio 2006, n. 51, le parole “entro l’anno 2008” sono sostituite con le seguenti:”entro l’anno 2012“.

Questo che avete letto è il regalo del ministro Gentiloni, nascosto nel comma 4 dell’articolo 16 del decreto legge allegato alla Finanziaria 2008. Ah, Gentiloni, dopo “modificazioni” la virgola non ci va. Dopo i due punti serve lo spazio.

Tradotto in italiano significa che il passaggio di Retequattro al satellite è spostato con soave levità da fine 2008 a quattro anni dopo. Sim sala bim. Avete presente quel Gentiloni ingiustamente accusato di fare melina pro-Mediaset perché non si occupava mai delle sentenze che stabilivano il diritto di trasmettere di Europa 7 e il non diritto di trasmettere in terrestre per Retequattro perché in violazione della normativa antitrust? Quel Gentiloni che a gennaio proclamava: “Saranno Raidue per la tv di Stato e Retequattro per Mediaset le prime due reti trasferite in digitale terrestre”? Ecco. Dopo essersi preso del liberticida e dell’antidemocratico dal proprietario di Mediaset ha fatto un esame di coscienza, indossato la casacca del rivale e segnato nel match clou del consiglio dei ministri questo splendido autogol.

Chissà i salti di gioia di Francesco Di Stefano, il proprietario di Europa 7, che da otto anni ha ottenuto il via libera a trasmettere e non ce la fa mai, destra o sinistra che si trovino al governo, perché tutti i ministri delle telecomunicazioni fanno cerchio attorno ai poveri lavoratori di Mediaset che vorrai mica lasciarli per strada e vorrai mica far perdere terreno a un’azienda italiana o peggio colpire le aziende di Berlusconi per eliminare un avversario politico, brutto leninista che non sei altro?
Non a caso Di Stefano ha chiamato Europa 7 “la tv che non c’è”. Come non ci sono quelli che lavorano per Europa 7, ma di questi potenziali occupati non parla nessuno. A questo punto converrà a tutti i malviventi denunciare l’apertura della loro attività e l’assunzione di dipendenti e collaboratori: se ci si para il c**o mettendo avanti il lavoro altrui chi mai oserà toccare un’impresa?

Giampiero Busato

Articolo pubblicato anche qui.

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