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mg


febbraio 2, 2009

Il patrimonio Unesco con poca umanità ovvero Alba spiegata ai non albesi

Il bar dell’angolo di piazza Cristo Re ha brioche alla crema sufficientemente buone. Sabato mattina il terzo morso mi va di traverso, rischio di soffocare e per liberarmi devo girare pagina. Poi, con calma, ritorno su La Stampa, intera pagina centrale con richiamo in prima, in servizi e interviste il cui succo é: dopo quattro anni di studi, di dossier, di presentazioni, è finalmente pronta la documentazione per l’Unesco, affinché venga attribuita alle Langhe la qualifica di ‘patrimonio UNESCO dell’umanità’. Interviste a: Giorgio Bocca, contrario (il quale peraltro lamenta di non avere nemmeno la cittadinanza onoraria non si capisce bene di quale città, “i figli noti della provincia vengono dimenticati“, a cui risponde il sindaco di Cuneo l’indomani dicendo: “Guarda che ce l’hai, sei cittadino emerito dal 1993“); Gianni Farinetti, contrario; Nico Orengo, che non si capisce cosa pensi ma è messo, dal grafico, sotto la dicitura favorevole e pertanto ritengo sia favorevole.

Istintivamente prendo il telefonino e aggiorno lo stato su facebook. Ho 715 amici, perlopiù scelti a caso tra fan del mio scrittore preferito e persone che potresti conoscere, tra politici e magazzinieri, tra studenti 19enni e tecnomassaie 60enni, campione sufficientemente rappresentativo, almeno penso, dell’universo che ha accesso a un pc. Di essi, molti sono albesi. Scrivo: “La stampa, pagina 1. ‘le langhe candidate a diventare patrimonio unesco dell’umanità’. già vinto il premio alla carriera ‘patrimonio senza umanità‘”. Sono passate 48 ore e quella frase ha ricevuto il seguente numero di commenti: zero. Per capirci: quando scrivo che la pasta mi è uscita scotta, ricevo immediati almeno 5 messaggi di condoglianza.

Intanto mi lascio vivere, girandola, dalla capitale del futuro patrimonio dell’umanità seguendo le tracce di tre amici. Il tempo, però, di fare un esperimento cui sono molto caro: la conta delle auto.

Iniziai nel 1995, a Torino, al tempo di una delle usuali crisi della Fiat. Percorrevo via Filadelfia e annotavo mentalmente la marca delle auto parcheggiate in sosta. Alla fine della via, lungo la curva Sud dell’ancora stadio Comunale per intenderci, contai una media di 55 auto della galassia Fiat su 100 cui ero passato accanto. Non occorrono master in marketing strategico per capire che l’origine della crisi stava nelle vendite: se nella tua città ottieni appena una magra maggioranza, come puoi pretendere di vendere altrove? Le auto sono rivelatorie: nella zona di corso Como a Milano, quella della movida per intenderci, sette auto stavano parcheggiate sul sagrato di una chiesa, un giorno del luglio scorso. Non occorreva essere redattori di Quattroruote per valutare in un milione di euro abbondante il valore commerciale di quei gioielli sistemati in barba al prete.
Così sabato mattina riprovo, lungo quella breve via di Alba che conduce da piazza Savona a piazza San Paolo: Audi, Bmw, Volvo. Barbone sia considerato il proprietario di quella Multipla blu in sosta davanti al ristorante giapponese, salvi gli altri: Alba sta a Milano come le auto degli albesi stanno alle auto dei milanesi. C’è, però, una differenza: il milanese ostenta e gode nell’ostentare, l’albese ostenta ma comprende che a Alba ostentare potrebbe essere svantaggioso, quindi giustifica i sensi di colpa che non ha: “Dovevo cambiare auto, sai…“; “Scarico dalle tasse, sai…“; “Sognavo il SUV da una vita, sai…“; “Era in offerta, sai…“. Più che so, immagino.

