febbraio 2, 2009
Il bar dell’angolo di piazza Cristo Re ha brioche alla crema sufficientemente buone. Sabato mattina il terzo morso mi va di traverso, rischio di soffocare e per liberarmi devo girare pagina. Poi, con calma, ritorno su La Stampa, intera pagina centrale con richiamo in prima, in servizi e interviste il cui succo é: dopo quattro anni di studi, di dossier, di presentazioni, è finalmente pronta la documentazione per l’Unesco, affinché venga attribuita alle Langhe la qualifica di ‘patrimonio UNESCO dell’umanità’. Interviste a: Giorgio Bocca, contrario (il quale peraltro lamenta di non avere nemmeno la cittadinanza onoraria non si capisce bene di quale città, “i figli noti della provincia vengono dimenticati“, a cui risponde il sindaco di Cuneo l’indomani dicendo: “Guarda che ce l’hai, sei cittadino emerito dal 1993“); Gianni Farinetti, contrario; Nico Orengo, che non si capisce cosa pensi ma è messo, dal grafico, sotto la dicitura favorevole e pertanto ritengo sia favorevole.
Istintivamente prendo il telefonino e aggiorno lo stato su facebook. Ho 715 amici, perlopiù scelti a caso tra fan del mio scrittore preferito e persone che potresti conoscere, tra politici e magazzinieri, tra studenti 19enni e tecnomassaie 60enni, campione sufficientemente rappresentativo, almeno penso, dell’universo che ha accesso a un pc. Di essi, molti sono albesi. Scrivo: “La stampa, pagina 1. ‘le langhe candidate a diventare patrimonio unesco dell’umanità’. già vinto il premio alla carriera ‘patrimonio senza umanità‘”. Sono passate 48 ore e quella frase ha ricevuto il seguente numero di commenti: zero. Per capirci: quando scrivo che la pasta mi è uscita scotta, ricevo immediati almeno 5 messaggi di condoglianza.
Intanto mi lascio vivere, girandola, dalla capitale del futuro patrimonio dell’umanità seguendo le tracce di tre amici. Il tempo, però, di fare un esperimento cui sono molto caro: la conta delle auto.
Iniziai nel 1995, a Torino, al tempo di una delle usuali crisi della Fiat. Percorrevo via Filadelfia e annotavo mentalmente la marca delle auto parcheggiate in sosta. Alla fine della via, lungo la curva Sud dell’ancora stadio Comunale per intenderci, contai una media di 55 auto della galassia Fiat su 100 cui ero passato accanto. Non occorrono master in marketing strategico per capire che l’origine della crisi stava nelle vendite: se nella tua città ottieni appena una magra maggioranza, come puoi pretendere di vendere altrove? Le auto sono rivelatorie: nella zona di corso Como a Milano, quella della movida per intenderci, sette auto stavano parcheggiate sul sagrato di una chiesa, un giorno del luglio scorso. Non occorreva essere redattori di Quattroruote per valutare in un milione di euro abbondante il valore commerciale di quei gioielli sistemati in barba al prete.
Così sabato mattina riprovo, lungo quella breve via di Alba che conduce da piazza Savona a piazza San Paolo: Audi, Bmw, Volvo. Barbone sia considerato il proprietario di quella Multipla blu in sosta davanti al ristorante giapponese, salvi gli altri: Alba sta a Milano come le auto degli albesi stanno alle auto dei milanesi. C’è, però, una differenza: il milanese ostenta e gode nell’ostentare, l’albese ostenta ma comprende che a Alba ostentare potrebbe essere svantaggioso, quindi giustifica i sensi di colpa che non ha: “Dovevo cambiare auto, sai…“; “Scarico dalle tasse, sai…“; “Sognavo il SUV da una vita, sai…“; “Era in offerta, sai…“. Più che so, immagino.
Ricevo la telefonata di un amico.
“Ci vediamo per un caffé?“, domanda.
“Alle 14 va bene?“, rispondo.
“No, facciamo più tardi, alle 14 devo vedere un tizio, spero di affittargli il capannone”
“Ti va bene se vengo con te?”
Così alle 14 sono in periferia, lungo uno stradone che porta alle Langhe. C’è questo piccolo capannone, una vecchia stalla, non più di 130 metri quadrati, che la famiglia del mio amico affitta da anni: gli attuali inquilini hanno comunicato che tra qualche mese se ne andranno. L’aspirante nuovo affittuario è un piccolo imprenditore della zona, l’attività – garantiscono le voci di borgata – gli va molto bene e si presenta – infatti? – all’appuntamento col SUV della BMW, sebbene in abiti da lavoro. Risolti i convenevoli in dialoghi sulla campagna (”I contadini non hanno mai pagato tasse, niente, non l’ICI, nulla“, dice qualcuno), risolta la visita al piccolo spazio magazzino (”Gli autotrasportatori avrebbero un po’ di problemi a girare nel cortile, ma ci possiamo aggiustare“), si arriva alla contrattazione del prezzo.
“Troppo!“, dice l’aspirante affittuario alla richiesta del mio amico, che rilancia con un’affermazione che avrebbe dovuto, in cuor suo, convincere l’altro: “Guardi che noi segniamo tutto. Fino a qualche anno fa registravamo una parte, e una parte ce la davano in nero, ma ora no, segniamo tutto“. Il tempo di ripassare il bilancio (più costi deducibili = minor utile = minori imposte = vantaggio per chi riceve una fattura ), mi preparo ad ascoltare gli applausi del coro di angeli che immagino ci stia osservando, e ascolto:
“Oh, ma io non ne ho bisogno. Anzi, meno dichiariamo, meglio é. Ho un mucchio di nero da far fuori, e se compro merce ci sono le bolle e non posso, ma gli altri costi, quelli dove non ci sono documenti, quelli mi servono per scaricare il nero“.
Bum! Il capo del coro angelico ha la faccia, in quell’istante, di Tomaso Padoa-Schioppa, che saputo dire: “Le tasse sono una cosa bellissima” e ancora oggi il suo idraulico lo deride.
L’amico dimentica di essere un venditore e fa cenno all’evasione fiscale, e si riceve, dall’aspirante: “Agli eroi han fatto il mezzobusto. Non sono un martire, io. Inizino gli altri. Diano il buon esempio i politici. E poi io mi adeguo. Ma non sto a segnar tutto, io. Tutti mangiano, ci devo rimettere io?“.
“Inizino gli altri“.
Qualche ora dopo sono a casa di un altro amico. Vive in un condominio recente, abitato perlopiù da famiglie giovani, che dispone di un ampio parcheggio. Sistemo l’auto e fatico a rimanere in piedi: raggiungere la porta d’ingresso è impresa da equilibristi, una lastra di ghiaccio quasi perenne è passaggio obbligato, sono i 6/7 metri di Carolina Kostner senza pattini, in mezzo a mucchi di neve regalo di inizio gennaio.
Dico: “Ehi, e comprare due o tre chili di sale e buttarli all’ingresso?”
L’amico, moralmente integro al punto che giocherei la mia mano sul fuoco e scommetterei, fosse su facebook, diventare fan di Tomaso Padoa Schioppa e di Renato Brunetta, uno-due-blink e dice: “Inizino gli altri“.
Sono in tanti in quel condominio, è vero, in tanti che scivolano perché nessuno inizia a gettare il sale. “Agli eroi hanno fatto il mezzobusto“. In tanti che votano, ad Alba il 6 giugno prossimo, per il sindaco.
Altro caffé. Vengo addirittura convocato, da un terzo amico, via sms: “Se vieni da me ne parliamo di persona“.
