Oggi mi hai chiamato e mi hai detto che ti sposi.
Un placido pomeriggio di Settembre ti aspetta, per cancellare dopo 29 anni la parola “nubile” dalla tua carta d’identità.
Cinque mesi a partire da ora, poi ci saranno un’emozione indimenticabile e due anelli, una sala comunale piena di fiori, tua nonna e tua mamma che piangeranno di gioia davanti al Sindaco (perché lo faranno, vedrai).
Dunque ti sposi, ed io sono contento.
Malinconicamente contento, come spesso accade quando si ricevono queste notizie.
Perché c’è sempre qualcosa di irrazionale nei rapporti e nei sentimenti di chi non si ama più da tempo ma non dimentica le esperienze vissute insieme.
Io e te abbiamo lasciato casa a 19 anni per trasferirci in un’altra città a vivere e studiare, camminando insieme sulla stessa strada per due splendidi anni.
Poi è finita, e altre persone sono entrate nelle nostre vite, restandoci più o meno a lungo e facendoci sognare di nuovo, come è giusto che sia.
Oggi mi sorprendi come allora con un’altra decisione inaspettata, che disegna un sorriso ebete sul mio viso, in questo soleggiato e inconsapevole pomeriggio d’aprile.
Ricordo bene che con la folle e romantica ingenuità dei miei vent’anni di allora ti dicevo spesso che avremmo potuto sposarci, una volta finita l’Università.
Oggi che di anni ne ho quasi 30, ripenso a quelle tenere dichiarazioni tardo-adolescenziali con una punta di cinismo che un po’mi rattrista.
Tu invece, che eri allora ribelle e insofferente, a volte rabbiosa nella tua incontenibile voglia di indipendenza, tra poco avrai una fede al dito.
La vita è davvero strana, e il tempo che passa ha una sua particolare forma d’ironia.
Dal tono di voce che hai ora al telefono, capisco che sei davvero emozionata, e cerco invano di seguire il fiume in piena delle tue parole e il ritmo delle tue risatine nervose.
Mi perdoni vero, se proprio non riesco a stare attento e mi limito ad annuire meccanicamente e a ridacchiare distratto?
Scusami, ma mentre mi parli di eleganti sale comunali da prenotare, a me viene in mente il malandato garage di mia nonna e il nostro il primo bacio, con la luce spenta, gli U2 alla radio e l’esame di maturità alle porte.
Mi lampeggia in mente la prima volta che abbiamo fatto l’amore, in tenda, e rivivo in un brivido quella sensazione di invincibilità che entrambi provammo, quel sentirci finalmente adulti nel condividere qualcosa di unico e prezioso mai vissuto prima.
Ripenso con tenerezza ai tantissimi treni che abbiamo preso e perso insieme, alla tua 500 nera che arrancava sbuffando sulla salita di casa mia, a quelle incredibili torte con le fragole che mi preparavi d’estate, col tramonto che accendeva d’arancione la cucina di tua mamma.
All’improvviso, mentre sono assorto in questi lontani ricordi e tu stai finendo di parlare della cerimonia, che sarà “intima e per poche persone”, mio padre irrompe nel salotto e mi chiama, perché è ora di cena.
Ti saluto, tu ricambi, e in uno slancio di imbarazzata generosità mi inviti perfino a vedere la tua nuova casa e a conoscere il tuo futuro marito.
Io resto sul vago, farfuglio un paio di “magari” e balbetto un “forse”, poi ci salutiamo con un bacio e metto giù il telefono, entrando in cucina con le mani calde e una festosa inquietudine nel cuore.
Mancano 5 mesi al tuo matrimonio.
Mi raccomando, non preoccuparti: sarai sicuramente bellissima come sempre, anzi di più.
Goditi l’attesa del tuo grande giorno e sorridi, come sto facendo io adesso, mentre mangio il risotto di mia mamma.
Quello che, mi ricordo bene, non ti è mai piaciuto.
Michele
Tag:amore
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