Ricevo la telefonata di un amico.
Ci vediamo per un caffé?“, domanda.
Alle 14 va bene?“, rispondo.
No, facciamo più tardi, alle 14 devo vedere un tizio, spero di affittargli il capannone
Ti va bene se vengo con te?
Così alle 14 sono in periferia, lungo uno stradone che porta alle Langhe. C’è questo piccolo capannone, una vecchia stalla, non più di 130 metri quadrati, che la famiglia del mio amico affitta da anni: gli attuali inquilini hanno comunicato che tra qualche mese se ne andranno. L’aspirante nuovo affittuario è un piccolo imprenditore della zona, l’attività – garantiscono le voci di borgata – gli va molto bene e si presenta – infatti? – all’appuntamento col SUV della BMW, sebbene in abiti da lavoro. Risolti i convenevoli in dialoghi sulla campagna (”I contadini non hanno mai pagato tasse, niente, non l’ICI, nulla“, dice qualcuno), risolta la visita al piccolo spazio magazzino (”Gli autotrasportatori avrebbero un po’ di problemi a girare nel cortile, ma ci possiamo aggiustare“), si arriva alla contrattazione del prezzo.
Troppo!“, dice l’aspirante affittuario alla richiesta del mio amico, che rilancia con un’affermazione che avrebbe dovuto, in cuor suo, convincere l’altro: “Guardi che noi segniamo tutto. Fino a qualche anno fa registravamo una parte, e una parte ce la davano in nero, ma ora no, segniamo tutto“. Il tempo di ripassare il bilancio (più costi deducibili = minor utile = minori imposte = vantaggio per chi riceve una fattura ), mi preparo ad ascoltare gli applausi del coro di angeli che immagino ci stia osservando, e ascolto:
Oh, ma io non ne ho bisogno. Anzi, meno dichiariamo, meglio é. Ho un mucchio di nero da far fuori, e se compro merce ci sono le bolle e non posso, ma gli altri costi, quelli dove non ci sono documenti, quelli mi servono per scaricare il nero“.
Bum! Il capo del coro angelico ha la faccia, in quell’istante, di Tomaso Padoa-Schioppa, che  saputo dire: “Le tasse sono una cosa bellissima” e ancora oggi il suo idraulico lo deride.
L’amico dimentica di essere un venditore e fa cenno all’evasione fiscale, e si riceve, dall’aspirante: “Agli eroi han fatto il mezzobusto. Non sono un martire, io. Inizino gli altri. Diano il buon esempio i politici. E poi io mi adeguo. Ma non sto a segnar tutto, io. Tutti mangiano, ci devo rimettere io?“.

Inizino gli altri“.
Qualche ora dopo sono a casa di un altro amico. Vive in un condominio recente, abitato perlopiù da famiglie giovani, che dispone di un ampio parcheggio. Sistemo l’auto e fatico a rimanere in piedi: raggiungere la porta d’ingresso è impresa da equilibristi, una lastra di ghiaccio quasi perenne è passaggio obbligato, sono i 6/7 metri di Carolina Kostner senza pattini, in mezzo a mucchi di neve regalo di inizio gennaio.
Dico: “Ehi, e comprare due o tre chili di sale e buttarli all’ingresso?
L’amico, moralmente integro al punto che giocherei la mia mano sul fuoco e scommetterei, fosse su facebook, diventare fan di Tomaso Padoa Schioppa e di Renato Brunetta, uno-due-blink e dice: “Inizino gli altri“.

Sono in tanti in quel condominio, è vero, in tanti che scivolano perché nessuno inizia a gettare il sale. “Agli eroi hanno fatto il mezzobusto“. In tanti che votano, ad Alba il 6 giugno prossimo, per il sindaco.

