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mg


maggio 7, 2008

Falce e mantello: Morire per la politica negli anni di piombo. Roberto Crescenzio e il rogo dell’ “Angelo Azzurro”

Trent’anni sono molto lunghi per chi ancora cerca giustizia, per chi sente dentro un vuoto incolmabile e vive ogni singolo giorno accompagnato da una sola, angosciante domanda: “Perché?”. Trent’anni passano veloci per chi invece l’ha fatta franca, e si è costruito una ricca carriera, in barba agli ideali proletari sposati ciecamente in gioventù. Roberto Crescenzio era uno studente lavoratore come tanti, che commise un unico fatale errore: prendersi un aperitivo con un amico nel bar sbagliato. Il 1 ottobre del 1977  a Torino, un corteo di circa 3.000 persone, tra cui numerosi membri di Lotta Continua, parte dal centro cittadino diretto alla sede del MSI di Corso Francia 19: L’aria è tesa e perchè il giorno prima, a Roma, un gruppo di non identificati “fascisti” ha ucciso con due colpi di pistola Walter Rossi, militante 20enne della sinistra extraparlamentare. Quando il corteo arriva in Corso Francia viene però disperso dalle cariche della polizia: tra il fumo dei lacrimogeni e le urla delle sirene, una parte dei manifestanti torna allora indietro in direzione del centro. Da alcuni mesi infatti, negli ambienti della sinistra più estrema si mormora che il bar “Angelo Azzurro” in via Po all’ angolo con via Sant’Ottavio, vicino all’Università (l’attuale XO’), sia un ritrovo abituale di neofascisti e di spacciatori di eroina. Nessuno ha le prove, nessuno ha ovviamente verificato, ma i “si dice” e i “forse” sono molto più forti della coscienza critica individuale e della verità dei fatti; nel 1977, a Torino, questi sospetti bastano e avanzano per massacrare un innocente inerme. Roberto Crescenzio è all’interno del bar in compagnia di un amico, e ancora non sa che la sua faccia pulita da bravo ragazzo anni’70 si trasformerà di lì a breve in una grottesca maschera di dolore. Lui non ha simpatie politiche particolari, non è apertamente schierato a sinistra o a destra come molti suoi coetanei; è in quel dannato bar soltanto per salutare il suo amico Diego e bere qualcosa insieme. Il gruppetto di militanti si avvicina al locale,  qualcuno entra con una pistola in mano e urla slogan contro “i fascisti”, mentre altri iniziano a tirare numerose bottiglie molotov all’interno. Tutti scappano fuori ad eccezione di Roberto che, preso dal panico, corre in bagno e si chiude dentro, segnando di fatto la sua fine. In un attimo le fiamme, alimentate anche dagli alcoolici dietro il bancone, divorano tutto il locale, passando dalle pesanti tende alla moquette, dalle sedie al soffitto, dal bancone ai tavolini. Roberto capisce che da quel bagno rischia di non uscire mai più e all’improvviso apre la porta e si butta a capofitto verso l’ingresso. Corre disperato verso l’uscita su via Po ma nella corsa inciampa, cade sulla moquette fusa, è avvolto dalle lingue di fuoco, senza scampo. Purtroppo per lui non muore subito, e riesce a uscire in strada tra l’orrore dei passanti, che cercano disperatamente di spegnere le fiamme dai suoi vestiti a brandelli. C’è una foto, una terribile foto scattata da un reporter sul luogo dell’incendio, che ci fornisce l’esatta dimensione della tragedia, la fine di una giovane vita incenerita dalla follia di piazza e dall’ideologia più becera. La fotografia ritrae quel che resta del povero Roberto, seduto rigidamente su una sedia da bar come un orribile e involontario bonzo di città, con i vestiti che non ci sono più, i capelli bruciati raccolti in  piccoli ciuffi sul capo e gli occhi semiaperti che osservano imploranti le persone intorno a lui. (http://www.vittimeterrorismo.it/memorie/foto/crescenzio1.jpg). Incredibilmente Il ragazzo è ancora lucido, ma ha ustioni gravissime sul 95% del corpo e morirà 2 giorni più tardi al CTO di Torino, tra atroci sofferenze. La sua morte segna di fatto la fine del Movimento studentesco torinese, che di lì a poco si spaccherà in mille frammenti, alcuni dei quali entreranno nella clandestinità e nella lotta armata. In tutti questi anni Roberto Crescenzio non ha mai avuto giustizia e il reato è caduto in prescrizione. I nomi di chi materialmente tirò le molotov contro il bar non sono ancora noti, né probabilmente lo saranno in futuro. Reticenze, omertà, solidarietà di partito e amicizie influenti dei personaggi coinvolti (alcuni dei quali appartenenti alla “Torino bene”), hanno di fatto nascosto le responsabilità individuali, in nome dell’assurda logica “tutti colpevoli, nessun colpevole”, tipica dei reduci dell’estremismo politico anni’70. Alcuni degli indagati sono morti di malattie incurabili o di droga negli anni’80, altri invece, dopo qualche annetto di carcere per episodi minori, hanno continuato a vivere senza rimorsi a Torino, e sono oggi stimati ginecologi o importantissimi personaggi della vita culturale e cinematografica cittadina. Nessuno di loro ha mai fatto i nomi dei colpevoli, nessuno di loro si è mai dichiarato responsabile dell’omicidio di Roberto, che dal piccolo cimitero di Sassi ancora attende di conoscere i nomi dei suoi carnefici. Bruno Babando, un giornalista torinese, ha recentemente scritto un bel libro, ”Non sei tu l’Angelo Azzurro”, edito da Marco Valerio editore, che ripercorre gli ultimi istanti di vita del povero Roberto e i tragici fatti di Via Po. E’un libro amaro, che si legge tutto d’un fiato e che andrebbe fatto leggere anche nelle scuole, per far conoscere agli studenti d’oggi la cieca violenza ideologica dei loro coetanei di trent’anni fa, che cercavano la Rivoluzione e la persero nel sangue. Babando ha presentato il suo libro ieri sera a Palazzo Nuovo, in un affollato incontro a cui erano stati invitati anche Piero Fassino, nel 1977 consigliere comunale per il PCI, e altri politici dell’epoca. Stranamente, non si è presentato nessuno.

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