E’ in odor di candidatura a consigliere, mi rivela trame e giochi infrapartito. L’estetica si salva come può, e i panni sporchi si lavano in casa. Quelli della sua parte, e anche dell’altra. Basta leggere alcuni giornali locali, che spostano più voti del presidente della Repubblica. Le voci di borgata spostano più voti del giornale locale: spesso, le due cose coincidono. La sinistra presenta a candidato sindaco un avvocato giovane secondo l’accezione italiana: ha meno di 50 anni. La destra presenta l’attuale assessore alle finanze, un commercialista ben oltre il mezzo del cammin di nostra vita. C’è, finora, un terzo incomodo, un imprenditore che ha tappezzato la città di manifesti con la sua faccia, sostenuto da una lista civica. Con l’amico parliamo di politica, e gli rendo noto di aver ascoltato, in poche ore, almeno tre voci differenti sulla possibilità che il candidato della sinistra possa farcela. Dunque: chiamare un ex democristiano la sinistra è operazione che faccio per semplicità, ancorché ampiamente scorretta e offensiva per chiunque si dichiari di sinistra a Bologna. Alba è la città in cui il PCI raramente entrava in doppia cifra. La DC prendeva il 50/55%, i socialisti un po’ più del 10, i repubblicani e i liberali il resto. Il pentapartito era al 90. Alba è la città in cui Prodi è comunista, in cui Rutelli è comunista, in cui gli uomini UDC sono sospettati di avere Il capitale sul comodino ma non ci sono prove. E comunque, per il candidato di sinistra: secondo alcuni sarà una disfatta, troppo forti Pdl e Lega, per altri i giochi sono aperti, solo si arrivasse al ballottaggio. Anche un mulo sarebbe eletto nelle liste del Pdl, ad Alba. Perché, oltre al traino dei simboli nazionali, hanno fatto i miracoli col bilancio. Chi lo dice? Giulio Tremonti.
Il ministro, proprio lui, che partecipa in mattinata a due incontri: prima presenta – in municipio – il candidato sindaco quasi ottuagenario, poi presenzia al convegno promosso dalla fondazione Ferrero su banche e finanza. Termina l’intervento – mi dicono – con una poesia degna di Sandro Bondi: “Se tutta l’Italia fosse come Alba / vedremmo l’alba“. Prima – leggo su La Stampa il giorno dopo – aveva parlato dell’ottima amministrazione di centrodestra, e, soprattutto, dei miracoli bilancistici. Il giornale ha riportato alcuni numeri: debiti ridotti del 50% (da 20 milioni a 10), patrimonio netto cresciuto di vagonate di milioni, ICI invariata da dieci anni, IRPEF cristallizzata a percentuali ridicole, solo la TARSU è aumentata leggermente, del 33%. Il giornale ha riportato alcuni numeri, non tutti: siccome il bilancio non è questione di fede, ma sono numeri che hanno un ‘+’ e un ‘-’, e sono riportati soltanto i ‘+’ quando il ‘+’ è virtuoso e i ‘-’ quando il ‘-’ è virtuoso, quali poste sono state sottratte o aggiunte a quadratura del saldo? Non è dato sapere, ma non importa, il sindaco uscente Rossetto – al terzo mandato, incandidabile – è una brava persona e non ho motivi di dubitare che possa non aver fatto del suo meglio e che Alba sia, economicamente, florida: me l’hanno detto pure le auto in sosta. In municipio si parla di bilancio, alla fondazione del colosso mondiale dei dolciumi si parla di banche e finanza. E il resto?
C’è un teatro – storico – che quando ha avuto buoni direttori artistici ha anche avuto spettacoli di qualità. Gli assessori alla cultura finivano sui giornali locali in prima pagina, dicendo: “Ora basta, il teatro è sempre in perdita, ci costa 400mila euro all’anno“. E, nel corpo del pezzo: “Occorre l’intervento dei privati“. Così alcune importanti aziende misero il loro logo in calce alle brochure promozionali, vennero più Paoli Rossi che Glauchi Maggi Mauri ma le cose non migliorarono. L’anno dopo: “Ora basta, il teatro è sempre in perdita, ci costa 600mila euro all’anno“. E via il direttore artistico dalle idee troppo qualitative, al suo posto qualcuno che sappia come si gestisce un’impresa. Perché il teatro, tolti i cento affezionati che fanno la fila per i posti migliori in abbonamento, è soprattutto, ad Alba, un centro di costo in perdita del bilancio dell’azienda Comune.
Esattamente come Beppe Fenoglio. Gli albesi se lo sono trovato tra le mani quando hanno visto che la sua fama si diffondeva pari passo con le copie dei suoi libri vendute da Einaudi. Venne prima la fondazione Ferrero, una quindicina di anni fa, ospitando Mark Pietralunga, un docente universitario americano che studiava le traduzioni di Fenoglio dall’inglese. Qualcuno disse: “Cazzofà quest’americano? Studia Fenoglio? Fenoglio quello che ha scritto quei noiosissimi e incomprensibili libri sempre e solo sulla guerra? Bah, tuti matt, si ‘merican“. La casa natale gliela abbatté il sindaco di quel periodo, primi anni ‘90, e diede a fare al fratello architetto un palazzo per le informazioni al turista dall’improbabile effetto estetico, sulla piazza principale vecchia soltanto di qualche secolo. La cascina in località San Cassiano in cui ripiegarono i partigiani nella battaglia descritta in “I ventitre giorni della città di Alba” ospita un’azienda che produce prelibatezze in vetro. La coscienza l’hanno lavata con qualche goccia d’acqua: pannelli sparsi qui e là per la città a indicare i “luoghi fenogliani“. Ma non è un caso che il sindaco, sempre quella brava persona dell’attuale incandidabile, alla richiesta di delucidazioni sui motivi che impediscono – oggi – di nominare “Beppe Fenoglio” il liceo classico cittadino che lo scrittore tantò amò e in cui si formò, abbia fornito come prima risposta: “Perché il generale Govone finanziò quella scuola, a lui oggi intitolata“.
E poi ci sono i paesi limitrofi, alcuni dei quali sarebbero di eccellenza di fronte all’UNESCO. Cui si chiede, sempre secondo La Stampa, di chiudere un occhio sui capannoni industriali che fanno scempio del paesaggio. I capannoni sono necessari. I capannoni fanno parte, tutto sommato, delle vie che raccordano l’eccellenza. I pugni negli occhi si curano con il Lasonil, d’accordo, ma chiunque abbia soggiornato nel Nord dell’Europa saprebbe costruire capannoni idustriali mediando la necessità economica con quella estetica. Costruire una zona industriale esteticamente appagante ha un immediato ritorno economico? No, si risposero al momento delle autorizzazioni. Si, comprendono oggi quelli che leggono dell’UNESCO e già immaginano le rivalutazioni immobiliari che quel patrocinio comporta.
Esco dalla città la domenica mattina. C’è nebbia, si vede a non più di cento metri. Sia in avanti che all’indietro.
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novembre 16, 2008
Sono un fan di Roberto Giglio, parteciperò al Capodanno celtico e come seduttore sono “medioman”, ovvero “[…] la classica persona media […] Ogni tanto rimorchi, ogni tanto vai in bianco […] Segui il tuo istinto e vivi la situazione come merita di essere vissuta […] Le tue armi? Non ne hai. Sei te stesso. E ti sembra poco?”.
Benvenuti su Facebook, l’irraggiungibile vetta del cazzeggio contemporaneo. Mesi fa i giornali annunciarono che Walter Veltroni aveva pubblicato un comunicato, quel giorno, soltanto su Facebook. Mi iscrissi alla scoperta dell’ultima frontiera delle possibilità comunicative, tempo di leggere il verbo democratico e mi scoprii ‘taggato’ in tre foto. E che, volente o nolente, ero entrato in una città nuova in cui i vicini, spesso, bussano alla porta.
Passata qualche settimana mi ritrovavo 35 amici e mi ritenevo fortunato, facevo loro gli auguri per il compleanno e ricevevo comunicazioni di servizio quali “Alessandro è in cantina” o “Enrica esce dall’ufficio”. Ero onorato dell’amicizia che lo scrittore più amato mi aveva concesso e gongolavo all’idea che potesse leggere quando “Marco sfumazza l’ultima e va a dormire”. Poi mi accorsi che alcuni amici diventavano amici di tante, troppe persone, pure di Manuela Arcuri, Bruno Vespa e della trota Renzo Bossi, ed ebbi conferma che il valore attribuito all’amicizia, va da sé, è relativo. Perché accogliere, o cercare, l’amicizia di qualcuno che non si conosce?