Altro caffé. Vengo addirittura convocato, da un terzo amico, via sms: “Se vieni da me ne parliamo di persona“.
E’ in odor di candidatura a consigliere, mi rivela trame e giochi infrapartito. L’estetica si salva come può, e i panni sporchi si lavano in casa. Quelli della sua parte, e anche dell’altra. Basta leggere alcuni giornali locali, che spostano più voti del presidente della Repubblica. Le voci di borgata spostano più voti del giornale locale: spesso, le due cose coincidono. La sinistra presenta a candidato sindaco un avvocato giovane secondo l’accezione italiana: ha meno di 50 anni. La destra presenta l’attuale assessore alle finanze, un commercialista ben oltre il mezzo del cammin di nostra vita. C’è, finora, un terzo incomodo, un imprenditore che ha tappezzato la città di manifesti con la sua faccia, sostenuto da una lista civica. Con l’amico parliamo di politica, e gli rendo noto di aver ascoltato, in poche ore, almeno tre voci differenti sulla possibilità che il candidato della sinistra possa farcela. Dunque: chiamare un ex democristiano la sinistra è operazione che faccio per semplicità, ancorché ampiamente scorretta e offensiva per chiunque si dichiari di sinistra a Bologna. Alba è la città in cui il PCI raramente entrava in doppia cifra. La DC prendeva il 50/55%, i socialisti un po’ più del 10, i repubblicani e i liberali il resto. Il pentapartito era al 90. Alba è la città in cui Prodi è comunista, in cui Rutelli è comunista, in cui gli uomini UDC sono sospettati di avere Il capitale sul comodino ma non ci sono prove. E comunque, per il candidato di sinistra: secondo alcuni sarà una disfatta, troppo forti Pdl e Lega, per altri i giochi sono aperti, solo si arrivasse al ballottaggio. Anche un mulo sarebbe eletto nelle liste del Pdl, ad Alba. Perché, oltre al traino dei simboli nazionali, hanno fatto i miracoli col bilancio. Chi lo dice? Giulio Tremonti.

Il ministro, proprio lui, che partecipa in mattinata a due incontri: prima presenta – in municipio – il candidato sindaco quasi ottuagenario, poi presenzia al convegno promosso dalla fondazione Ferrero su banche e finanza. Termina l’intervento – mi dicono – con una poesia degna di Sandro Bondi: “Se tutta l’Italia fosse come Alba / vedremmo l’alba“. Prima – leggo su La Stampa il giorno dopo – aveva parlato dell’ottima amministrazione di centrodestra, e, soprattutto, dei miracoli bilancistici. Il giornale ha riportato alcuni numeri: debiti ridotti del 50% (da 20 milioni a 10), patrimonio netto cresciuto di vagonate di milioni, ICI invariata da dieci anni, IRPEF cristallizzata a percentuali ridicole, solo la TARSU è aumentata leggermente, del 33%. Il giornale ha riportato alcuni numeri, non tutti: siccome il bilancio non è questione di fede, ma sono numeri che hanno un ‘+’ e un ‘-’, e sono riportati soltanto i ‘+’ quando il ‘+’ è virtuoso e i ‘-’  quando il ‘-’ è virtuoso, quali poste sono state sottratte o aggiunte a quadratura del saldo? Non è dato sapere, ma non importa, il sindaco uscente Rossetto – al terzo mandato, incandidabile – è una brava persona e non ho motivi di dubitare che possa non aver fatto del suo meglio e che Alba sia, economicamente, florida: me l’hanno detto pure le auto in sosta. In municipio si parla di bilancio, alla fondazione del colosso mondiale dei dolciumi si parla di banche e finanza. E il resto?

C’è un teatro – storico – che quando ha avuto buoni direttori artistici ha anche avuto spettacoli di qualità. Gli assessori alla cultura finivano sui giornali locali in prima pagina, dicendo: “Ora basta, il teatro è sempre in perdita, ci costa 400mila euro all’anno“. E, nel corpo del pezzo: “Occorre l’intervento dei privati“. Così alcune importanti aziende misero il loro logo in calce alle brochure promozionali, vennero più Paoli Rossi che Glauchi Maggi Mauri ma le cose non migliorarono. L’anno dopo: “Ora basta, il teatro è sempre in perdita, ci costa 600mila euro all’anno“. E via il direttore artistico dalle idee troppo qualitative, al suo posto qualcuno che sappia come si gestisce un’impresa. Perché il teatro, tolti i cento affezionati che fanno la fila per i posti migliori in abbonamento, è soprattutto, ad Alba, un centro di costo in perdita del bilancio dell’azienda Comune.

