14 anni fa, il 7 Aprile 1994, a seguito dell’assassinio di Juvenal Habyarimana, presidente (ex-dittatore) del Rwanda, le milizie Interhamwe, braccio armato del movimeento Hutu Power, iniziano forse il più sistematico massacro della storia.
Cento giorni servirono ai miliziani e a una buona fetta della popolazione civile Hutu, per fare fuori l’80% della popolazione Tutsi e una buona fetta di moderati. Erano stati istruiti a modo dalla Chiesa, da Radio Libre Mille Colline, dall’ossessionante battage che aveva preparato nei mesi precedenti il movimento estremista Hutu.
Cento giorni servirono anche all’Occidente per destarsi dalla sua ipocrisia.
Si imparano tante cose nello studiare la vicenda Rwandese. Si impara la vacuità dei nostri mezzi di comunicazione, che nei 100 giorni dedicano meno spazio al Rwanda della vicenda di
una pattinatrice che ordì una aggressione alla rivale e che comunque mentre ne parlava la descriveva come di una guerra tribale tra mangia-banane, quando ciò che stava accadendo era il Terrore, pianificato, scientifico, la distruzione del nemico oggettivo, direbbe la Arendt, colpevole di essere tale, ontologicamente colpevole. Si impara la perversione dei paesi occidentali, che dichiararono che in Rwanda avvenivano “atti di genocidio”, formula meravigliosa che sollevava le loro coscienze senza dover intervenire, nonostante il coraggio di un uomo, Romeo Dallaire (responsable del contingente ONU in Rwanda) avesse capito tutto, li avesse avvertiti, sollecitati, invano!. Si impara la meritocrazia al rovescio: tutti i membri del Consiglio ONU che presero sciagurate decisioni furono promossi, in primis Mr Annan, che venne promosso da responsabile missioni (quindi diretto responsabile della situazione) a Segretario Generale. Si impara l’ipocrisia del pacifismo, la pretesa di volere ingrassare nelle proprie case risolvendo i problemi a colpi di belle parole. Si impara il senso dell’umorismo delle potenze internazionali, che a Maggio dichiararono l’embargo… quando ormai nel paese c’erano così tante armi che si sarebbe potuta dichiarare guerra al Burundi. Si impara la follia del colonialismo, le ferite insanate della nostra pretesa di esportare civiltà. Si impara la maledetta influenza religiosa nel cuore degli uomini, a partire dalla lettura camitica della Bibbia, che fu lo strumento principe del Divide et Impera con cui gli Abasungu (i bianchi) hanno governato. Si impara come la dittatura (20 anni) sappia stravolgere e piegare un Paese che a vederlo sembrerebbe la Svizzera.
Nel 2004 quando si celebrò il decennale mi trovavo in Rwanda, a sentire i racconti dei ragazzi scappati dal Paese, a vedermi i filmati dei massacri. Ciò che ancora mi rimane davanti agli occhi è una ripresa degli accordi di Arusha, che avrebbero dovuto portare alla transizione democratica del Paese verso il governo di unità nazionale. Intervistato sul tema dei rifugiati tutsi in Uganda, che chiedevano di poter rientrare, un leader di Hutu Power rispose
il Rwanda è un bicchiere pieno. Non si aggiunge acqua in un bicchiere pieno. E noi faremo di tutto perchè ciò non avvenga
Cosa intendesse non era difficile capirlo, ma a noi interessavano le Olimpiadi…
Francesco
Tag:africa, guerra, rwanda
Commenti recenti