Per capire ho deciso di rinascere. Sono andato su google, ho digitato la parola uomo e la prima immagine è diventata il mio corpo. Dovevo scegliere la mia nuova identità e Matteo Giannotto mi è parso il giusto tributo a un amico del servizio militare a cui avevo alterato parzialmente le generalità. Prova, conferma: Matteo Giannotto, per i motori di ricerca, è un (poco) illustre signor nessuno.
Mi presento alla collettività di Facebook e inizio a vivere la mia nuova città. Sono Matteo Giannotto e non conosco nessuno: siccome da qualche parte occorre pure insidiarsi, inizio dal blogger per eccellenza, Mario Adinolfi, che di amici ne ha più di 1.700 e in Italia è un medio conosciuto. Guardo i suoi vicini e busso alla porta di Vittoriana Abate, Luca Barbareschi, Daniele Capezzone, Claudio Sabelli Fioretti, Diego Landi, Angelo Mellone. Ruotano tutti attorno ai pianeti giornalismo e politica, chiedo loro l’amicizia e aspetto. A 25 minuti dalla mia iscrizione (“Saluto il mondo”, il mio messaggio in bacheca), Roberto Arditti accetta la mia richiesta. Scavo il suo profilo e scopro che attualmente è direttore editoriale a Il Tempo. Prendo atto della sua laurea alla Bocconi e del suo amore per il libro “Gli spiriti non dimenticano”, mentre leggo mi arriva una comunicazione: Mario Adinolfi e Matteo Giannotto hanno stretto amicizia. Sono passati 31 minuti dal mio ingresso in città e conto due amici, con cui scambierò quattro chiacchiere in chat, di cui vedrò le foto, cui comunicherò i miei stati d’animo e da cui riceverò gli auguri il giorno del mio compleanno. Proseguo le conoscenze, pesco amici dalle liste degli amici, mi presento con il corpo statuario e il nome da seduttore medio. Andrea Scanzi, Mario Masi e Luca De Biase entrano a far parte della mia compagnia: il primo scrive su La Stampa e pubblica con Mondadori, il secondo è un giornalista (“datore di lavoro: periodici”) e il terzo un guru della rete, autore di parecchi libri (l’ultimo: “Economia della felicità”, Feltrinelli). Hanno, in media, 400 amici a testa. Vivendo otto vite non si raggiunge quella cifra. Sto scegliendo i middle famous, chiedo e ottengo: troppo facile.
Abbandono il quartiere bene della città e mi sposto in periferia. Invento, abbino, associo nomi a cognomi che dovrebbero appartenere alla gggente comune di funariana memoria e li inserisco nella ricerca. Appaiono Flavia Piccinni, Antonio Maria Ricci, Federica Lalli, Stefania Lucci, Elisa Anni. Clicco e chiedo loro l’amicizia, clicco chiedo e aspetto. Punto tutto sulle invenzioni dei genitori: di Laura Lauri ne esistono 17, io odio le discriminazioni e ci provo con tutte (quattro di loro accettano).
Intanto affluiscono risposte. Matteo Giannotto accumula una trentina di amici, uomini e donne che hanno accettato l’amicizia di una persona che non conoscono: di fatto, un ossimoro. Spuntano gli interrogativi: alcuni contattati manifestano il loro scetticismo via posta. Simona Esposito ha dubbi delicati (“Mmm…ci conosciamo?”), Federica Catti non è convinta (“Scusa, ma ci conosciamo?”), Monica Stocchero è perentoria: “Chi sei?”. Ai complessivi dodici messaggi decido di non rispondere: dei mittenti, alcuni non accettano l’amicizia, altri, nonostante il mio silenzio, si.
Proseguo. Ricevo i primi inviti a gruppi e le prime applicazioni, che accetto – anche qui – indiscriminatamente. Alle 13.33 Facebook registra la mia partecipazione all’evento “Roberto Giglio ospite di Area Protetta, su LifeGate”, alle 13.44 divento fan dell’atleta Flavio Amado, alle 14.10 accolgo l’invito a iscrivermi al “Partito Democratico – Pavia”. Alle 15.06 divento amico dell’ignaro vicedirettore di GQ, Piero Negri Scaglione (“Dire di no è un po’ come tirarsela troppo e ho accettato”, mi dirà poi). Una ripassata all’inglese (De Marchi Dario sulla mia bacheca: “Welcome on board!!!!”, punti esclamativi suoi), all’arte (partecipazione all’evento “Apologia di una forma, Milano”) e alle scienze (ingresso nel gruppo “ALI – dalle origini al cosmo, dalle origini all’abisso”) e inizio il conto alla rovescia che mi separa da quota cento.
Arriva alle 15.56, si chiama Debora Brenna ed è la mia centesima amica nella nuova città. 0-100 in meno di sette ore. E’ di Treviglio, è nata nel 1989, si dichiara apolitica, studia all’Università di Milano e risulta iscritta, tra gli altri, al gruppo “Doniamo un neurone a Flavia Vento”: il suo profilo è moderatamente dettagliato.
Ora, é sufficiente sbirciare tra le informazioni fornite dal centinaio di membri della mia nuova comunità per comprendere come Facebook sia abitato sostanzialmente da kamikaze della privacy. C’è una legge (e successive modifiche e integrazioni, soprattutto), c’è un garante, ci sono controlli affinché i dati sensibili dei cittadini non finiscano nelle mani di aziende o enti senza il consenso degli interessati, ci sono trasmissioni televisive, invocazioni giudiziarie, controlli sull’invadenza delle proposte commerciali e l’inesistente Matteo ottiene, sul centinaio, almeno una ventina di numeri di telefono cellulare, una decina di indirizzi di casa, fotografie, video girati in vacanza, e una serie di personali informazioni su orientamento politico (e religioso) e soprattutto un appetibile elenco di gusti e preferenze. Qualcuno è certo che un software non saprebbe compiere analiticamente ciò che Giannotto ha svolto artigianalmente?
Intanto mi iscrivo al gruppo Giurisprudenza, divento fan della Juventus e di Olivia Ruiz e poco alla volta accresco il numero di informazioni che a mia volta porgo alla comunità. Aggiorno il mio stato (“Ho caldo” e poi, a cena: “Mangio una frittata di piselli”, senza commenti) e Facebook inizia a minacciarmi, esponendo il seguente concetto: sto di fatto spammando, devo fare attenzione perché il mio profilo potrà essere messo in stand-by, e, testuali parole, “fermati o andrai dritto contro un palo”. Non mi fermo, e sfido il rischio.
A sera gli amici sono 177. E’ la volta delle chat. Mi contatta la gggente comune. Donne, ma non solo (“[…] dalla foto sembrava che saremmo diventati subito amici, magari pure qualcosa di più, se avessi voluto (potuto?) pagare qualcosa…”, mi scrive – meno criptico di quanto sembri – un uomo). “Ciao, ma sei quello della foto?”. Si, sette anni fa, rispondo. “Ciao, cosa fai te nella vita?”, esordisce un’altra. Nella società dell’estetica, un corpo statuario ritratto in posizione plastica aiuta. “Da che galassia provieni?”, mi chiede Annalisa Taschi, che ha “appena cucinato un branzino”, come da stato contemporaneamente aggiornato. Ma io ho ricevuto l’applicazione Che tipo di seduttore sei?, ho avuto la mia risposta e nonostante sia stato baciato dal dio della bellezza perdo tutto scrivendo: “Te lo sei scofanato ‘sto branzino?” a colei che attendeva la mia discesa dal pianeta Marte. Ovviamente tace, così mi rivolgo altrove. Guadagno punti sostendendo di essere uno scrittore. “E che cosa scrivi?”, mi chiede una ragazza. Romanzi esistenziali, rispondo. “Quando pubblichi, poi, scrivilo qui, eh?, che tanto ormai siamo amici e io lo leggo”.