Esattamente come Beppe Fenoglio. Gli albesi se lo sono trovato tra le mani quando hanno visto che la sua fama si diffondeva pari passo con le copie dei suoi libri vendute da Einaudi. Venne prima la fondazione Ferrero, una quindicina di anni fa, ospitando Mark Pietralunga, un docente universitario americano che studiava le traduzioni di Fenoglio dall’inglese. Qualcuno disse: “Cazzofà quest’americano? Studia Fenoglio? Fenoglio quello che ha scritto quei noiosissimi e incomprensibili libri sempre e solo sulla guerra? Bah, tuti matt, si ‘merican“.  La casa natale gliela abbatté il sindaco di quel periodo, primi anni ‘90, e diede a fare al fratello architetto un palazzo per le informazioni al turista dall’improbabile effetto estetico, sulla piazza principale vecchia soltanto di qualche secolo. La cascina in località San Cassiano in cui ripiegarono i partigiani nella battaglia descritta in “I ventitre giorni della città di Alba” ospita un’azienda che produce prelibatezze in vetro. La coscienza l’hanno lavata con qualche goccia d’acqua: pannelli sparsi qui e là per la città a indicare i “luoghi fenogliani“. Ma non è un caso che il sindaco, sempre quella brava persona dell’attuale incandidabile, alla richiesta di delucidazioni sui motivi che impediscono – oggi – di nominare “Beppe Fenoglio” il liceo classico cittadino che lo scrittore tantò amò e in cui si formò, abbia fornito come prima risposta: “Perché il generale Govone finanziò quella scuola, a lui oggi intitolata“.

E poi ci sono i paesi limitrofi, alcuni dei quali sarebbero di eccellenza di fronte all’UNESCO. Cui si chiede, sempre secondo La Stampa, di chiudere un occhio sui capannoni industriali che fanno scempio del paesaggio. I capannoni sono necessari. I capannoni fanno parte, tutto sommato, delle vie che raccordano l’eccellenza. I pugni negli occhi si curano con il Lasonil, d’accordo, ma chiunque abbia soggiornato nel Nord dell’Europa saprebbe costruire capannoni idustriali mediando la necessità economica con quella estetica. Costruire una zona industriale esteticamente appagante ha un immediato ritorno economico? No, si risposero al momento delle autorizzazioni. Si, comprendono oggi quelli che leggono dell’UNESCO e già immaginano le rivalutazioni immobiliari che quel patrocinio comporta.

Esco dalla città la domenica mattina. C’è nebbia, si vede a non più di cento metri. Sia in avanti che all’indietro.

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giugno 25, 2008

Alla guerra del Pronto Soccorso

Al triage l’infermiera è gentile. S’informa, ascolta, annota. “Si accomodi, verrà chiamato il più presto possibile”. Una, due, dieci, cinquanta volte a turno quando va bene. Sono le 11 al Pronto Soccorso di Alba e l’infermiera é a metà: il cambio, e relativo passaggio di consegne, avverrà alle 15.

Il triage è l’accettazione per quelli che arrivano con “mezzi propri”, come da possibilità burocratica. Gli altri, quelli delle ambulanze, arrivano in barella e accedono direttamente alla sala visite e ai letti per la degenza temporanea. Da almeno un quindicennio le banche hanno smesso gli sportelli blindati a favore di banconi soltanto leggermente più alti della media, giacché si è capito che é inutile frapporre ostacoli materiali tra rapinatore armato con possibili ostaggi e il denaro custodito. Permangono sufficientemente blindati: gli uffici postali, e l’accettazione del Pronto Soccorso di Alba. L’architettura di vetri doppi e una piccola fessura per lo scambio dei documenti è, di fatto, una difesa preventiva. Che sia una guerra è chiaro al decimo minuto di permanenza nella sala d’aspetto. Da una parte il personale medico e paramedico. Dall’altra gli utenti aspiranti pazienti e i loro famigliari. In mezzo, il vetro dell’accettazione. E’ una guerra, come tante, fondata sull’ignoranza e sul principio delle spiegazioni non fornite.