Certamente. Ma quando e dove pubblico? Potrei chiedere a Alberto Castelvecchi (classe ’62, uomo, fidanzato), quello della casa editrice. E’ un mio amico, amico di Matteo Giannotto, e alle 7.23 (si, del mattino) pubblica il seguente annuncio: “Alberto cerca autori con nuove proposte editoriali. Astenersi perditempo”. Dopo due minuti Paolo Andreozzi risponde e gli consiglia di fare un giro sul suo – testuale – blogghetto. (E alle 20.31 della sera successiva ricorderà l’indirizzo del blogghetto, avendolo in prima battuta omesso). L’Italia dei 40milioni di romanzi nel cassetto è perplessa: i commenti all’annuncio-shock (le case editrici pregano gli aspiranti scrittori di non mandare manoscritti) sono soltanto dodici. Possibile? Anche i sogni sono in recessione, penso, oppure è probabile che chi è amico di Alberto già pubblichi o abbia accesso diretto alla possibilità di farlo, d’altronde tutti frequentiamo colleghi. Ma allora, a chi è realmente rivolto l’annuncio di Castelvecchi? A chiunque legga, giacché è chiaro a questo punto che i suoi 1.770 amici provengono da tutti i quartieri della città e sono di tutte le estrazioni sociali e coprono nel complesso tutti i gusti politici o religiosi, di fatto campione rappresentativo dell’umanità che ha accesso a un pc.
Il giorno successivo all’ingresso nella metropoli Facebook, all’incirca al centonovantesimo amico incamerato, ho la prova che, almeno qui, la giustizia funziona. Il sindaco tiene fede al warning di cui prima e vengo arrestato. “Per il momento l’azione adding friends per te è bloccata”, è il messaggio che mi arriva quando chiedo l’ennesima amicizia. Sono più che altro agli arresti domiciliari: posso accettare amici, non posso chiederne nuovi, in attesa di qualcosa che ignoro. “I tempo del blocco possono variare a seconda della funzione e della gravità dell’abuso”.
Non mi resta che aspettare, continuando a dire la mia (“Scrivo e spero nella Juventus”, in bacheca la domenica pomeriggio) e a leggere quella altrui (“Lara Codeghini è ora single”), osservando le vite degli altri e soprattutto mettendo in discussione la mia. Ho costruito una second life che, a differenza di quella pubblicizzata qualche tempo fa e poi miseramente fallita, funziona. Le comunità si allargano sfidando gli ossimori, a conferma che davvero l’uomo è un animale sociale. Facebook continua a crescere, a dimostrazione che la comunicazione non è più un mezzo ma sta diventando un fine, trainata dall’aspetto ludico che cementifica questa che alla prova è una grande vetrina che consente a tutti di esibirsi.
Alla fine arriva Erika Savastani. Mi accorgo di non aver rimorchiato, sebbene rientrasse nelle mie possibilità. “Eri la migliore, nel film di Tinto Brass. Peccato tu abbia smesso. Comunque piacere, Matteo”. Chiudo il pc e confido nella foto. Uscendo dalla stanza passo davanti a uno specchio e sorrido.
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settembre 12, 2008

Salgo sui mezzi pubblici e vinco dieci anni. E’ il regalo di compleanno che faccio a me stesso il giorno dei 34: l’ultima volta leggevo American Psycho sul 33 che dalla Crocetta mi portava in centro, verso Palazzo Nuovo, alla ricerca di libri da cui scopiazzare una tesi improvvisata. Avevo 24 anni e faceva freddo, il cappotto era quello grigio che oggi sta appeso a un filo nel granaio di mio nonno, come un maldestro manichino impiccato.
Oggi si parte da corso Dante e si arriva in fondo a corso Telesio. Dieci anni fa internet andava a 28 Kb, se eri fortunato 56, e comunque per conoscere la linea di un tram prendevi una cartina, la aprivi in mezzo alla strada, raccoglievi qualcosa che senz’altro ti era nel frattempo caduto, piegavi e ripiegavi su se stesso il foglio un metro per un metro e al termine annotavi il percorso che avresti seguito. Oggi c’è un pdf del sito della GTT – all’epoca: ATM -, che opportunamente consultato sentenzia: il 42 fino all’ospedale Martini e poi il 28 verso nord.
Alla fermata di corso Dante la palina invita a inviare un sms scrivendo il numero della fermata per conoscere l’orario del successivo passaggio del pullman. Il numero è 49990, la tariffa secondo proprio operatore, proviamo. La risposta è immediata. Fermata 1140 – D’Azeglio (C.so Dante dopo corso Massimo d’Azeglio). Passaggi: 42 (7.55), 42 (08.01), 42 (08.06), 42 (08.16), 42 (08.24), 42 (08.32). Sono le 7.51. Tempo di alzare lo sguardo, osservare i miei futuri colleghi di viaggio (un pensionato che fuma, una ragazza con un top grigio, una signora con borsa della spesa, una signora senza borsa della spesa) e da lontano appare una sagoma che, conteggiati i minuti al semaforo oltre il corso, effettivamente arriva alle 7.55.
Sopra, c’è puzza. La puzza di tram cugina di primo grado di quella del treno. Chi arriva dalla provincia chiama tram il pullman giallo, perché per chi arriva dalla provincia il pullman è inesorabilmente blu e conduce dalla campagna alla città. Cavalcavia di corso Dante, ospedale Mauriziano. Barcollo ma non mollo, ovvero c’è parecchia gente, chi legge, chi dialoga, chi ascolta musica. Levo le cuffie per ascoltare chi dialoga: livepod. In corso Peschiera inizia a svuotarsi. Non mi siedo, per non dovermi alzare tornasse affollato.
Davanti all’ospedale Martini il 42 arriva dopo una passeggiata in corso Brunelleschi. Mi piacerebbe prendere un caffè con chi materialmente disegna i percorsi dei mezzi pubblici, con l’uomo o la donna che a conclusione di una riunione combattuta fino all’alba ha avuto la meglio sulle proposte altrui e ha spuntato la sgranchita di gambe del 42 in corso Brunelleschi: deve passare proprio lì. Trecento metri scarsi, due piroette, capolinea. Attesa.
Scendo. Osservo chi al telefono chiede, ossessivamente, di Cinzia. E’ un tossico, o comunque in recupero. I denti non mentono, lo sguardo altrove conferma. “Non ci capisco un cazzo con ’sto telefono, minchia è nuovo”, dichiara a voce alta l’istante successivo allo stupore: “Ah, Valentina sei?”. Il tossico saluta alcuni compagni di cammino (l’estetica mente?) che si avvicinano, tutti, all’ospedale. Sono le 8 e mezza di un caldo mattino di settembre, i minuti passano e abbozzo la lettura del quotidiano. Poi mi ricordo del salvatore: 49990, inserisco il numero della fermata, risposta e sguardo all’orizzonte: il 28 appare di lì a due minuti.
Il 28 è un pullman di cui avvertono l’esigenza soltanto gli anziani o gli storpi. Il suo percorso è simile al perimetro di un quadrifoglio. Arriva a poche centinaia di metri dalla tua destinazione, il paradiso è lì a portata di una fermata, s’intromette il destino travestito da conducente e ti porta lontano, ti costringe al purgatorio di qualche inspiegabile chilometro su e giù per piazza Massaua, corso Marche, via Appio Claudio, via Pietro Cossa. Quando il pullman entra in corso Telesio la salvezza è vicina. Osservo il mio compagno di viaggio: un anziano con il trolley per la spesa incorporato. Mi fa un cenno e scende con me. Lasciamo l’autista solitario nell’inutile corsa attorno a se stesso.
Nel film di Davide Marengo Notturno bus Valerio Mastandrea è un conducente dell’ATAC di Roma che per i debiti contratti e l’infatuazione per Giovanna Mezzogiorno molla il suo pullman in mezzo alla strada e se ne va. Se il conducente del 28 girasse a destra per l’autostrada anziché a sinistra per via Pietro Cossa nessuno se ne accorgerebbe, violerebbe le montagne sullo sfondo e fuggirebbe per l’eternità. Nessuno censirebbe i mezzi, nessuno lo cercherebbe. “Lo conoscevi Ciccio, l’autista del 28?”. “No”. “Nemmeno io, mai visto”, direbbero a mensa.
I conducenti sono figure paraumane di cui si parla ogni tanto in caso di rapina. “I balordi hanno minacciato il conducente con un taglierino”. Perché, c’è una qualche forma umana al volante? Non è tutto automatizzato, informatizzato, infine dovuto? Forse si, oramai. Me ne sono accorto quando l’ho salutato. “Buongiorno”, ho detto scendendo. Lui ha girato gli occhi verso il gigantesco specchietto retrovisore interno, ha guardato nella mia direzione, poi ha schiacciato un bottone e la porta si è chiusa. E il bus è ripartito. Come se niente fosse, evidentemente perché niente é.
Sono le ore 9.00. Sono partito un’ora e dieci minuti prima. La funzione righello di Google Earth indica che, in linea d’aria, mi sono spostato di 5,6 km. Mi improvviso geometra e stimo il percorso effettivamente compiuto: 8 km. Qualcosa non torna, scampagnata del 42 in corso Brunelleschi a parte. Occorre la prova del nove.

c.so Telesio angolo via Nicomede Bianchi
Il 28 lo prendo allora verso sud. Ciò che il mattino era ipotetica considerazione diventa a sera infelice realtà. A cinquecento metri in linea d’aria dall’ospedale Martini, il mezzo svolta improvvisamente a destra. E poi ancora a destra. Alenia aeronautica. Corso Marche. Via Servais. Capolinea. Una signora dà forma al conducente, interrogandolo. “Sono 4 mesi che il percorso è questo”, risponde il generato. “Ho preso l’autobus a memoria, non ho guardato la palina”, dice la donna stavolta rivolta a me. Attorno, il silenzio. Via Servais è un angolo di quiete inaspettata a due passi dal grigio brulichio di autovetture di via Pietro Cossa. Cinguettano gli uccellini, passeggiano i ragazzi, rientrano le donne in queste case a due piani che regalano uno scorcio americano alla Torino dei palazzacci dell’immigrazione. Sono le 19.20 e la signora ancora parla al conducente, che un’occasione come questa chissà quando più.
Si riparte. Corso Marche, piazza Massaua. Un déjà vu di cui al caffè con la signora che ha deciso il traffico dei mezzi, va da sé. Poi la sorpresa: si gira a destra. Corso Brunelleschi, ospedale Martini. Scendo. Un uomo con una cassa di birre sul portapacchi della bicicletta appoggiata a una panchina parla al telefono a due passi da una donna distinta. La lingua è sconosciuta, si percepisce che il telefono non prende. Siamo a pochi metri dal punto in cui stamattina Valentina non era Cinzia.

via Bardonecchia
Sul 42 delle 19.50 salgono una donna anziana e un ragazzino. Poi le squilla il telefono. Non abbiamo percezione di quanto il telefonino abbia cambiato le nostre vite finché non osserviamo quelle degli altri. “Al Martini non c’era il dentista. Si, si, lo porto al Mauriziano. Speriamo che là c’è. Si, si sul 42 sto”. Osservo il ragazzo, sul cui volto non scorre alcun dolore. Stoico. Accanto gli è seduta una coetanea. Lui è scuro, piccolo e tarchiato. Lei è chiara, spessa e piena di lentiggini. Legge un libro. Che sia americana lo capirebbe chiunque anche prima di leggere la copertina: The triumph of the sun, di Wilbur Smith. Poco più in là due donne parlano ispanico. Non conosco lo spagnolo ma ho la presunzione di conoscerne l’accento, dacché un’amica castigliana mi diede del colombiano quando abbozzai un “¿Qué tal?”. Le due donne sono sudamericane.

il 42
Dieci minuti dopo salgono tre giapponesi. Rumeni e albanesi sono parte dell’arredo. Un attimo di silenzio e ascolto il dialogo in torinese di due anziani seduti a qualche metro di distanza. Sale un ragazzino, maglia nera attillata, scarpe Le coq sportif oro slacciate, jeans neri a vita sotto il livello del mare. Mette una mano ai pantaloni, fulmina con lo sguardo una donna che legge L’Espresso con la copertina Così ho avvelenato Napoli, chissà perché penso a Gianni Alemanno, a Paola Perego che per due mesi alle due della domenica pomeriggio ha parlato di insicurezza delle città (in campagna elettorale), il ragazzino fruga nella tasca, penso al corso di aikido mollato alla prima lezione, il ragazzino si gira di scatto verso di me, penso al mio amico nell’Arma e soprattutto alla sua pistola, il ragazzino estrae qualcosa dalla tasca, sto per consegnargli il portafoglio pregandolo di non ammazzarmi perché devo finire il mutuo e quello si volta, prende dal portafoglio il biglietto e lo vidima.
Sono le 20.35 del giorno del mio ritorno sui mezzi pubblici a Torino. Qualcosa è, effettivamente, andato storto. Domani è un altro giorno, scenderò in via Bardonecchia, taglierò due lembi del quadrifoglio e li unirò in un percorso a piedi di cinquecento metri, aspettando il 28 protetto da un messaggio. Torino è grigia, ma il mezzo è giallo, e se proprio non il trionfo del sole, almeno mi aspetto l’ottimizzazione dei tempi, qualche discorso sconosciuto rubato qui e là e uno stormo di uccellini che ancora canta e ci ricorda che siamo pur sempre vivi, sebbene stretti su un pullman e nessuno bada al conducente.

il pdf, da internet
L’indomani ho percorso lo stesso tragitto. Il quadrifoglio si taglia in 7 minuti a piedi. Il conducente del 28 non era lo stesso del giorno prima. Sarà corso a festeggiare. Quarantacinque minuti al mattino, trentasette la sera. Il tossico ha trovato la sua Cinzia. Due ragazzine hanno ringraziato l’autista per averle attese qualche istante. All’ospedale Mauriziano è sceso un dentista. Il mondo, dai, non va così male.
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giugno 25, 2008
Al triage l’infermiera è gentile. S’informa, ascolta, annota. “Si accomodi, verrà chiamato il più presto possibile”. Una, due, dieci, cinquanta volte a turno quando va bene. Sono le 11 al Pronto Soccorso di Alba e l’infermiera é a metà: il cambio, e relativo passaggio di consegne, avverrà alle 15.
Il triage è l’accettazione per quelli che arrivano con “mezzi propri”, come da possibilità burocratica. Gli altri, quelli delle ambulanze, arrivano in barella e accedono direttamente alla sala visite e ai letti per la degenza temporanea. Da almeno un quindicennio le banche hanno smesso gli sportelli blindati a favore di banconi soltanto leggermente più alti della media, giacché si è capito che é inutile frapporre ostacoli materiali tra rapinatore armato con possibili ostaggi e il denaro custodito. Permangono sufficientemente blindati: gli uffici postali, e l’accettazione del Pronto Soccorso di Alba. L’architettura di vetri doppi e una piccola fessura per lo scambio dei documenti è, di fatto, una difesa preventiva. Che sia una guerra è chiaro al decimo minuto di permanenza nella sala d’aspetto. Da una parte il personale medico e paramedico. Dall’altra gli utenti aspiranti pazienti e i loro famigliari. In mezzo, il vetro dell’accettazione. E’ una guerra, come tante, fondata sull’ignoranza e sul principio delle spiegazioni non fornite.
Non amo la legge sulla privacy, non ne condivido la filosofia e ne ritengo inapplicabili e quindi inapplicate le disposizioni. Nessuno la conosce e tutti la citano. “Per la privacy”, dicono quelli che sul campanello mettono soltanto un numero, o ben che vada le iniziali. Sei un magistrato minacciato dalla mafia? No, sei un povero pirla che rifiuta i suoi simili. Però non avrei piacere che tutti sapessero che mi si è lacerato il glande, eventualmente. Invece chi riferisce all’infermiera la manifestazione dei problemi di salute suoi o di un famigliare è ascoltato in presa diretta da tutti quelli che attendono il loro turno nella sala d’aspetto. Questo è un effetto collaterale della difesa preventiva: se metti i vetri doppi hai bisogno di un microfono, così chi sta fuori urla per farsi sentire da chi è dentro e la voce di chi è dentro si diffonde nell’aria con effetto stereofonico.