Non amo la legge sulla privacy, non ne condivido la filosofia e ne ritengo inapplicabili e quindi inapplicate le disposizioni. Nessuno la conosce e tutti la citano. “Per la privacy”, dicono quelli che sul campanello mettono soltanto un numero, o ben che vada le iniziali. Sei un magistrato minacciato dalla mafia? No, sei un povero pirla che rifiuta i suoi simili. Però non avrei piacere che tutti sapessero che mi si è lacerato il glande, eventualmente. Invece chi riferisce all’infermiera la manifestazione dei problemi di salute suoi o di un famigliare è ascoltato in presa diretta da tutti quelli che attendono il loro turno nella sala d’aspetto. Questo è un effetto collaterale della difesa preventiva: se metti i vetri doppi hai bisogno di un microfono, così chi sta fuori urla per farsi sentire da chi è dentro e la voce di chi è dentro si diffonde nell’aria con effetto stereofonico.

Il signor B è arrivato alla stazione, ha percorso qualche metro e ha sentito un dolore lancinante alla schiena. “Una fitta incredibile in mezzo alle costole”, riferirà poco dopo al telefonino con qualcuno preoccupato per la sua sparizione e poi delle sue condizioni di salute. E’ alto ma tozzo, indossa un abito celeste di lino, spiegazzato, un’improbabile maglietta bianca con disegno sotto, porta i capelli alle spalle e gli si nota l’abbronzatura. Suda. La giacca, sulla schiena, è inzuppata. In mano ha un plico di fotocopie, l’inseparabile cellulare e un pacchetto di Diana blu. Ogni tanto fuma, ogni tanto telefona, più spesso smadonna. E’ arrivato alle 12. Dopo un’ora è ancora lì.

L’uomo dietro di me è in fibrillazione. In tutti i sensi. Il linguaggio giornalistico attinge dal quotidiano. Questo uomo si è sentito male il giorno prima, gli è mancato il fiato, è andato dal medico di base ed è stato spedito direttamente in pronto soccorso. Ieri sera. Battiti a 170, diagnosi: fibrillazione. Prognosi: ricovero. “Ma io sono solo a casa, ho da fare. Torno domani”. Alla moglie in questi giorni animatrice di un campo scuola sulle colline a metà tra Piemonte e Liguria ha detto al telefono: “Oggi sono stato in pronto soccorso, poi mi hanno lasciato andare a casa. Torno là domani”. Meraviglia della lingua italiana, e potere delle parole. “Si, ma non mi aveva detto che aveva firmato. Certo che se firmi ti lasciano andare a casa, no?!?”, puntualizza la donna, rientrata di corsa in città questa mattina e ora accanto a lui. L’infermiera esce e gli misura i parametri vitali col saturimetro. Tutto ok, non è così malandato, può aspettare.

Ci sono quattro colori sulle pareti, incastonati in una cornice di vetro. Bianco, giallo, verde e rosso. Accanto a un cartello, la cui sostanza é: dal 1° gennaio 2007 il codice bianco paga 25 € di ticket. Lo ha deciso la Regione Piemonte, per scoraggiare gli accessi inutili. Inutile, invece, è la norma. Un medico mi raccontò che quando gioca l’Italia le sale d’aspetto sono vuote, mentre il boom è la domenica pomeriggio. “Una volta si presentò una tizia, una signora della collina, tutta tirata. Erano le 15 di una domenica primaverile. Questa aveva un foruncolo su una guancia, era preoccupata che potesse rimanerle il segno. E’ venuta in pronto soccorso”. Dal che si deducono due cose: la mente comanda il corpo – se la mente pensa a Buffon il corpo sta bene – e la domenica pomeriggio gli italiani fondamentalmente si annoiano.

E’ andata dal suo medico di base?” chiede l’infermiera a questa donna marocchina che lamenta pustole fastidiosissime sulle gambe. “No, io venuta qui”. “Ma non è una prestazione da pronto soccorso, questa, deve andare dal suo medico di base”, rilancia l’infermiera, sempre gentile. Una, due, dieci, chissà quante volte fino a fine turno. “Comunque si accomodi, ci sarà parecchio da aspettare, la sua non è un’urgenza”, infine. “Bene io aspetto”. Dei 25 euro non c’è ombra.