Il signor B è arrivato alla stazione, ha percorso qualche metro e ha sentito un dolore lancinante alla schiena. “Una fitta incredibile in mezzo alle costole”, riferirà poco dopo al telefonino con qualcuno preoccupato per la sua sparizione e poi delle sue condizioni di salute. E’ alto ma tozzo, indossa un abito celeste di lino, spiegazzato, un’improbabile maglietta bianca con disegno sotto, porta i capelli alle spalle e gli si nota l’abbronzatura. Suda. La giacca, sulla schiena, è inzuppata. In mano ha un plico di fotocopie, l’inseparabile cellulare e un pacchetto di Diana blu. Ogni tanto fuma, ogni tanto telefona, più spesso smadonna. E’ arrivato alle 12. Dopo un’ora è ancora lì.
L’uomo dietro di me è in fibrillazione. In tutti i sensi. Il linguaggio giornalistico attinge dal quotidiano. Questo uomo si è sentito male il giorno prima, gli è mancato il fiato, è andato dal medico di base ed è stato spedito direttamente in pronto soccorso. Ieri sera. Battiti a 170, diagnosi: fibrillazione. Prognosi: ricovero. “Ma io sono solo a casa, ho da fare. Torno domani”. Alla moglie in questi giorni animatrice di un campo scuola sulle colline a metà tra Piemonte e Liguria ha detto al telefono: “Oggi sono stato in pronto soccorso, poi mi hanno lasciato andare a casa. Torno là domani”. Meraviglia della lingua italiana, e potere delle parole. “Si, ma non mi aveva detto che aveva firmato. Certo che se firmi ti lasciano andare a casa, no?!?”, puntualizza la donna, rientrata di corsa in città questa mattina e ora accanto a lui. L’infermiera esce e gli misura i parametri vitali col saturimetro. Tutto ok, non è così malandato, può aspettare.
Ci sono quattro colori sulle pareti, incastonati in una cornice di vetro. Bianco, giallo, verde e rosso. Accanto a un cartello, la cui sostanza é: dal 1° gennaio 2007 il codice bianco paga 25 € di ticket. Lo ha deciso la Regione Piemonte, per scoraggiare gli accessi inutili. Inutile, invece, è la norma. Un medico mi raccontò che quando gioca l’Italia le sale d’aspetto sono vuote, mentre il boom è la domenica pomeriggio. “Una volta si presentò una tizia, una signora della collina, tutta tirata. Erano le 15 di una domenica primaverile. Questa aveva un foruncolo su una guancia, era preoccupata che potesse rimanerle il segno. E’ venuta in pronto soccorso”. Dal che si deducono due cose: la mente comanda il corpo – se la mente pensa a Buffon il corpo sta bene – e la domenica pomeriggio gli italiani fondamentalmente si annoiano.
“E’ andata dal suo medico di base?” chiede l’infermiera a questa donna marocchina che lamenta pustole fastidiosissime sulle gambe. “No, io venuta qui”. “Ma non è una prestazione da pronto soccorso, questa, deve andare dal suo medico di base”, rilancia l’infermiera, sempre gentile. Una, due, dieci, chissà quante volte fino a fine turno. “Comunque si accomodi, ci sarà parecchio da aspettare, la sua non è un’urgenza”, infine. “Bene io aspetto”. Dei 25 euro non c’è ombra.
Aspetta invece il referto di una radiografia al piede una donna rumena (38 anni, separata, una figlia di 20: non lo chiedono al triage ma è il frutto del dialogo con una connazionale che mi sono fatto tradurre) che lavora alla mensa di questo ospedale. E’ caduta e ha preso una storta. L’ha accompagnata una collega, anche lei rumena. Il rumeno è la terza lingua ufficiale del pronto soccorso, appena dopo il piemontese. “Ma siete tutte in Piemonte?”, chiedo a una signora di Timisoara. “Si, in Piemonte tante. Ma anche a Milano, e Treviso”. “E al Sud niente?”. “No, Sicilia poco”. Gongolo campanilisticamente per la predilezione degli stranieri per il Piemonte un attimo prima di ascoltare: “…qui pagano meglio!”, e poi si mette a ridere.
Nella sala d’aspetto c’è l’aria condizionata. Non troppa, giusta. E un seggiolino rotto. “Occorre metterlo in evidenza, altrimenti qualcuno rischia di sedersi e farsi male”, dico a voce alta mentre provo a scardinarlo completamente. “Eh, ma sai, siamo al pronto soccorso qui”, ribatte una donna. Il mondo si divide tra quelli cui va tutto bene e quelli cui va tutto male. Statisticamente, entrambe le cose sono impossibili. La realtà è neutra, dicono gli analisti. Sottinteso: è il valore che attribuisci alle cose il filtro che ti conduce a giudicarle. Questa signora non apprezza l’aria condizionata e disprezza il seggiolino rotto. Questa signora è una combattente di mezza linea nell’agone tra utente e istituzione sanitaria.
In prima linea il signor B, che ora suona il campanello del triage. “Non per essere petulante, ma non mi hanno ancora chiamato”, dice, pezzato, all’infermiera. “Lei dovrebbe essere il prossimo, anche se non posso garantirglielo con certezza, dipende dall’urgenza”. Il signor B cerca il mio sguardo complice, che mi lamenti dei disservizi della sanità italiana, che lo appoggi magari insultando l’infermiera gentile o un medico che, al di là della porta, starà perdendo tempo in chissà quali attività. Il signor B ignora che, poco prima, gli avevo diagnosticato una semplice crisi di panico con annessa sudorazione da obesità, giocando al dottore con la ragazza rumena che mi aveva tradotto il dialogo della donna dal piede storto. Il signor B farà una lastra e ne ritirerà il referto alle 18.30, a sei ore e trenta minuti dall’arrivo.
Un brigadiere dei carabinieri accompagna un ragazzo con le orecchie innestate di ferro. Spilli, non orecchini. Come uno spillo ha alle labbra, e uno alla guancia. Una giovane mamma (rumena?) lo osserva e prova ribrezzo. Trova lo sguardo complice di un uomo in canottiera, che attende in piedi. “Andasse da Manera sarebbe ricco”, è il suo commento. Manera, il più noto raccoglitore di ferro e carta di tutto l’albese. Il brigadiere e il ragazzo entrano immediatamente. Poco dopo arriva una ragazzina, 15 anni, che inizia a chiedere, in maniera davvero gentile – insolito per quell’età – dove sia un ragazzo arrivato con un carabiniere. Anche lei porta in viso un po’ di ferro. Si fossero baciati sotto una calamita avrei capito il motivo dell’arrivo in pronto soccorso. Ci pensa lei, al solito ascoltata da tutto l’uditorio, a rivelarlo: “Deve fare la pipì”. Col carabiniere. “Non è certo prostata”, sussurro, e la ragazza accanto a me sorride, invitandomi a una diagnosi differenziale.
C’è un uomo che, nell’attesa, incontra un conoscente. “Mi hanno detto di non dire che ero sul lavoro, ma io ero sul lavoro. Guido i muletti, ne abbiamo uno nuovo, uno che dovrebbe essere supersicuro. Ha sistemi di sicurezza innovativi, se alzi il culo dal seggiolino, il muletto si blocca. Io mi sono alzato per prendere l’accendino dai pantaloni, e in un attimo quello s’è bloccato, e io ho fatto un volo di due metri”. Il riportato è fedele. Ora, se gli dicono di non dire che era sul lavoro e l’operaio accetta, è evidente che qualcosa non funziona nel sistema di contrattazione collettiva che impedisce a un lavoratore di essere forte in maniera quanto meno sufficiente a comportarsi secondo verità. In più, se davvero esiste un muletto che, alla ricerca della sicurezza assoluta, s’inchioda e fa sobbalzare il conducente, un esame di coscienza tocca pure ai tecnici che di sicurezza si riempiono la bocca. Gli diagnostico nulla di rotto: parla e cammina regolarmente, e infatti non è tra le priorità.
Alle 18 ho contato cinque arrivi con l’ambulanza e una trentina “con mezzi propri”. In 7 ore. Di quelli del mattino, nessuno oltre il signor B è rimasto nella sala d’attesa. Di quelli che sono passati, almeno la metà si è lamentata per qualcosa: la macchia sul muro, il seggiolino rotto, il tempo di attesa, la (poca) aria condizionata, la (troppa) aria condizionata, l’indelicatezza del medico di base, il fancazzismo delle infermiere, il tempo di attesa, l’incompetenza dei medici, il fancazzismo dei medici, l’indelicatezza delle infermiere, l’elevata probabilità che la diagnosi non sia corretta, il tempo di attesa. Avrei voluto interrogarli, se la mia dose di cinismo fosse superiore l’avrei fatto. Ognuno di noi cambia – secondo alcuni rivela la sua vera natura – in stato di necessità, e quando la preoccupazione è forte si ritiene più degno di chiunque altro. Avrei voluto chiedere loro se conoscono l’organizzazione di un ospedale, di un pronto soccorso, se hanno mai diretto qualcosa in vita loro, se sanno quanti ci lavorano, quanti medici, i turni delle infermiere, cosa fa esattamente un portantino, se conoscono le procedure per ottenere il referto di una radiografia, com’è strutturato l’orario del neurologo, se sanno che la consulenza chirurgica in qualche ospedale é immediata e in qualche altro no, che dopo un certo orario occorre attendere che il ginecologo arrivi da fuori ospedale, ché può essere legittimamente in giro con la moglie come a curare legittimamente altre persone. E qui si spezza il dialogo: nessuno insegna, spiega, racconta, informa. Il primo panico mi prese al terzo volo: i primi due erano andati, col senno di poi, benissimo: semplicemente perfetti. Avevo sentito parlare delle turbolenze e dei balli, soltanto ne ignoravo la portata. Al terzo volo iniziammo a danzare nell’aria, l’acqua schizzava via dalle caraffe delle hostess e io guardavo il vicino che continuava a leggere beato il giornale. Il comandante prese la parola e disse: “E’ ir comandante che ve parla….stamo ‘n crosciera….stamo sopra l’Erba (Elba, ndb), trappoco arrivamo a Genova…e da Genova inizieremo a scenne su Ttorino….”, nel suo romanesco di borgata. L’aereo ballava, ma il comandante lo immaginavi con un cocktail in mano e le ciabatte infradito. Non aveva fatto parola di condizioni meteo, ma, soprattutto, aveva informato. Nella sala d’attesa di un pronto soccorso regna l’ignoranza, la direzione sanitaria non ritiene di dover informare probabilmente perché ritiene che sia superfluo e inutile, in quanto il singolo può essere buono ma la sommatoria di singoli è senz’altro pessima, e non capirebbe comunque. Così, alla quotidiana guerra, quelli al di là lasciano questi al di qua a snervarsi, difesi da un doppio vetro di cui soltanto a fine giornata capisco la necessità.
Quando esco il sole è indebolito. Della sfilata dell’umanità al banco accettazione di questo ospedale di provincia l’ultimo volto è quello del signor F, che adesso dorme beato su una barella. Quando arrivò, tre ore prima, era legato a una sedia. Urlava e sbraitava, insultava la moglie e il figlio, pur essendo incapace di qualsiasi altra azione volontaria. Demenza, o comunque una malattia del sistema neurovegetativo. Quando lo vedemmo, la ragazza accanto a me si fece seria e smettemmo il gioco del dottore. “In Romania non diventano vecchi così”. Muoiono prima, risparmiando a gran parte della popolazione questi scempi ai corpi che assassinano l’anima di chi è loro accanto da tutta una vita. Quando esco dal parcheggio l’auto che mi precede è quella del dottor D, il neurologo sceso dal reparto per il vecchietto. Oltrepassa il passaggio a livello e si allontana sotto il sole basso all’orizzonte. Lui domani torna dentro, al di là del doppio vetro. Io, per fortuna, no.
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agosto 30, 2007
Leggo Andrea Scanzi, giornalista, scrittore nonché collaboratore de La Stampa, lavavetri per tre minuti a Firenze e mi dico: perché no?. D’altronde internet è rock, il giornale lento, la rete è in, la carta stampata è out. E poi non si scrive per gli altri, ma per sé. E coi blog diventiamo editori di noi stessi, e il futuro è blog. Proviamo.
Decido di scendere in strada. Torino non è ancora Firenze? Allora niente lavavetri. Potrei provare a spacciare, ma che gli do al primo che mi chiede qualcosa, camomilla? I tossici in astinenza sono pure aggressivi, e non mi pare il caso. Potrei aiutare il posteggio, ma è sera e il parcheggio si trova. Quando Silvia mi vede diretto in bagno, capisce. Mezz’ora – il tempo di correre a San Salvario al negozio di parrucche – e mi sta aiutando con il trucco, scuotendo la testa. “Sei folle, tu”, mi dice sistemando colorante sulle guance appena sbarbate.
Scendo in strada per l’operazione-travone. Corso Massimo d’Azeglio tra corso Dante e le Molinette è location perfetta. La mia vicina di casa batte in corso Bramante all’angolo con via Ormea: posso sempre dire che conosco già qualcuno nell’ambiente, si sa mai. Mi piazzo nei cinquanta metri liberi tra via Cellini e via Tiziano, poco lontano dalla pizzeria Flegrea. Dall’altro lato della strada di solito c’è Patrizia, il trans che lo diede o lo ricevette a o da Lapo. Stasera non c’è. Maschero l’agitazione fumando spensieratamente una sigaretta. Penso a Il tempo delle mele: il primo minuto in strada non è una bella sensazione. Qualcuno dei passanti mi guarda storto: come donna sono impresentabile, come travestito devo proprio far ribrezzo. Altro che Miss Trans 2007.
Ho un cronometro con cui posso calcolare 10 tempi parziali, che intendo bloccare nei momenti decisivi. Il primo lo fermo dopo 47 secondi: una Fiat Panda nera rallenta, un uomo sui quaranta, sguardo spento, barba incolta, decisamente sporco, mi lancia un’occhiata e se ne va. Poco dopo si ferma una Fiat Tipo bianca: “Che, c’hai il marchese?”. Impiego due secondi a capire. Rispondo, voce stile Amanda Lear: “Vieni a vedere tu, se vuoi”. Quello scappa. Mi accendo un’altra sigaretta, il nervosismo aumenta, altro che abitudine. Dopo qualche minuto smetto di bloccare il cronometro ogni volta che qualcuno si ferma: la pensavo più fiacca, come serata. Il dubbio di fare veramente schifo vestito da donna anche a chi va con gli uomini vestiti da donna è ormai certezza. Sorrido.
Quando arriva un Fiat Ducato bianco. “Ehi, monta, va!”. Questo è molto deciso. “Ehi, ma non vuoi sapere cosa ti faccio, e quanto costo?”. “No, bella. Sali, va, che c’ho fretta. Annamo dar ponte”. Oddio, un romano a Torino. Ponte? Quale ponte? Questo mi fa del male. “Aò, eddaje…”. Sono in difficoltà, al che mi svelo. “Senti, sono un giornalista”, riprendendo la mia voce. “Mavammoriammazzato, te e ‘r giornale”, andandosene lentamente. Altra sigaretta, per ripigliarmi. Ma adesso inizio a conviverci, con questa serata infrasettimanale su un marciapiede torinese, improbabile offerta di sesso a chi ne richiede, adesso è come avessi imparato a frenare, a fermarmi, a bloccare gli sci dopo una discesa, o la bicicletta dopo una pedalata.