Aspetta invece il referto di una radiografia al piede una donna rumena (38 anni, separata, una figlia di 20: non lo chiedono al triage ma è il frutto del dialogo con una connazionale che mi sono fatto tradurre) che lavora alla mensa di questo ospedale. E’ caduta e ha preso una storta. L’ha accompagnata una collega, anche lei rumena. Il rumeno è la terza lingua ufficiale del pronto soccorso, appena dopo il piemontese. “Ma siete tutte in Piemonte?”, chiedo a una signora di Timisoara. “Si, in Piemonte tante. Ma anche a Milano, e Treviso”. “E al Sud niente?”. “No, Sicilia poco”. Gongolo campanilisticamente per la predilezione degli stranieri per il Piemonte un attimo prima di ascoltare: “…qui pagano meglio!”, e poi si mette a ridere.

Nella sala d’aspetto c’è l’aria condizionata. Non troppa, giusta. E un seggiolino rotto. “Occorre metterlo in evidenza, altrimenti qualcuno rischia di sedersi e farsi male”, dico a voce alta mentre provo a scardinarlo completamente. “Eh, ma sai, siamo al pronto soccorso qui”, ribatte una donna. Il mondo si divide tra quelli cui va tutto bene e quelli cui va tutto male. Statisticamente, entrambe le cose sono impossibili. La realtà è neutra, dicono gli analisti. Sottinteso: è il valore che attribuisci alle cose il filtro che ti conduce a giudicarle. Questa signora non apprezza l’aria condizionata e disprezza il seggiolino rotto. Questa signora è una combattente di mezza linea nell’agone tra utente e istituzione sanitaria.

In prima linea il signor B, che ora suona il campanello del triage. “Non per essere petulante, ma non mi hanno ancora chiamato”, dice, pezzato, all’infermiera. “Lei dovrebbe essere il prossimo, anche se non posso garantirglielo con certezza, dipende dall’urgenza”. Il signor B cerca il mio sguardo complice, che mi lamenti dei disservizi della sanità italiana, che lo appoggi magari insultando l’infermiera gentile o un medico che, al di là della porta, starà perdendo tempo in chissà quali attività. Il signor B ignora che, poco prima, gli avevo diagnosticato una semplice crisi di panico con annessa sudorazione da obesità, giocando al dottore con la ragazza rumena che mi aveva tradotto il dialogo della donna dal piede storto. Il signor B farà una lastra e ne ritirerà il referto alle 18.30, a sei ore e trenta minuti dall’arrivo.

Un brigadiere dei carabinieri accompagna un ragazzo con le orecchie innestate di ferro. Spilli, non orecchini. Come uno spillo ha alle labbra, e uno alla guancia. Una giovane mamma (rumena?) lo osserva e prova ribrezzo. Trova lo sguardo complice di un uomo in canottiera, che attende in piedi. “Andasse da Manera sarebbe ricco”, è il suo commento. Manera, il più noto raccoglitore di ferro e carta di tutto l’albese. Il brigadiere e il ragazzo entrano immediatamente. Poco dopo arriva una ragazzina, 15 anni, che inizia a chiedere, in maniera davvero gentile – insolito per quell’età – dove sia un ragazzo arrivato con un carabiniere. Anche lei porta in viso un po’ di ferro. Si fossero baciati sotto una calamita avrei capito il motivo dell’arrivo in pronto soccorso. Ci pensa lei, al solito ascoltata da tutto l’uditorio, a rivelarlo: “Deve fare la pipì”. Col carabiniere. “Non è certo prostata”, sussurro, e la ragazza accanto a me sorride, invitandomi a una diagnosi differenziale.

C’è un uomo che, nell’attesa, incontra un conoscente. “Mi hanno detto di non dire che ero sul lavoro, ma io ero sul lavoro. Guido i muletti, ne abbiamo uno nuovo, uno che dovrebbe essere supersicuro. Ha sistemi di sicurezza innovativi, se alzi il culo dal seggiolino, il muletto si blocca. Io mi sono alzato per prendere l’accendino dai pantaloni, e in un attimo quello s’è bloccato, e io ho fatto un volo di due metri”. Il riportato è fedele. Ora, se gli dicono di non dire che era sul lavoro e l’operaio accetta, è evidente che qualcosa non funziona nel sistema di contrattazione collettiva che impedisce a un lavoratore di essere forte in maniera quanto meno sufficiente a comportarsi secondo verità. In più, se davvero esiste un muletto che, alla ricerca della sicurezza assoluta, s’inchioda e fa sobbalzare il conducente, un esame di coscienza tocca pure ai tecnici che di sicurezza si riempiono la bocca. Gli diagnostico nulla di rotto: parla e cammina regolarmente, e infatti non è tra le priorità.