“Quanto vuoi?”, mi chiede un ragazzo giovane che potrebbe essere il fratello gemello di Alberto Stasi. Già, al prezzo non avevo ancora pensato. Quanto costerà? 30, 50 euro? Una volta il mio idraulico di Alba, saputo che studiavo all’università a Torino, mi disse: “Non passi mai a Carignano, La Loggia? Ci sono delle nere che fanno dei gesti…”. “No, niente Carignano. In compenso, hai mai visto quelle di corso Massimo? Alte, bionde, bellissime…”, gli rispondo. E lui, in piemontese: “Ma sei matto? Ma sai quanto costano quelle lì???”. No, infatti, non ho idea quanto costino, ma se le nere di La Loggia chiedevano una decina di anni fa 30 mila lire e sono brutte, qui siamo in corso Massimo e io sono brutto/a, l’euro, l’inflazione, ci penso in una frazione di secondo e dico al sosia del tipo di Garlasco: “30 euro”. “Va bene, hai una casa o andiamo via?”. Accipicchia. Questo è quello delle domande difficili. La mia vicina di casa li abborda in corso Bramante e li porta in via Ormea, la sua amica carina percorre due isolati, io che faccio? “Andiamo”, gli dico, “…dal ponte”. “Ok, sali. Così mi indichi il ponte. Ma è vicino?”. “Ti dico io”. Sono salito sulla Fiat Punto nera di un ragazzo qualunque. Istintivamente. Ci sono clienti che danno fiducia, altri che no: è difficile dire cosa possa passare per la testa di chi si vende, forse scatta un meccanismo di associazione all’iconografia del luogo comune, il bravo ragazzo, il camionista volgare, il piccoletto dallo sguardo cattivo, il vecchio con la bava. O forse, molto più probabilmente, alla fine alla strada ci si abitua, si diffida di tutti e ci si arma coltello in bocca ogni volta che qualcuno si avvicina. Ma tant’è. Sto percorrendo i primi venti metri da travestito adescato da un cliente, non so che dire, e nemmeno il bravo ragazzo con la faccia da nipote perbene sa come parlare. Ma a situazioni di questo genere deve esserci abituato, l’idea è che sia così di natura, timido, silenzioso, pacato. Mi fa tenerezza e mi assale il senso di colpa. Al semaforo accanto al Pam cambio voce e mi scuso, raccontandogli tutto. Lui non fa una piega, ascolta, mi guarda e con gli stessi occhi con cui mi ha dolcemente abbordato mi chiede se scendo qui o se voglio che mi riporti dove mi ha caricato. Scendo lì, e mi sento una merda, sento il lato cinico se non barbaro di un mestiere che, comunque, ti cambia.
Sono passati circa dodici minuti da quando sono in strada e finalmente qualcuno mi si avvicina a piedi. Sono convinto di avere invaso terreni altrui e una prostituta in jeans aderenti e scollatura cinematografica infatti mi dice: “E tu da dove vieni?”. “Sono nuovo”, è la prima, banale, stupida risposta che mi esce. “Ma lo sa Ken?”. Ken? Il guerriero? Da quando i papponi vengono dal Giappone? “Ehm…si, Ken lo sa”. “Mah, tu non me la conti giusta. Quando lo vedo glielo dico, più tardi. E comunque devi andare dall’altra parte. Se hai parlato con Ken, di sicuro ti ha detto di là. Se non gli hai parlato sono cazzi, e preparati a sloggiare”. “Vabbé, tu parla con Ken, io intanto sto”. E se ne va, direzione corso Dante. E’ carina, giovane, pare rumena. Mi accendo la quarta sigaretta. L’incontro col pappone non l’ho ancora immaginato: lo saprà, lui, cos’è un blog, un giornalista, e, soprattutto, come la prenderà?
Al quarto d’ora di strada non ho ancora visto una volante o una gazzella. Nel 2000, quando visitai la centrale operativa dei carabinieri di via Valfré, vidi 21 auto di pronto intervento contemporaneamente in pattuglia. Puntini blu e rossi su un monitor lungo le vie della città. Il rapporto era 14 a 7 per la polizia. Qualche sera fa ho visto San Salvario massicciamente presidiata da uomini del battaglione Moncalieri, il Valentino alle sette di sera è controllato, in media, da almeno 3 pattuglie. I cittadini, finalmente e dopo tanti anni, non sono soli. Però in questo quarto d’ora non è passato nessuno. Quando dovetti prendere alloggio in città, il proprietario di un appartamento in via Ormea rispose alle mie rimostranze sullo spettacolo cui si assisteva dalle finestre: “Magari non è bello, ma di sicuro dove ci sono le prostitute c’è più sicurezza. Chi organizza la prostituzione ha interesse a che non ci sia microcriminalità, altrimenti addio clienti”. Elementare. Penso a Ken, proprietario dei marciapiedi di corso Massimo, dal quale tiene lontana la bassa criminalità. E, quindi, pure i carabinieri.
Per lunghi minuti non si ferma nessuno. Soltanto rallentamenti. Occhiate veloci, e via. Ho fumato 6 sigarette, via una l’altra, anche per darmi un tono. Al 23’ si ferma il primo potenziale cliente ricco. Un’Audi di cui non riconosco il modello ma di cui mi rimangono impresse le dimensioni. E’ incravattato, è un bell’uomo, quando gli parlo e gli chiedo 50 euro – differenziazione di prezzo, non so se funziona ma ci provo – cortesemente saluta e ingrana la prima. Penso di aver perso la mia occasione: salire sull’auto di un professionista, di un imprenditore, e parlare, chiedere, discutere di sessualità, dei problemi quotidiani dell’Italia, di Berlusconi e della Brambilla, sullo stile di quanto fece un amico che, incalzato da un rapinatore armato di coltello, finì una decina di minuti più tardi a rincuorarlo, il rapinatore che versava lacrime e lui a rincuorarlo. Così volevo io: la conversione dell’uomo alla ricerca del pisello nella sua notte innominabile.
Finalmente un’auto della polizia. Ventitre minuti. Mi costituisco senza aver commesso reato. La fermo con ampi gesti. “Ehi, non mi chiedete i documenti?”. I tre si guardano, esce per prima la donna seduta dietro. “Documenti, prego”. Ecco, appunto. Sguardo interdetto alla mia patente. “Ma è lei?”, puntando la foto. “Si, sono io, ma non è come crede. Sono un giornalista, questo travestimento l’ho fatto per un reportage”. “Ah, anche lei. Per La Stampa?”. La poliziotta è informata, legge i giornali. “No, io non scrivo per La Stampa, ma per il blog”. “Cu? E cu è stu bblog”. Non ci volevo credere. In quell’istante il panzone che stava seduto davanti al posto del passeggero si avvicina e dice proprio così: cu-è-stu-bblog?. Lei lancia una smorfia come dire lasci perdere e mi chiede del fotografo. “Ma ha un fotografo?”. Ecco, scrivere va bene, ma ciò che conta è la foto. “No, non ho un fotografo”. “Senta, lei, per me, non sta facendo nulla, ma le do un consiglio: non tiri la corda con quelli là. Qui gira Ken, è rumeno, è uno che non va per il sottile. Da quant’è che è in strada?”. “Venti minuti”. “Ecco, mi ascolti, vada a casa a scrivere, che è meglio”. Poi mi sorride, parliamo de La Stampa, di Gramellini, riceve una chiamata sul cellulare e chiama a raccolta i due colleghi per portarli via. Me ne vado anch’io.
Un’ora e mezza per truccarmi, ventitre minuti in strada (più sette o otto con la poliziotta), dieci minuti per struccarmi, e dieci di doccia. Fumo sul balcone la sigaretta della distensione. Dall’altra parte della strada la puttana entra in casa con l’ultimo cliente. Dopo sette minuti escono, prima lui, trenta secondi dopo lei. Getta il preservativo nel cassonetto verde all’angolo e ritorna in corso Bramante.
Io mi piazzo alla scrivania. Cu è stu bblog? Non lo so, non lo sapevo prima e tanto meno lo so adesso. Mi pare fosse Funari. Lo cito quando Silvia, mezza addormentata, mi chiede perché l’ho fatto. “Perché voglio mettere un dito nel buco del culo del futuro”, rispondo, aprendo il giornale comprato al mattino dallo strillone, in corso Bramante, e non ancora aperto.
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