Alle 18 ho contato cinque arrivi con l’ambulanza e una trentina “con mezzi propri”. In 7 ore. Di quelli del mattino, nessuno oltre il signor B è rimasto nella sala d’attesa. Di quelli che sono passati, almeno la metà si è lamentata per qualcosa: la macchia sul muro, il seggiolino rotto, il tempo di attesa, la (poca) aria condizionata, la (troppa) aria condizionata, l’indelicatezza del medico di base, il fancazzismo delle infermiere, il tempo di attesa, l’incompetenza dei medici, il fancazzismo dei medici, l’indelicatezza delle infermiere, l’elevata probabilità che la diagnosi non sia corretta, il tempo di attesa. Avrei voluto interrogarli, se la mia dose di cinismo fosse superiore l’avrei fatto. Ognuno di noi cambia – secondo alcuni rivela la sua vera natura – in stato di necessità, e quando la preoccupazione è forte si ritiene più degno di chiunque altro. Avrei voluto chiedere loro se conoscono l’organizzazione di un ospedale, di un pronto soccorso, se hanno mai diretto qualcosa in vita loro, se sanno quanti ci lavorano, quanti medici, i turni delle infermiere, cosa fa esattamente un portantino, se conoscono le procedure per ottenere il referto di una radiografia, com’è strutturato l’orario del neurologo, se sanno che la consulenza chirurgica in qualche ospedale é immediata e in qualche altro no, che dopo un certo orario occorre attendere che il ginecologo arrivi da fuori ospedale, ché può essere legittimamente in giro con la moglie come a curare legittimamente altre persone. E qui si spezza il dialogo: nessuno insegna, spiega, racconta, informa. Il primo panico mi prese al terzo volo: i primi due erano andati, col senno di poi, benissimo: semplicemente perfetti. Avevo sentito parlare delle turbolenze e dei balli, soltanto ne ignoravo la portata. Al terzo volo iniziammo a danzare nell’aria, l’acqua schizzava via dalle caraffe delle hostess e io guardavo il vicino che continuava a leggere beato il giornale. Il comandante prese la parola e disse: “E’ ir comandante che ve parla….stamo ‘n crosciera….stamo sopra l’Erba (Elba, ndb), trappoco arrivamo a Genova…e da Genova inizieremo a scenne su Ttorino….”, nel suo romanesco di borgata. L’aereo ballava, ma il comandante lo immaginavi con un cocktail in mano e le ciabatte infradito. Non aveva fatto parola di condizioni meteo, ma, soprattutto, aveva informato. Nella sala d’attesa di un pronto soccorso regna l’ignoranza, la direzione sanitaria non ritiene di dover informare probabilmente perché ritiene che sia superfluo e inutile, in quanto il singolo può essere buono ma la sommatoria di singoli è senz’altro pessima, e non capirebbe comunque. Così, alla quotidiana guerra, quelli al di là lasciano questi al di qua a snervarsi, difesi da un doppio vetro di cui soltanto a fine giornata capisco la necessità.

Quando esco il sole è indebolito. Della sfilata dell’umanità al banco accettazione di questo ospedale di provincia l’ultimo volto è quello del signor F, che adesso dorme beato su una barella. Quando arrivò, tre ore prima, era legato a una sedia. Urlava e sbraitava, insultava la moglie e il figlio, pur essendo incapace di qualsiasi altra azione volontaria. Demenza, o comunque una malattia del sistema neurovegetativo. Quando lo vedemmo, la ragazza accanto a me si fece seria e smettemmo il gioco del dottore. “In Romania non diventano vecchi così”. Muoiono prima, risparmiando a gran parte della popolazione questi scempi ai corpi che assassinano l’anima di chi è loro accanto da tutta una vita. Quando esco dal parcheggio l’auto che mi precede è quella del dottor D, il neurologo sceso dal reparto per il vecchietto. Oltrepassa il passaggio a livello e si allontana sotto il sole basso all’orizzonte. Lui domani torna dentro, al di là del doppio vetro. Io, per fortuna, no.

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